– Nell’annunciare una “manovra-non manovra” da 25 miliardi in due anni, che anziché da maggiori entrate e/o minori spese dovrebbe essere finanziata da minori truffe ai danni dell’erario e della previdenza pubblica, Tremonti si è confermato per quello che è: un ministro attento al rigore e allergico alle riforme, spietato e talentuoso nella “micro-gestione” dei mille capitoli della spesa pubblica e riluttante ad imbarcarsi in imprese riformatrici che potrebbero rivelarsi costose sul piano politico.

Forse si poteva cogliere l’occasione offerta dalla difficile temperie continentale per uscire dal day by day robustamente assistito da una narrazione mediatica “anti-declinista”, e per avviare riforme che l’emergenza avrebbe fatto digerire più facilmente e comunque reso più comprensibili e necessarie agli occhi dell’opinione pubblica. Ci limitiamo a tre considerazioni.

Uno – Continuiamo a ritenere sbagliato che il Ministro dell’Economia archivi qualunque intervento sulle pensioni con la motivazione “i conti sono in ordine”, come se il livello della spesa pensionistica, il peso della previdenza nel sistema del welfare e le voragini di iniquità e “povertà” che un sistema così squilibrato costerà a molti dei contribuenti di oggi e vecchi di domani fossero ubbie da riformatori della domenica. Eppure, mezza Europa sta tornando a ragionare e a muoversi sulle pensioni, compresi i paesi più virtuosi dell’Italia.

Due – Continuiamo a giudicare imprudente che alle accuse (quasi tutte giustificate) al federalismo allegro del centro-sinistra – e da ultima quella di avere gonfiato di due volte e mezza la spesa per le pensioni di invalidità in un decennio – non faccia riscontro un’uguale determinazione nel restringere la possibilità di manovra e quindi di spesa dei poteri locali (leggasi: servizi pubblici, partecipazioni societarie, erogazioni discrezionali …) e della loro stessa architettura istituzionale (le province parassitarie e “appese” in una incoerente stratificazione istituzionale, i comuni troppo numerosi e troppo piccoli, anche per accedere a forme efficienti di coordinamento, la frammentazione e l’iperintermediazione  amministrativa…). Se il federalismo fiscale viene “fatto girare” su questa piattaforma amministrativa e istituzionale non potrà in nessun caso essere virtuoso e responsabile. Neppure al Nord.

Tre – La politica per la crescita non è liquidabile come un pretesto per allargare i cordoni della borsa. Su questo punto, pensiamo che Brunetta  continui ad avere molte più ragioni di quante il governo riconosca. L’Italia è da un decennio molto prudente nella gestione dei conti pubblici, e nel rapporto deficit/Pil ha assai più problemi con il denominatore che col numeratore. Quindi sono necessari interventi sui fattori di sviluppo: efficienza, innovazione, formazione, concorrenza e anche, ci permettiamo di aggiungere,  pressione fiscale che ormai sembra divenuta la vera “variabile indipendente” delle politiche del governo.

Certo, per aprire questi dossier con il rischio concreto di finire scornati da stakeholders imbizzariti occorre fare politica in un modo un po’ diverso da quello: “state calmi, non sta succedendo niente”.