Perchè stare lì ha senso, non solo per ‘loro’, ma anche per ‘noi’

Ad ogni caduto italiano in Afghanistan è lecito porsi la domanda: ne è valsa la pena? E’ comprensibile che una forza politica di governo (la Lega Nord) ed una di opposizione (l’Italia dei Valori) se la siano posta. Perché il problema principale del conflitto afgano è la sua comprensione.

Dopo la caccia a Bin Laden, che non si è affatto conclusa, ma di sicuro si è trasferita fuori dai confini afgani, è difficile capire perché si combatta ancora. L’istinto isolazionista diventa forte, nel momento in cui non si combatte per la nostra sicurezza, ma per la ricostruzione di un Paese dall’altra parte del mondo. E per di più, di una società che non vuole adottare una forma di governo democratica (come dimostrano le ultime elezioni, contestate per le frodi di Hamid Karzai) e si dimostra ben poco ricettiva dei valori che vorremmo trasmetterle, quali il rispetto per le donne, la garanzia dei diritti individuali e la libertà di espressione. Nel momento in cui la vecchia caccia a Bin Laden si trasforma in una nuova impresa di ingegneria sociale, destinata a fallire, è giusto richiamare i ragazzi a casa, immediatamente.

Ma la missione Nato in Afghanistan è un’opera di ingegneria sociale fine a se stessa? Non proprio. La ricostruzione dell’Afghanistan è un mezzo. Il fine è ancora la nostra sicurezza, tramite la sconfitta di Al Qaeda e del movimento talebano che la sostiene localmente. Lo spiegava molto bene un neoconservatore (ascoltato anche dall’amministrazione Obama), Frederick Kagan, all’inizio del 2009, quando a Washington si iniziava a discutere la nuova strategia per il fronte Afghanistan-Pakistan. Kagan, in sintesi, sostiene che non c’è alcuna contraddizione fra l’opera di edificazione di uno Stato democratico in Asia meridionale e la sconfitta dei terroristi che vogliono ancora distruggere le nostre città.

“L’Afghanistan non è più un santuario di Al Qaeda” – spiegava Kagan nel febbraio dell’anno scorso – “ma potrebbe diventarlo ancora nel caso lo abbandonassimo. Il Mullah Omar, il capo del governo talebano sino al 2001, è vivo e agisce in Pakistan. Mantiene contatti diretti con Osama Bin Laden, Ayman Al Zawahiri e gli altri leader di Al Qaeda, anch’essi rifugiati in Pakistan. Il Mullah Omar appoggia i guerriglieri talebani nel Sud dell’Afghanistan dai loro santuari pakistani, mentre Al Qaeda sostiene gli insorti nell’Est. Permettere un fallimento della missione in Afghanistan significherebbe permettere a questi determinati nemici degli Stati Uniti di riconquistare la libertà di azione che avevano prima del settembre 2001”.

Per comprendere appieno il valore di queste parole, tuttora attuali alla metà del 2010, basta un numero: 12. Sono almeno una dozzina i tentativi di attentato sul suolo statunitense nel solo 2009. Al Qaeda prova a colpire gli Usa in continuazione. L’ultima volta ci ha provato nel cuore di New York, appena poche settimane fa. L’Italia non è esente dalla lista dei bersagli di Al Qaeda. La nostra squadra di calcio nazione è stata esplicitamente minacciata. Roma e il Vaticano sono bersagli dichiarati in molti audio e video messaggi della rete del terrore. Come quello in cui si predicava esplicitamente “colpiremo Roma”, risalente ad appena 5 anni fa.

Perché la ricostruzione democratica dell’Afghanistan è importante per combattere Al Qaeda? Perché può prevenire un suo ritorno nel Paese. Sostenere il governo Karzai senza verificare cosa stia facendo sarebbe una via troppo rischiosa, perché si è dimostrato un governo capace di spargere corruzione a livello endemico, alienandosi le simpatie della maggioranza del Paese in meno di nove anni. Tuttavia, abbandonare Karzai non è un’opzione che può essere scelta in mancanza di alternative. Sostenere solo le autorità locali, disconnettendole da Kabul, significherebbe spianare la strada a nuove guerre tribali e all’affermazione di signori della guerra a volte alleati con Al Qaeda, a volte con noi. Non un bello scenario, insomma.

L’unica via percorribile è dunque quella che si cerca di percorrere in questi anni: sostenere autorità locali che si uniscano, o per lo meno si alleino con il governo di Kabul. E per sostenerle occorre essere presenti sul terreno, non dare l’impressione di combattere e scappare subito dopo. Vuol dire avere rapporti con la popolazione, con gli anziani del villaggio, con i governatori delle province. Vuol dire creare posti di lavoro, costruire strade e scuole. Vuol dire proteggere la popolazione locale dagli attacchi di Talebani e banditi locali, evitando il più possibile vittime collaterali.

E, nel frattempo, addestrare pazientemente un esercito nazionale afgano, a cui affidare interamente la sicurezza locale per permetterci di tornare a casa. E’ un compito più difficile che mai, dato che l’estrema frammentazione etnica di quella “nazione” asiatica fa sì che sia molto difficile, per un cittadino di Herat, Kunduz o Kandahar, riconoscere un esercito di Kabul come il “proprio”. Difficile, ma non impossibile. E soprattutto, vale la pena di tentare. Rendendo doverosamente omaggio a quanti rischiano e, come il sergente Ramadù e il caporalmaggiore Pascazio, perdono la vita per servire non solo un “astratto” ideale umanitario ma le nostre concrete esigenze di sicurezza.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

6 Responses to “Perchè stare lì ha senso, non solo per ‘loro’, ma anche per ‘noi’”

  1. Sono favorevole alle iniziative internazionali di intervento sui territori per poter esportare la democrazia ma rifletterei sul fatto che questa deve necessariamente ed unicamente essere poi la loro democrazia e non la nostra. Dovrebbe essere facile intuirlo, perchè si tratta di popoli diversi, culturalmente e socialmente differenti dai nostri modelli occidentali in cui, azzardo nel considerare, che una esportazione dei nostri schemi politici e sociali potrebbe risultare invadente e portare a risvolti negativi nei rapporti internazionali. Reputo che le missioni di “pace” debbano considerarsi realmente così come definite nell’articolo appena letto e non risultare dei campi di battaglia dove nella ricerca del pretesto nascosto, a rimetterci sia innumerevoli militari ma soprattutto civili. Le mie considerazioni possone anche essere prettamente soggettive ma credo obbiettive. Prima di piangere ancora vittime ma sopratutto prima di porci ideologicamente di fronte a questa situazione, rendiamoci conto di quanto si fà o si dovrebbe ancora fare. Bin Laden, ma dove? I nostri militari giovanissimi, nel morire per la patria, è sempre la difficolta di que territori a provocare le vittime? Riflettiamo…lontano da ogni convinzione ideologica…umanamente per favore.

  2. punto di vista condivisibile

  3. Agilli scrive:

    Anche Lenin vedeva l’accentramento del potere nelle sue mani come un mezzo per un fine più alto. Lenin voleva portare alla liberazione del proletariato. Noi in Afghanistan vogliamo portare alla loro empancipazione. Sempre mezzi, sempre ingegneria sociale, sempre cause più nobili. Fallisce sempre. Tutte le volte. Come tutti i libertari americani ripetono da sempre, e sempre più inascoltati.

  4. Condivido al 100%, ed aggiungo la mia solidarietà alle famiglie delle vittime.

    Vedo con dispiacere che ci sono commenti molto cinici, da cui discenderebbe che dovremmo lasciare che le donne afghane fossero dominate, violentate, impedite nella loro educazione scolastica. E questi commenti arrivano probabilmente da persone che si autodefiniscono “progressiste”.

    Solo un appunto: “sanctuary” in Inglese si tradice “rifugio” e NON “santuario”. A volte un minimo di attenzione non guasterebbe, l’errore in questo articolo a mio parere è paragonabile ad un banale errore di ortografia.

  5. Stefano Magni scrive:

    @Alessandro Fanchin: sactuary si traduce in italiano in “santuario” anche quando si riferisce al termine militare. Per esempio, su tutti i libri di storia si legge che gli americani bombardarono i “santuari” vietnamiti in Cambogia nel 1973. Per “santuario” si intende ovviamente un rifugio sicuro, dove una forza di guerriglia si ritiene intoccabile, vuoi perché protetta da un regime compiacente, vuoi perché la zona è geograficamente difficile da raggiungere.

  6. Stefano Magni scrive:

    @tutti gli altri: il vostro punto di vista è rispettabile. Provate però a pensare alle conseguenze di un ritiro. Ritiriamo pure da oggi tutti i soldati dall’Afghanistan. E poi? Cosa ci dobbiamo aspettare? Che Al Qaeda ci ringrazi? Che Bin Laden si sieda attorno a un tavolo con Barack Obama e Ban Ki-moon? Che a Kabul si formi un governo amico e stabile? Saremmo più o meno sicuri a casa nostra?

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