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Il federalismo funzionerà e farà risparmiare. Se sarà ‘competitivo’

– Hanno ragione Gianfranco Fini e Renato Brunetta quando puntano il dito sui rischi di un federalismo pesante, costoso e burocratizzante. Il Presidente della Camera ha espresso più volte i suoi timori in tal senso e lo fece anche nella tavola rotonda organizzata da Libertiamo alcune settimane fa.
 Il ministro della Funzione Pubblica dal canto suo ha attaccato il “federalismo piagnone e sprecone” e proprio in questi giorni delle colonne del Sole 24 Ore e del Giornale ha espresso l’auspicio di una riforma federale virtuosa e a “costo zero”.

La possibilità che l’implementazione del federalismo comporti un aumento delle poltrone e dei centri di spesa è nei fatti tutt’altro che peregrina, considerando che spesso riforme importanti sono possibili solamente “rassicurando” gli insider, cioè in definitiva garantendo i “diritti acquisiti” della casta politica. E’ così più che plausibile che i partiti si mettano d’accordo per una soluzione win-win (dal loro punto di vista) – cioè che consenta da un lato alla Lega di presentare un “trofeo” al proprio elettorato, dall’altro che preservi nella pratica assistenzialismo, clientelismo e redistribuzione arbitraria della ricchezza.

Dobbiamo renderci conto che il federalismo farà risparmiare solamente se sarà un federalismo vero, con un’ampia ed effettiva devoluzione di competenze dallo Stato centrale alle Regioni e con una vera attribuzione a queste ultime di autonomia e di responsabilità impositiva. Lo Stato dovrebbe occuparsi della raccolta fiscale necessaria a sostenere le competenze residue che rimarranno a livello nazionale, mentre le istituzioni locali dovranno farsi carico in toto del finanziamento delle materie sotto il loro controllo.

Solo rendendo evidente il rapporto tra tasse e servizi, tra soldi spesi ed effetti della spesa, gli amministratori possono essere effettivamente responsabilizzati e soggetti alla verifica dei rispettivi elettori. Di certo una delle maggiori ragioni dell’espansione incontrollata della spesa pubblica è la sostanziale indipendenza del flusso di spesa locale e di quello di approvvigionamento fiscale, che fa sì che i benefici dell’azione pubblica siano localizzati, mentre i relativi costi risultino distribuiti.
In questo scenario non c’è alcun interesse per gli amministratori ad una maggiore oculatezza ed anzi il successo di un politico locale coincide con la sua capacità di dirottare sul proprio territorio fondi pubblici dal calderone comune.

Passare ad una dimensione coerentemente devoluzionista vuol dire invece far sì che ogni spesa pubblica ricada dal punto di vista dei costi su quello stesso elettorato che ne beneficia: occorre cioè che ogni taglio alle spese locali si traduca in un risparmio fiscale per i contribuenti e che la maggiore capacità fiscale di un territorio non aumenti, in automatico, la capacità di spesa di una amministrazione. E’ evidente che un simile contesto può ridurre la prodigalità della classe politica innescando per ogni scelta pubblica considerazioni di trade-off immediatamente comprensibili dai cittadini.

Se fossero le popolazioni dei vari territori a dovere sostenere i costi delle rispettive istituzioni locali si potrebbe anche condurre a una virtuosa tendenza all’aggregazione tra comuni e province, nell’ottica di realizzare economie di costo – proprio il contrario di quanto avviene adesso, dove ogni piccola comunità desidera dotarsi di un presidio istituzionale con l’obiettivo di far meglio valere istanze redistributive a proprio favore. E’ proprio l’assetto centralista quindi che favorisce la proliferazione di istituzioni locali sprecone e parassitarie. In più una vera devoluzione di potere verso il basso consentirebbe di far scaturire dinamiche di “concorrenza istituzionale” tra le varie Regioni. Nei vari territori potrebbero emergere scelte diverse ed in competizione e gli effetti di un simile regime di concorrenza potrebbero essere molto positivi, tanto in materia economica, quanto sui temi civili.

E’ chiaro, ad esempio, che le varie amministrazioni sarebbero costrette a moderare la propria avidità fiscale per evitare che capitale e lavoro qualificato si spostino verso quelle aree del paese che applichino condizioni meno punitive. Lo stesso varrebbe per la legislazione sul lavoro. La presenza di eccessivi lacci e lacciuoli in certe Regioni farebbe spostare le imprese verso i territori che adottassero norme più liberali. Su un piano diverso la devoluzione amplierebbe similmente gli spazi di libertà personale, in quanto le politiche proibizioniste risultano davvero “efficaci” solo se è possibile imporle su un vasto territorio. Diventano invece tanto meno condizionanti, quanto più è realistica la possibilità per i cittadini di sottrarsi alla loro giurisdizione.

Già oggi la competizione tra istituzioni politiche è presente a livello inter-nazionale, ma i suoi effetti positivi sono spesso attenuati dalla presenza di alcune barriere de facto. In effetti la ricettività di best practices e success stories provenienti da altre nazioni è talora limitata, sia per la scarsa circolazione delle informazioni in ambito internazionale – si consideri che i principali media sono tutti tarati sulla dimensione nazionale – sia per la naturale diffidenza verso altri paesi ed altre culture. Le differenze linguistiche e culturali ci portano a sentirci ontologicamente diversi e ci rendono restii a mettere in discussione alcuni aspetti del nostro modello politico-sociale. Questo può indurci a ritenere lo status quo come l’unico equilibrio possibile nel nostro contesto ed a cullarci in una sorta di exception culturelle italiana.

Così anche la possibilità di “votare con i piedi” – di lasciare Roma per andare a Londra o a New York –  resta una scelta a disposizione solamente di élites culturali, ma nei fatti preclusa alla maggior parte della popolazione. Per questo solo calando la concorrenza istituzionale all’interno dello “spazio italofono” è possibile apprezzarne in modo compiuto i vantaggi.
Nei fatti la mobilità intra-nazionale risulta molto più frequente ed agevole della mobilità inter-nazionale e quindi a livello intra-nazionale risulta effettiva la possibilità del voting by feet. Similmente a livello intra-nazionale è più facile la circolazione di informazioni e di conseguenza l’osmosi di scelte politiche di successo. Insomma, il cittadino lombardo sarà più attento a quanto di buono o di cattivo si muove sulla scena politica veneta, di quanto non segua quella francese o slovena.

Per un piccolo imprenditore italiano sarebbe più semplice spostare i propri interessi verso un’altra Regione più business-oriented piuttosto che trasferirli all’estero. E per un omosessuale che intenda sposare il proprio compagno sarebbe più semplice ed economico spostarsi verso la progressista Emilia Romagna piuttosto che sostenere il costo di integrarsi in Belgio o in Olanda.
I dubbi legittimi sulla fisionomia che il federalismo “alla Calderoli” sta assumendo non devono in definitiva condurre, per reazione, ad una riscoperta delle dubbie virtù dello Stato centralista. Al contrario semmai devono spingere a contendere alla Lega Nord la stessa leadership della battaglia devoluzionista per orientarla nel senso di un federalismo liberale ed autenticamente competitivo.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

4 Responses to “Il federalismo funzionerà e farà risparmiare. Se sarà ‘competitivo’”

  1. Diego Menegon scrive:

    Bravo Marco! Condivido in toto. non basta la bandiera del federalismo, serve un vero federalismo, liberale e competitivo!

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