Settimo: non rubare! Sulle sfide dell’etica pubblica, quali sono le priorità della Chiesa?

– Incombono tempi in cui il nostro Paese sarà chiamato a gravi sacrifici per fronteggiare la crisi finanziaria che investe i bilanci pubblici di tutta Europa (per lo più guastati da colpevole insipienza). Che ciò succeda mentre la classe politica è delegittimata dai comportamenti troppo spregiudicati e disinvolti di alcuni suoi protagonisti, impone a tutti un dovere di maggiore responsabilità.

Non se ne uscirà additando al pubblico ludibrio qualche “presunto colpevole” e sacrificando qualche capro espiatorio. Occorre una riscossa dell’etica civile, a partire dal rispetto delle regole e della legge e dalla valorizzazione del merito più che delle “relazioni” come criterio per la promozione professionale.

Sul terreno dell’etica civile, va costruita una forte alleanza di tutti i cittadini, cattolici e laici, senza distinzione. “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” non è solo il presupposto evangelico della distinzione tra il potere temporale e il potere spirituale, ma è anche un invito alla “importante collaborazione tra istituzioni religiose e statali, tra associazioni umanitarie, singole imprese sociali e organizzazioni statali”, secondo le parole del Cardinal Martini.

Mi si permetta, date per acquisite le tante e pesanti travi negli occhi della società “laica”, di parlare anche delle pagliuzze che vedo negli occhi della Chiesa italiana, proprio sul fronte dell’etica e dell’educazione civile. Non mi riferisco alle vicende sulla corruzione della “cricca” degli appalti, che hanno lambito il Vaticano: questi, come altri in passato, devono essere valutati e giudicati come episodi di malcostume e di corruzione personale. Penso ai messaggi che provengono dalla Chiesa italiana.

La mia impressione (impressione?) è che la Chiesa abbia scelto di concentrare la sua azione più incisiva, anche in termini di pressione sul mondo politico, prioritariamente sui temi della bioetica e della morale sessuale. Forse sono un osservatore poco attento, ma a me è parso che i richiami più solenni al Parlamento – e ai parlamentari – siano moniti che riguardano unicamente quella piattaforma morale costituita dai cosiddetti “valori non negoziabili”: perché non si legiferi “contro la famiglia naturale”, cioè non si riconosca giuridicamente, le convivenze stabili al di fuori del vincolo matrimoniale, peggio se omosessuali (una tra “le insidie maggiori per il bene comune”); perché si agisca per sabotare la RU486 (e quindi non già per prevenire gli aborti, ma per imporre a donne e medici quello chirurgico); perché sia pregiudicata la possibilità di lasciare direttive vincolanti e anticipate di trattamento, in previsione di uno stato di incapacità; perché si pongano e si difendano vincoli al limite (e al di là) del ragionevole in materia di fecondazione assistita; perché non si favorisca e legittimi la contraccezione come scelta responsabile, specie tra i più giovani….

Potremmo continuare, ma ci fermiamo. Sono questioni, per altro, sulle quali altre confessioni cristiane esprimono posizioni assai diverse, quando non opposte, e convergenti con gli orientamenti prevalenti nella società.

La “predicazione politica” della Chiesa, dunque, è in larghissima parte centrata sulla morale della vita, della sessualità e del matrimonio e non su virtù – l’onestà, la dedizione, la sincerità, il rispetto, la dignità, il lavoro, l’impegno – che attengono alla dimensione comune della vita e delle relazioni sociali. Se nelle questioni dell’etica pubblica i valori morali, anzi questi specifici valori morali non negoziabili, sono considerati come le vere e indispensabili virtù civili è inevitabile che la “questione antropologica” diventi non solo il principale, ma di fatto l’unico tema qualificante dell’impegno politico dei cattolici.

Il risultato è quello di svalutare altre forme di impegno, per cui appare “più cristiano” il politico che si oppone al divorzio breve o al riconoscimento delle unioni gay di chi vive con coerenza di esempio e di testimonianza la propria fede. Sembra diventato più cristiano opporsi ai Pacs che non rubare, non mentire, non mancare ai doveri di giustizia. Da oltre Tevere suscitano più parole di riprovazione e di scandalo i politici che “attentano alla famiglia indissolubile fondata sul matrimonio” di quelli che degradano la vita pubblica fino ai confini – e spesso oltre i confini – del malaffare. Così la Chiesa, ”agenzia morale” per eccellenza nella società italiana, abdica al suo ruolo da protagonista per la crescita di un’etica civile, rispettata e condivisa, volta al bene comune.

Tra le tante, consideriamo due possibili obiezioni a queste considerazioni. La prima è che, semplicemente, ciò non risponda alla verità, ma ad una caricatura della “politica della Chiesa”. Può darsi che le mie osservazioni, pur scevre da malanimo e ostilità, pecchino di strabismo. Eppure credo siano in molti ad avere questa percezione, anche tra i fedeli. Abbiamo visto la durezza con cui vennero negati i funerali religiosi a Piergiorgio Welby: un gesto il cui impatto mediatico e simbolico, in quei giorni, non poteva certo sfuggire alla Chiesa, a cui non difetta la sapienza nelle strategie di comunicazione di massa. Abbiamo ascoltato giudizi di una durezza inusitata (il Cardinal Ruini parlò senza perifrasi di “assassinio”) nei confronti di Beppino Englaro che accompagnò alla morte la amata figlia Eluana dopo diciassette anni di coma vegetativo. Abbiamo osservato la risolutezza tetragona della Chiesa contro l’uso dei profilattici al fine di combattere la pandemia dell’Aids. La durezza e la voluta potenza politica di questi messaggi, mi pare proprio non accompagnino altri momenti del Magistero.

La seconda obiezione che prendiamo in considerazione è più di sostanza. Gli interpreti più accreditati della parola della Chiesa spiegano che questi (e non altri) siano i “valori non negoziabili” sui quali si fonda non solo la dottrina, ma la sostanza della fede cristiana. E aggiungono: la difesa di questi valori è altrettanto essenziale per la tenuta dei fondamenti culturali e civili della società occidentale. Rotto questo argine il degrado e il declino materialista finirebbero per perderci tutti quanti, credenti e no.

Sul primo punto – se questo sia l’ubi consistam del messaggio cristiano – non sta a chi non è un buon cristiano di giudicare. Ma, ad esempio, le parole del Cardinal Martini – che citiamo senza alcun intento strumentale e solo perché egli resta una figura di riferimento del cattolicesimo italiano – sulla morale sessuale appaiono di gran lunga meno drastiche di quelle che capita spesso di ascoltare: “La Chiesa può e deve richiamarsi alla Bibbia. La Bibbia limita in modo evidente i messaggi sulla sessualità. Di fronte all’adulterio traccia una linea netta. … La Bibbia è chiarissima anche riguardo alla violenza nei confronti delle donne. E’ vietata. Gesù pone al centro i bambini e tutti coloro che hanno bisogno di protezione. … A prescindere da queste nette linee tracciate dalla Bibbia, dobbiamo fare riferimento alla responsabilità personale e al discernimento degli spiriti”. Sull’omosessualità, poi, Martini esprime una posizione di grande prudenza, ricordando come altre confessioni che si rifanno alle Sacre Scritture esprimano posizioni di apertura all’amore fra persone dello stesso sesso.

Ma è il secondo punto – l’identificazione dell’occidente con “questa” dottrina cristiana –  che non ci convince affatto. L’occidente libero e liberale ha certo le sue radici culturali e storiche anche nel cristianesimo e nella sua idea di libertà e dignità umana, ma sarebbe storicamente infondato sostenere che quando la società europea si è mossa in direzioni diverse da quelle suggerite e imposte dal Magistero abbia indebolito la propria identità e la propria capacità di coesione e di inclusione.

A 150 anni dall’Unità d’Italia, è perfino inutile ricordare che sulle tesi del Sillabo è stata la Chiesa a dovere ricredersi ed emendarsi. Se poi parliamo dell’Occidente libero di oggi – e non di quello delle guerre di religione, dell’inquisizione, della colonizzazione, e della violenza politica totalitaria – penso che esso viva il tempo migliore per la promozione umana e per la libertà cristiana, molto più di quello in cui il “potere” era cristiano e dunque gli individui non erano davvero liberi di esserlo. Per questa libertà e non per la sua immoralità l’Occidente è nel mirino del fanatismo religioso islamista.

Credo che sia fuorviante affermare che divorzio, aborto legale, coppie gay o fecondazione eterologa siano una degenerazione destinata a far perdere di identità, di unità e di forza la società italiana  più che l’illegalità diffusa o la mancanza di un sentimento comune di appartenenza civile alla Repubblica, del cui destino siamo tutti artefici.

Nessuna persona libera e ragionevole chiederà mai alla Chiesa, di rinunciare al suo messaggio, alla predicazione, al proselitismo, ma questo uso dei temi bioetici e della morale sessuale possono al più nutrire il neo-confessionalismo politico, non divenire la comune frontiera della moralità civile del Paese.

Peraltro, appare sempre più evidente che la partita dei “valori non negoziabili” si gioca ormai pressoché interamente sul piano politico-legislativo e non su quello pastorale, come se la Chiesa, prendendo atto della sempre più evidente “disobbedienza cristiana” ai principi della morale sessuale e familiare, considerasse necessario ricorrere alla forza cogente della legge per surrogare la scarsa forza persuasiva della predicazione. Se si esclude il tema dell’aborto, che conserva una radicalità dolorosa e dirimente, sulla vita sessuale, sulla contraccezione, sull’omosessualità, sulla famiglia, sul divorzio e sulla libertà di cura si può infatti ragionevolmente ritenere che la maggioranza dei credenti non segua la Chiesa. E per lo più non la segue ritenendo di non venir meno ai doveri di una coscienza cristiana.

Riconosco e apprezzo in tutta la sua vitale importanza l’attività incessante e preziosa dei cattolici, dei sacerdoti e delle tantissime organizzazioni che attraverso il volontariato e una caritatevole presenza quotidiana animano e migliorano la vita di milioni di persone. Ma non è questa la voce che parla più alta e forte alla politica e al Paese.

La Chiesa italiana sceglie le sue priorità: nessuno può pensare di mettere in discussione questa piena libertà di azione e di parola. Il che significa, però, che delle azioni, delle parole e delle loro conseguenze possa essere chiamata altrettanto liberamente a rispondere.

Io credo che cattolici e laici abbiano oggi più ragioni di unione sul piano dell’etica civile che di divisione in uno scontro, che oggi rischia di divenire senza sbocco, sulla bioetica e la morale sessuale. Mi piacerebbe che su questo si potesse aprire un confronto appassionato, nel rispetto delle diverse posizioni e ragioni.

Pubblicato in contemporanea su Libertiamo.it e Ffwebmagazine.it


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

2 Responses to “Settimo: non rubare! Sulle sfide dell’etica pubblica, quali sono le priorità della Chiesa?”

  1. Luca Cesana scrive:

    due osservazioni , Benedetto:
    a) non mi pare che la tua valutazione pecchi di alcuno strabismo ma sia una fotografia della realtà
    b) l’identificazione della Chiesa come balurdo dell’Occidente debole e fragile che si contrappone alla potenza islamica è sostanzialmente alla base dell’ateismo devoto di Giuliano Ferrara e di altri suoi pessimi imitatori (le copie sono sempre peggiori dell’originale, vedi Pera ad esempio); è una tesi che ha un suo indubbio fascino ma che, oltre a prestare il fianco a facili strumentalizzazioni (e il caso della campagna contro l’aborto di stato imposto con la forza, di per sè sacrosanta, ne è prova esemplare essendosi presto mutata in una guerra alla 194), appare essa stessa debole e irrealistica, soprattutto in una fase in cui la Chiesa va perdendo le sue capacità aggregatrici

  2. stanislao filice scrive:

    Caro Onorevole non sarà che oggi come oggi anche per la chiesa risulta più “political correct” fare del moralismo e non parlare della morale?! forse oggi qualcuno percepisce immorale “agevolarsi” della e con la cosa pubblica?! come scritto sui muri del Centro direzionale di Napoli a pochi passi dal consiglio regionale “siamo stanchi di assistere a queste ruberie…da lontano vogliamo rubare anche noi!!!”. A presto

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