L’Angelus di ieri in piazza San Pietro ha consacrato l’unità della Chiesa attorno al Pontefice e contro la “persecuzione mediatica” che incalza le autorità vaticane e lo stesso Benedetto XVI sulla cosiddetta “questione pedofilia”.

Ratzinger ha promesso più trasparenza e più collaborazione con l’autorità giudiziaria di quante la Chiesa ne abbia mai offerte in passato, rispetto alla denuncia degli abusi contro i minori compiuti dagli ecclesiastici.

Occorre, evidentemente, riconoscerlo come un merito e come un fatto nuovo che segna una svolta rispetto al “segreto”, stabilito dal diritto canonico e coerentemente rispettato dagli ordinari episcopali e dal tribunale apostolico dell’ex Sant’Uffizio, a cui erano riservati i delitti “contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età”.

Benedetto XVI ha inoltre ammesso e quindi ufficialmente scoperchiato uno scandalo che segna profondamente la Chiesa, e da cui le gerarchie ecclesiastiche hanno negli scorsi anni tentato di difendersi negando, al di là del ragionevole, la rilevanza dei fatti e attribuendo le violenze denunciate alle congiure dei nemici della Chiesa (come se fossero solo i “nemici” a chiamare in causa la responsabilità omissiva di prelati e cardinali).

Se a gonfiare i numeri dello scandalo, nella lista degli abusi è finito di tutto, dalle violenze nei confronti di bambini settenni alle relazioni peccaminose ma libere che gli ecclesiastici intrecciavano con diciassettenni furbi e pronti in seguito a ricattarli, ciò si deve anche ad una strategia difensiva irragionevole.  Negare tutto, nascondere tutto, fino a fare esplodere il pentolone degli scandali e dell’indignazione.

Anche in questo, dunque, una svolta c’è stata. Tutt’altro che piccola o irrilevante, considerando che alla Chiesa “di prima” e alle sue decisioni sul “dossier pedofilia” Ratzinger non era stato né estraneo né indifferente e che molte delle decisioni da cui la Chiesa torna velocemente indietro portano, anche, la sua firma e la sua – certo non esclusiva – responsabilità.

Delle svolte di Ratzinger oltre che alla determinazione e ai ripensamenti dell’attuale Pontefice, qualche merito dovrebbe però riconoscersi alle campagne di stampa che in modo sincero o interessato, in buona o in cattiva fede, hanno reso insostenibile, innanzitutto dentro la Chiesa, il “regime del silenzio”.