pubblicato su Generazione Italia – Nei prossimi anni l’Europa soffrirà i dolori provocati dalla lievitazione dei debiti sovrani prodottasi nell’ultimo biennio. Anche in virtù del recente piano di ‘salvataggio’ (che garantisce il debito reale con ulteriore debito potenziale), crescerà inevitabilmente il rischio di credito, e quindi i tassi d’interesse, con effetti frenanti per la ripresa economica. Per il bilancio pubblico italiano è davvero una cattiva notizia: già condizionato dall’aumento dell’età media della popolazione – che fa salire strutturalmente la spesa sanitaria e pensionistica – l’aumento della spesa per interessi restringerà i margini per una politica economica di rilancio della crescita. E’ quindi inevitabile che la priorità italiana sia la riduzione dello stock di debito.

In tale scenario il primo decreto attuativo del federalismo fiscale – la devoluzione a regioni ed enti locali di una porzione del patrimonio statale – solleva più di un dubbio. Anzitutto la tempistica: non era forse il caso di anteporre al cosiddetto ‘federalismo demaniale’ quel piano – ideato da Tremonti e presente nel programma elettorale del PdL – di cessione al mercato di quella parte di patrimonio pubblico più facilmente valorizzabile e non strategica per lo Stato?

Il passaggio parlamentare dello schema del decreto legislativo ha certamente posto un vincolo importante, come ricorda oggi il viceministro Vegas in un’intervista a Il Giornale: gli introiti dell’eventuale vendita da parte di regioni ed enti locali dei beni patrimoniali ricevuti dallo Stato dovranno essere destinati alla riduzione del debito statale e locale. Tuttavia l’incentivo a farlo rischia di essere basso: da un lato, il debito statale non è percepito dagli amministratori locali come ‘proprio’, ma come ‘altrui’, distribuito tra tutti e quindi di nessuno; dall’altro, i ripetuti ripiani dei debiti sanitari regionali e dei buchi comunali (vedi i casi di Roma e Catania) hanno consolidato la convinzione che, in caso di malagestione locale, lo Stato prima o poi interverrà con proprie risorse.

Già oggi circa due terzi del patrimonio della Repubblica è rappresentato da cespiti in mano a regioni ed enti locali: pensiamo anzitutto al valore delle società di servizi pubbliche (per le quali, alla direzione nazionale del PdL, Gianfranco Fini ha chiesto un piano di privatizzazione). E tuttavia non pare esserci alcun sincero intento di dismissione da parte degli enti territoriali, tanto meno di quelli più indebitati. Perché mai ora dovrebbero cambiare atteggiamento?

I mercati oggi prestano particolare attenzione alla solvibilità italiana ed un equilibrio tanto asimmetrico tra passivo e attivo pubblico (il primo essenzialmente in mano allo Stato, il secondo agli enti territoriali guidati da amministratori deresponsabilizzati) rischia di essere decodificato dagli analisti come un indebolimento della credibilità dell’impegno italiano alla riduzione del debito.

Come recentemente sottolineato da Carlo Lottieri dell’IBL, il punto debole è la sostanziale gratuità di questa cessione di patrimonio a regioni, province e comuni. Sarebbe stato opportuno immaginare che questi, in cambio dell’attribuzione di una caserma o di una miniera, si accollassero pro quota la spesa per interessi sul debito statale (questo sì sarebbe un incentivo all’alienazione: gli enti si ritroverebbero il risparmio sugli interessi nei propri bilanci).

C’è ancora tempo, se si ha la volontà politica, per affiancare il piano di devoluzione del patrimonio con una parallela devoluzione agli amministratori locali della piena responsabilità gestionale: lo Stato non può continuare a fare da prestatore di ultima istanza a vantaggio di chi detiene gran parte dell’attivo pubblico. Alla voce ‘vero federalismo’, si guardi quanto severe sono le norme USA in materia di fallimento degli enti locali.

Prima di devolvere patrimonio pubblico, insomma, è bene progettare soluzioni credibili per gli enti in dissesto finanziario, con sanzioni severe per gli amministratori quale l’interdizione dai pubblici uffici e piani obbligatori di ristrutturazione, che prevedano la vendita degli asset non essenziali e persino la riduzione del costo del personale.

Se il buon giorno si vede dal mattino, e l’attuazione del federalismo fiscale da questo primo decreto legislativo, il futuro appare nuvoloso. Il federalismo è un sistema istituzionale efficiente perché coniuga autonomia e responsabilità. La prima senza la seconda determina squilibri sistemici molto forti. Accade quando si pensa che federalismo significhi attribuire alle regioni il gettito delle imposte statali, prendendo i soldi ma non la responsabilità economica e politica dell’imposizione fiscale. E accade quando si pensa che il federalismo sia la spartizione tra i territori del patrimonio statale, a mo’ di bottino, senza la contestuale responsabilità di finanza pubblica.