Cure palliative: fatta la legge, non si trovi l’inganno

Il 9 marzo scorso la Camera ha approvato all’unanimità la legge n. 38, sulle cure palliative e sulle terapie del dolore. Con 476 voti a favore e due astensioni, la normativa è passata con un accordo quasi totale tra maggioranza ed opposizione, dopo un iter non facile disseminato di accuse reciproche e ostruzionismo.

La legge, che permetterà fra le altre cose un più facile accesso ai farmaci oppioidi e la creazione di reti di strutture che permettano di somministrare le cure sul territorio, ha impiegato sei mesi dal primo sì di Montecitorio prima di essere approvata definitivamente. Il si bipartisan ottenuto in Parlamento migliorerà la qualità della vita di oltre 250mila malati in Italia, fra cui 11mila bambini. Proprio quest’ultimo punto è particolarmente innovativo, visto che è la prima volta in Europa che i bambini avranno diritto a questo tipo di terapie.

Come già riportato in precedenza su Libertiamo.it l’introduzione di questa legge garantirà le cure non solo a scopo di guarigione, ma di “terapia del dolore”, integrando così pienamente il concetto del diritto alla salute.

Sono definite cure palliative l’insieme degli interventi finalizzati al benessere dei malati terminali, che non rispondono a terapie specifiche e vanno accompagnati dignitosamente alla morte. “Le terapie del dolore sono, più in generale, quelle applicate alle forme morbose croniche, per alleviare e controllare gli stati algici, non solo nei pazienti terminali. L’obiettivo della legge è quello di aiutare i pazienti a difendere il più possibile la qualità della vita residua e di migliorare le condizioni di vita, sia in senso personale sia in senso sociale, di quanti sono affetti da patologie che comportano dolore cronico”.

Questa legge ha il merito di concepire e affrontare il tema del dolore quale parte integrante e irrinunciabile del percorso terapeutico di un paziente. Con essa viene finalmente superato una sorta di tabù culturale che vedeva fino a ieri strettamente legati vita/morte e dolore.
Essa cambia dunque le prospettive sia per i malati che per i medici che per gli ospedali, mirando non solo a garantire una morte dignitosa ai malati terminali, ma soprattutto un’esistenza soddisfacente a chi soffre di patologie croniche il cui dolore pregiudica un livello decoroso di vita. E’ una condizione, questa, che interessa un italiano su quattro; vale a dire che nel nostro Paese oltre 14 milioni di persone sono affette da dolore cronico non oncologico con gravi ricadute sulla qualità di vita, oltre che economiche, visto che in molti casi riguarda persone giovani in età lavorativa.

Inoltre la norma estende la terapia del dolore a tutti i pazienti che entrano in ospedale, dalla fase diagnostica al dolore post operatorio.

Si pongono però, a questo punto, problemi di ordine pratico legati alla necessità di aggiornare in fretta il personale e le strutture sanitarie destinati a darvi applicazione concreta.

Il Ministero dovrà infatti promuovere l’attivazione e l’integrazione di due reti, quella della terapia del dolore e l’altra delle cure palliative, che garantiranno ai pazienti risposte assistenziali su base regionale e in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Su proposta del Ministro della salute, in sede di Conferenza permanente Stato-Regioni, vengono definiti i requisiti minimi e le modalità organizzative necessari per l’accreditamento delle strutture di assistenza ai malati in fase terminale e delle unità di cure palliative e della terapia del dolore domiciliari presenti in ciascuna regione.

Ciò comporta, a cascata, che a breve dovranno pure essere individuati i criteri per l’istituzione di master e specifici percorsi formativi e di aggiornamento in materia di cure palliative e di terapia del dolore, affidando altresì alle Regioni il compito di individuare le figure professionali con specifiche competenze ed esperienza nel campo.
Infine, un enorme passo in avanti viene compiuto verso l’apertura ai farmaci oppiacei, importanti per malattie degenerative come la Sla, che da sempre in Italia sono stati guardati con sospetto, alimentando un proibizionismo culturale prima che normativo. Con la legge 38/2010 infatti, viene semplificata la prescrizione dei farmaci oppiacei non iniettabili: ai medici del Servizio sanitario nazionale sarà consentito prescrivere tale classe di farmaci non più su ricettari speciali, ma utilizzando il semplice ricettario del Servizio sanitario nazionale (non più quello in triplice copia).

Su questo punto però, al di là della legge varata, la discussione almeno in Italia è ancora in alto mare. E’ di pochi giorni fa infatti la notizia che la cannabis potrebbe rivelarsi il migliore farmaco contro la Sla. A rivelarlo sono stati i ricercatori della School of Medicine dell’università di Washington in uno studio pubblicato sulla rivista scientifica American Journal of Hospice and Palliative Care.

Ci auguriamo perciò che la norma possa fungere da grimaldello per aprire la cultura e la sensibilità del paese a certi temi di alto profilo civile e morale, e che intanto il Governo e soprattutto le Regioni facciano la loro parte il più velocemente possibile, aggiornando e tenendo il passo con le innovazioni e i cambiamenti che questa legge comporta.

Perché per una volta non si tratta solo di applicare una norma (tra l’altro bipartisan) ma di migliorare la qualità della vita di molti cittadini che vivono in condizioni difficili e di sofferenza.


Autore: Simona Nazzaro

Nata a Roma nel 1980. Laureata in Scienze della Comunicazione, a La Sapienza, ha curato le campagne politiche e di comunicazione dell’Associazione Luca Coscioni. Collabora con diversi settimanali e quotidiani. La sua grande passione è il basket, e da anni concilia questa con il lavoro: conduce infatti una trasmissione radiofonica di approfondimento sportivo.

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