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Caso Gugliotta: sono queste le città più sicure?

E adesso per la strada la gente è come un fiume
il Terzo Reparto Celere controlla
‘Non c’è nessun motivo di essere nervosi’
mi dicono agitando i loro sfollagente
E io dico ‘Non può essere vero’
E loro dicono ‘Non è più vero niente’

(F. De Gregori, “Cercando un altro Egitto”)

Chiediamo chiarezza. Non chiediamo giustizia, non chiediamo verità, perché sono parole grandi e belle, ma vaghe, parole a cui ognuno può attribuire il significato che preferisce: parole troppo difficili e troppo semplici allo stesso tempo. Sulla vicenda Gugliotta, da queste pagine, invochiamo semplicemente chiarezza. Ci sono molti punti oscuri nel caso di un ragazzo che, nella serata di mercoledì 5 maggio, mentre andava in motorino nel quartiere Flaminio di Roma, è stato attorniato da un nutrito gruppo di poliziotti in assetto antisommossa che non gli hanno risparmiato colpi.

Un testimone, da un palazzo vicino, ha ripreso la scena con un telefonino e ha trasmesso il filmato al programma televisivo “Chi l’ha visto”, che l’ha mandato in onda diffondendolo così a livello nazionale. Il video è piuttosto sfocato: la chiarezza sembra latitare fin dai primi istanti di questo caso, che proseguirà poi col giovane tenuto nel penitenziario di Regina Coeli per una settimana, in regime di carcere preventivo, insieme ad altre sette persone arrestate quella notte.

A questo punto, qualche riga di spiegazione è doverosa.
Qualche lettore, infatti, si chiederà “Ma che ci facevano tutti quei poliziotti in giro per la capitale, in una tranquilla sera di maggio?” Non sa, l’ingenuo, che il 5 maggio 2010 allo stadio Olimpico di Roma si giocava la finale di Coppa Italia della Roma contro l’Inter, poi vinta dalla squadra milanese; non sa che, in occasioni del genere, i dintorni di uno stadio importante sono presidiati dalle forze dell’ordine che tentano, come possono, di far fronte a centinaia di ultras scatenati e potenzialmente violenti.
Ecco perché quella sera, nei dintorni dello stadio Olimpico, e dunque anche nel quartiere Flaminio, la legalità era sostanzialmente sospesa. Ecco perché quella sera Gugliotta si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, vestito inoltre nel modo sbagliato: la polizia infatti dichiara che pochi minuti prima, a duecento metri da lì, un uomo che indossava una giacca rossa molto simile alla sua aveva partecipato all’aggressione di alcuni agenti.

Le testimonianze di amici e vicini, comunque, difendono il giovane dall’accusa di aver partecipato agli scontri; d’altronde però, come si nota anche dal video, Gugliotta non aveva il casco, motivazione, se vogliamo, plausibile perché la polizia lo fermasse. Certamente, ai modi bruschi del poliziotto che lo ha fermato, ha tentato di resistere con modi parimenti bruschi, ma altrettanto certamente è stato aggredito, lui disarmato e seduto sul motorino, da almeno una decina di agenti armati, che lo hanno poi sbattuto in carcere senza tanti complimenti. E’ stato affermato che il giovane aveva precedenti penali, cosa che il suo avvocato peraltro ha negato: anche se si rivelasse vera, comunque, non sarebbe certo una scusante per il trattamento da lui ricevuto in quest’occasione.

L’agente che nel video sferra il primo pugno a Gugliotta è stato iscritto nel registro degli indagati per lesioni personali aggravate; il capo della Polizia si è scusato per l’accaduto, non nominando mai il giovane e definendo “riprovevoli, anche se fisiologici” degli “eccessi” come questi, “che” specifica “andremo a sanzionare”. Gugliotta è stato scarcerato, ma non decade per lui l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale.

Come scrivevamo sopra, altri sette uomini sono stati arrestati quella sera: ognuno ha una storia diversa, ma dai racconti dei familiari di alcuni si ricava, anche qui, una fortissima impressione di “posto sbagliato, momento sbagliato”.
Due di loro sono studenti abruzzesi fuorisede, neanche ventenni, peraltro tifosi della Juventus: erano andati allo stadio perché volevano vedere la finale dal vivo, sono stati arrestati nel momento in cui hanno raccolto da terra un’asta da bandiera, con l’intenzione, dicono, di usarla per appendere il tricolore ai prossimi Mondiali. Ieri, dopo nove giorni dal fatto, il GIP di Roma ha concesso a entrambi, bontà sua, gli arresti domiciliari; altre cinque persone che si dichiarano innocenti, che forse sono senza soldi per pagare un avvocato, che forse non hanno una famiglia che le difenda, che di certo non hanno la fortuna di avere un video che le scagioni, rimangono in carcere.

E’ lodevole che un senatore dell’Italia dei Valori abbia preso a cuore il caso, è meno lodevole il fatto che il suo partito (come peraltro, dall’altra parte, la Lega Nord) in molte occasioni trovi preferibile lasciare da parte il garantismo ed agitare il sempreverde motto “In galera!”. Certo, è facile invocare misure speciali, trattamenti duri, nessuna pietà, giustizia e punizioni contro gli altri, i diversi, i cattivi: è facile finché ci si crede immuni dalla giustizia degli uomini e dai suoi umanissimi errori.
Ma arriva, e può arrivare in qualunque momento, un punto in cui l’altro, il diverso, il cattivo, per errore altrui o per nostra leggerezza, diventiamo noi. La legge è uguale per tutti sia quando indovina che quando sbaglia, e non conviene a nessuno sperare in un inasprimento di leggi che già esistono, che già prevedono misure abbastanza dure e che basterebbe riuscire ad applicare così come sono, nei casi di reale necessità.

“Ma io sono un cittadino modello, una persona perbene, io sono pulito, sono gli altri che imbrogliano, che rubano, che corrompono!” Oh sì, vaglielo a spiegare, al poliziotto che sta resistendo da ore a una massa di scalmanati e ti ferma perché hai la stessa giacca e la stessa corporatura di quello che gli ha appena tirato una grossa pietra. Magari cerca di spiegarglielo prima che ti faccia saltare un dente, però, così riesci ad articolare meglio. E, dopo quest’esperienza, leggi speciali o no, vediamo se hai ancora voglia di gridare “In galera!”

A parte il sarcasmo, le domande da fare sarebbero tante. Tanto per cominciare, non sarebbe stato meglio se la partita in questione, per il rischio rappresentato dai tifosi fuori controllo, fosse stata giocata a porte chiuse? E’ lecito sospettare che questo non sia stato fatto anche perché altrimenti i suddetti tifosi, pericolosi e ben organizzati, avrebbero potuto mettere a ferro e a fuoco alcune zone della città, come d’altronde è già successo in altre occasioni?

Cosa si pensava di risolvere, poi, arrestando, senza un criterio chiaro, otto persone? Viene automaticamente da pensare ai “quattro disgraziati, impiccati come capi del tumulto” citati da Manzoni ne I Promessi Sposi, nel capitolo che descrive le conseguenze dei tumulti di Milano.
Oggi come allora, la massa impazzisce, le forze dell’ordine sono impotenti a controllarla; succede dunque (“casi riprovevoli anche se fisiologici”, dice Manganelli) che la loro forza si rivolga contro i deboli, contro gli isolati, spesso, come nel caso di Gugliotta – e come, per riprendere la citazione manzoniana, nel caso di Renzo Tramaglino -, contro il primo che passa e che commette un’imprudenza.

Perché Gugliotta passava di là? Perché De Gregorio e Carnesale, i due studenti abruzzesi, si sono fermati a raccogliere da terra un bastone di plastica? Perché gli altri arrestati si trovavano in quella zona? Non pretendiamo certo di saper rispondere con sicurezza a queste domande, ma, da garantisti, crediamo che quelle persone, magari ingenuamente, ritenessero di trovarsi in uno stato di diritto, in un Paese dove la guerriglia non è realtà quotidiana, in una delle “città più sicure” di cui molte forze politiche si riempiono la bocca durante le campagne elettorali. In un luogo, insomma, dove raccogliere un’asta da terra o andare in motorino lungo la via in cui si abita non sono azioni che portano all’arresto e/o al pestaggio, in una città in pace e non in una zona di guerra dove un movimento brusco può portare gravissime conseguenze.

Quanto ci sarebbe voluto per scarcerare Gugliotta, senza quel video mostrato in diretta nazionale, e quanto tempo ci vorrà prima che la carcerazione preventiva degli altri sette abbia fine? Quante probabilità ci sono che tra mesi, tra anni, tra il tempo che servirà perché l’arrugginita macchina della giustizia italiana chiuda il caso, qualcuno si ricordi ancora di quest’ennesima pagina non proprio brillante della nostra storia?
Domande, forse, destinate a rimanere senza risposta. Domande che riguardano non solo gli otto malcapitati del 5 maggio, ma tutti noi, che un domani potremmo trovarci in una situazione simile senza averlo minimamente previsto e senza quindi avere alcuno strumento per difenderci.

Esistono, nel 2010, nella nostra società, gruppi minacciosi di violenti che non si riescono a controllare e a cui viene permesso di radunarsi in uno stadio ogni domenica? Esistono situazioni di pericolo e di potenziale guerriglia all’uscita da ogni partita di calcio? Esiste la possibilità che, attorno agli stadi, si creino zone in cui diventa sistematicamente pericoloso andare in giro perché, ammesso e non concesso che si riesca a sfuggire agli ultras, la polizia compie arresti più o meno casuali?

Ecco. Noi siamo ottimisti, siamo sorridenti e siamo fiduciosi, per carità, lanciamo lietamente il cuore oltre l’ostacolo. Però, se le cose stanno così, gradiremmo saperlo, perché, a dar retta alla retorica delle “città più sicure”, si rischia di venir colti appena un po’ impreparati quando ci si trova sotto casa gente che lancia bombe carta e sassi contro la polizia, e poliziotti in balìa degli eventi che reagiscono con la violenza. Gradiremmo sapere precisamente in quali orari, in quali giorni si prevede che le noiose “città più sicure” lascino il posto alle emozioni della guerriglia urbana. Non per altro, ma così almeno, se in quegli orari vediamo un’asta portabandiera per terra, la lasciamo dov’è, anziché raccoglierla e venire per questo arrestati.

Gradiremmo, in breve, un po’ di chiarezza sulla reale situazione delle nostre città, e magari, se non è troppo disturbo, qualche rassicurazione sulle modalità operative di chi dovrebbe, in quelle città, mantenere l’ordine senza uscire dai confini della legalità e dello stato di diritto.
Chiarezza su questa vicenda, su tante altre, su un’Italia di cui, nostro malgrado, ci sentiamo sempre meno cittadini e sempre più sudditi.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

2 Responses to “Caso Gugliotta: sono queste le città più sicure?”

  1. Lucio scrive:

    L’abuso di legge è come la morte, ci si illude sempre che ad averci a che fare saranno solo gli altri.complimenti per l’ottimo articolo.

  2. Luca Cesana scrive:

    ottimo Marianna!

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