– Un aspetto poco discusso della crisi è il suo impatto sull’occupazione. In questo articolo presentiamo alcuni dati che mettono in relazione l’andamento del Prodotto Interno Lordo e il numero degli occupati nei paesi OCSE tra il luglio 2008 e il dicembre 2009. Rispetto ai suoi partner internazionali, l’Italia ha avuto una forte caduta del PIL accompagnata però da una contenuta riduzione della forza lavoro occupata: a ben guardare, la regolamentazione del mercato del lavoro sembra aver attutito l’impatto della crisi sull’occupazione. E’ un bene o un male?

Anzitutto una premessa. Come spiega il grafico 1, la relazione tra le variazioni della dimensione della forza lavoro impiegata e l’andamento del PIL non è uno-a-uno: se il PIL cala dell’uno per cento, l’occupazione tende a ridursi meno che proporzionalmente, meno dell’uno per cento. Questo perché il lavoro è solo uno degli input del processo di produzione (c’è anche il capitale) e perché gli “aggiustamenti” sono possibili anche a parità di utilizzo e produttività dei fattori, quando la remunerazione degli stessi (salari e profitti) scende.

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Esistono sostanzialmente due modi di assicurare i lavoratori contro il rischio di perdita di lavoro: in un primo modello (chiamato nella letteratura economica “employment protection”, protezione dell’occupazione) si rende il licenziamento molto costoso per l’azienza. Questo è il caso (in larga parte) dell’Italia; si pensi ad esempio all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
In un secondo modello (chiamato nella letteratura “unemployment insurance”, assicurazione dalla disoccupazione) il governo non interferisce con le decisioni delle aziende ma garantisce al lavoratore una indennità di disoccupazione, una fonte di reddito che temporaneamente si sostituisca al salario perduto mentre si cerca un nuovo posto di lavoro. Questo è il modello adottato ad esempio nei paesi anglosassoni.

Il grafico 2 mostra la relazione tra la parte di variazione in occupazione non associata alla caduta nel PIL e una misura OCSE di protezione dell’occupazione in ogni paese. La prima variabile ci dice quanta parte della caduta in occupazione non viene spiegata dalla caduta nel PIL; nel grafico 1 infatti abbiamo visto che i paesi non si trovano esattamente sulla retta di regressione (che ci dice in media quanto l’occupazione di ogni paese si sarebbe dovuta ridurre data la riduzione nel PIL di quel paese)  ma si discostano, alcuni sono sopra la media altri sotto. Nel grafico 2 controlliamo se ci sia una relazione sistematica tra questi scostamenti e l’indice di employment protection. I risultati suggeriscono che i paesi con leggi più restrittive sui licenziamenti sperimentano riduzioni minori di occupazione. Banalmente le leggi su employment protection servono al loro scopo.

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La domanda a questo punto però è: limitare la capacità delle aziende di riaggiustare i propri processi produttivi durante una crisi economica è un bene o un male? Al solito vi sono costi e benefici. Anzitutto quando un lavoratore perde il proprio posto di lavoro vi sono dei costi: non solo ovvi costi psicologici ma anche una perdita di capitale umano del lavoratore stesso e una perdita di produttività nell’economia data dalla rottura di un rapporto di lavoro su cui sia l’impresa sia il lavoratore avevano investito. In caso poi di licenziamenti di massa concentrati in un particolare territorio, vi è un calo dei consumi che potrebbe impattare negativamente l’economia locale.

Quali sono i benefici, invece? Il principale beneficio è dato dalla riorganizzazione della forza lavoro. Le crisi solitamente mettono in evidenza le debolezze di alcune imprese o di alcuni settori; l’effetto è così quello di far chiudere o ridurre la dimensione delle imprese e dei settori meno efficienti dell’economia. Se il lavoro viene lasciato libero di (o meglio incentivato a) muoversi da settori o imprese meno produttive verso quelli più produttivi, l’economia nel complesso ne riceve un grande beneficio. Impedire questo processo di ri-allocazione delle risorse produttive danneggia l’economia nel lungo periodo: lo spiegava Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera.

Da parte nostra, abbiamo recentemente segnalato uno studio sull’effetto positivo di programmi di riqualificazione del lavoro.
Un costo nascosto dell’employment protection è dato poi dalla distorsione delle decisioni delle imprese di assumere nuovi lavoratori: in soldoni, la famosa trappola dell’articolo 18. Se un imprenditore sa che licenziare un lavoratore sarà praticamente impossibile una volta assunto, sarà più restio a fare tale assunzione. Preferirà a quel punto assumere molti lavoratori a tempo determinato perché questo garantisce una maggiore flessibilità in caso di recessione. È importante sottolineare che questa è una perdita per tutti: per le imprese che si trovano con lavoratori su cui non possono investire in capitale umano, per i lavoratori che non accumulano capitale umano e per l’economia in generale che si trova con una forza lavoro meno preparata e meno produttiva.

Per una trattazione più ampia si rimanda all’articolo di Asoni e Monte su Idee Marginali