E dopo il vertice UE serve una buona azione di governo

pubblicato anche su Generazione Italia – Una montagna di 500 miliardi di euro, più altri 250 del FMI ed in aggiunta ai 110 miliardi stanziati per la Grecia, per difendere l’euro e i paesi dell’area più esposti alla diffidenza dei mercati ed alla speculazione (la quale, va detto, non aveva “creato” il problema, ma lanciato un allarme per una situazione che diveniva insostenibile giorno dopo giorno).

Il drammatico vertice notturno si è concluso nel migliore dei modi possibili, peraltro con un fattivo contributo del governo italiano.
Per la politica europea, l’esito del vertice è stata una dimostrazione di unità, nella fase più critica degli ultimi decenni. Ma tutti sappiamo che la soluzione trovata serve essenzialmente a prendere tempo: trasformare il debito greco (o portoghese, o spagnolo) nel debito potenziale di tutta Europa non riduce, anzi nel medio periodo aumenta, l’esposizione totale dell’area euro. La ragione per farlo, allora, è una sola: mostrare ai mercati le spalle larghe e offrire la credibilità politica dell’Europa per un robusto piano di risanamento fiscale dei singoli paesi e di consolidamento dei meccanismi di funzionamento dell’unione monetaria.

Il cuore mitteleuropeo dell’Unione ha offerto ai paesi del Sud un’altra linea di credito, politico prima ancora che finanziario, dopo quella concessa con l’adesione all’euro. Se la Grecia, ma anche e soprattutto la Spagna, il Portogallo e gli altri paesi a rischio, non dovessero rispettare gli impegni, la fine dell’esperienza dell’euro come moneta comune dell’intero continente sarebbe inevitabile. E, a quel punto, quasi auspicabile.

Implicita nel piano di salvataggio c’è una promessa che i governi europei fanno all’opinione pubblica ed ai mercati: da subito coniugare il rigore finanziario con le riforme necessarie a ritrovare la competitività e la crescita. Non sono parole nuove: il patto di Maastricht non prevedeva nulla di diverso. Questo non era affatto “stupido” e fondava l’Unione Economica e Monetaria su impegni precisi di finanza pubblica. I limiti al deficit e al debito in percentuale sul PIL erano stati stabiliti con una qualche dose di arbitrarietà e forse avendo in mente economie in continua crescita, ma rispondevano ad una logica: assicurare la stabile costruzione di un’area con la stessa moneta e un unico grande libero mercato, ma politiche economiche indipendenti, anche in concorrenza virtuosa tra loro. La politica dei Governi in questi anni ha preteso di superare, nei fatti, il trattato di Maastricht senza sostituirlo con nulla di nuovo, né in termini di regole (più o meno flessibili, ma da rispettare), né in termini di strumenti e strategie politiche. Questo vuoto, speriamo, lo si è cominciato a riempire con le decisioni di domenica notte.

Per un paese come l’Italia, che da un decennio abbondante sperimenta un tasso di crescita di poco superiore allo zero, l’accordo dell’altra notte diventa una scommessa cui si lega il destino dell’attuale classe politica. Numeri alla mano, Berlusconi e Tremonti hanno affrontato il vertice europeo con la consapevolezza di aver avuto nell’ultimo biennio un comportamento molto virtuoso. Mentre molti paesi (sicuramente la Francia, la Germania ed il Regno Unito) hanno reagito alla recessione economica con massicci piani di stimolo fiscale, gonfiando la bolla del debito pubblico di cui oggi subiamo gli effetti, il governo italiano teneva dritta la barra sulla difesa dei conti pubblici. Così facendo, respingeva con responsabilità politica le sirene che invocavano misure di deficit spending, che avrebbero lasciato nuovo debito senza incidere sulla crescita in modo apprezzabile.

Ma a maggior ragione dopo l’accordo dei giorni scorsi,  ritrovare il sentiero della crescita, anche affrontando sacrifici, è oggi una irrinunciabile priorità per il nostro paese.
L’Italia, che non è la Grecia, resta un paese con una economia reale ancora ricca di eccellenze assolute, che vanno valorizzate e incentivate. Lo Stato non può decretare la crescita, ma la può e la deve favorire. Come? A mo’ di esempio e senza pretesa di esaustività, si può ricominciare ad elencare alcuni dei “soliti” obiettivi di una buona politica liberale.

Anzitutto, c’è da mettere in cantiere il progetto tremontiano di valorizzazione e cessione del patrimonio pubblico, per ridurre lo stock di debito del paese e destinare la minore spesa per interessi alla riduzione della pressione fiscale. Patrimonio immobliare in primo luogo, che costa e non rende; ma anche partecipazioni locali e nazionali in società aperte al mercato: pensiamo alla Rai, il cui destino da carrozzone di Stato preda dell’ingordigia irresponsabile dei partiti – tutti – è inscritto nel triste solco tracciato dall’Alitalia.
Vanno combattute le rendite, prima tra tutte quella degli evasori fiscali non aumentando gli adempimenti, quanto i controlli.
Bisogna tornare a parlare di apertura dei mercati, di liberalizzazioni e concorrenza, di una politica di attrazione dei talenti stranieri nel nostro paese, in particolare per la ricerca e le nuove tecnologie.

Ancora, nelle maglie del bilancio pubblico è certamente possibile individuare sacche di spesa inefficiente, a partire dallo snellimento dell’organizzazione statale e territoriale della Repubblica, fino ad una nuova politica del pubblico impiego che colleghi – lo chiede anche la Corte dei Conti – la dinamica salariale alla produttività.
E’ fondamentale, per dare dinamismo all’occupazione e valorizzare il capitale umano, un riequilibrio del welfare che trasli risorse dalla previdenza agli ammortizzatori sociali e alla spesa per la povertà e le famiglie: messa in altri termini, possiamo ancora moralmente permetterci pensionati 59enni o 60enni (lavoratori con le migliori carriere professionali), quando la Germania – che si carica sulle spalle il peso della crisi dell’area euro – le soglie pensionistiche sono più alte di almeno un quinquennio?
La spesa per pensioni di invalidità ed accompagnamento è esplosa in modo abnorme negli ultimi anni determinando nel migliore delle ipotesi un welfare inefficiente e sconclusionato, nella peggiore (la più probabile) uno spreco colossale di risorse che non possiamo permetterci.

Un cambio di rotta rispetto agli ultimi due anni? Non è questo in discussione, quanto, semmai, la naturale evoluzione di una buona azione di governo.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

4 Responses to “E dopo il vertice UE serve una buona azione di governo”

  1. Complimenti, sottoscrivo in pieno ogni parola scritta. Ottima analisi!

  2. Ferro Emilio scrive:

    Come sempre le sue analisi sono precise, puntuali e pienamente condivisibili.
    Complimenti

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] This post was mentioned on Twitter by Camelot. Camelot said: E dopo il vertice UE serve una buona azione di governo http://ow.ly/1KEM1 […]

  2. […] L’essenziale è che questa telenovela finisca presto, perché abbiamo altro – e di più importante – di cui occuparci. […]