Quando l’immigrazione è conflitto tra culture

– L’arresto pochi giorni fa di un padre magrebino in Puglia per maltrattamenti nei confronti dei figli troppo “occidentalizzati” ripropone, sulla scia di fatti analoghi verificatisi nei mesi scorsi, la questione dell’immigrazione vista anche come momento di contatto e di conflitto tra culture diverse.
L’immigrazione in Italia è in larga prevalenza determinata da fattori economici, cioè dalla prospettiva di trovare nello Stivale un lavoro e migliori condizioni di vita. Questo è vero, in particolar modo, per chi proviene da paesi significativamente più poveri del nostro.

Dunque, nella maggior parte dei casi, la ragione primaria che porta a trasferirsi oggi in Italia non è l’adesione alla cultura ed ai valori del nostro paese. Non è, tanto per intenderci, il sentimento del ricco inglese che sceglie di passare la vecchiaia in Toscana o dell’ebreo che fa “alyah”, né quello dell’esule istriano che voleva restare italiano o del tedesco dell’Est che che fuggiva all’Ovest.
Questo non vuol dire, certo, che l’immigrazione motivata da ragioni economiche debba essere considerata di per sé meno nobile o meno dignitosa: anzi, la scelta di muoversi per andare a vivere lontano è una scelta coraggiosa, a suo modo “imprenditoriale” ed in molti casi preferibile alla mera attesa che sia il lavoro a spostarsi ed a materializzarsi nel paese o magari nella città natale.

Tuttavia chi legittimamente varca le frontiere per trovare un lavoro altrove non può esimersi dall’adeguarsi al sistema normativo e culturale del paese ospitante.
In primo luogo è necessario che l’immigrato che arriva in Italia accetti completamente il framework legale del nostro paese e di conseguenza rispetti le leggi scritte.

In questo senso non è pensabile alcuna tolleranza nei confronti di atti violenti ed aggressivi, pena il venir meno di alcuni capisaldi della nostra società. Non si dovrà abbassare la guardia contro la violenza domestica, contro le mutilazioni genitali femminili, così come contro l’incitamento all’odio di alcuni imam più o meno improvvisati. Il rispetto per gli immigrati onesti e produttivi – che contribuiscono in modo importante alla nostra economia – deve convivere con il massimo rigore nei confronti di chi infrange la legge e solo sulla base di questo principio il processo migratorio può essere correttamente inquadrato.

Ma la semplice adesione alla legge formale da parte degli immigrati può non essere sufficiente a garantire prospettive di efficace integrazione, in quanto la convivenza civile è assicurata non solamente dalla legislazione, ma da un insieme di norme non scritte che sono parte dell’esperienza comunitaria.
Non si può pretendere necessariamente una condivisione intima dei principi, dei valori e delle convenzioni sociali del nostro paese – quanti italiani, del resto, supererebbero un test “intimo” di italianità? – ma senza dubbio un loro riconoscimento ed una loro accettazione da parte del nuovo venuto non è prescindibile.
In effetti se l’immigrato porta con sé un’identita culturale forte e impermeabile questo necessariamente innesca dinamiche conflittuali rispetto alla popolazione locale.

Molto spesso i liberali sono portati ad ignorare questo tipo di tematiche ed in generale a sottovalutare la rilevanza delle convenzioni sociali e culturali, in nome del principio del diritto soggettivo alla scelta.
In realtà nel mercato l’individuo non è un’entità che si muove in modo astratto rispetto al contesto che lo circonda. L’individuo persegue i propri obiettivi attraverso un rapporto costante con altri individui e quindi con il resto della società.
Di conseguenza il grado di accettazione sociale di una persona è una variabile importante per il successo o meno delle sue interazioni.
Tanto maggiore è la distanza di un individuo dai canoni medi del contesto in cui vive e opera, tanto più probabilmente egli genererà antipatia,  pregiudizio e ostilità. Questa è una considerazione che ha una valenza assolutamente generale e che può riguardare tanto un aspetto troppo trasandato, quanto un lusso fastidiosamente ostentato, quanto l’esternazione eccessiva di preferenze politiche o religiose.

Così gli immigrati hanno tanto più possibilità di avere “successo” quanto più si sforzano di diminuire la “varianza” rispetto all’orientamento culturale medio della comunità in cui vivono.
Viceversa quegli immigrati che si pongano in contrapposizione con la cultura autoctona sono inevitabilmente destinati ad essere “rigettati” dal sistema economico e sociale che li ospita.

La “gestione politica” dell’immigrazione dovrà di conseguenza darsi l’obiettivo di incoraggiare comportamenti virtuosi ed al tempo stesso scoraggiare atteggiamenti distruttivi e autoreferenziali.
La capacità del nostro paese di selezionare nei prossimi anni la “qualità” della sua immigrazione influenzerà in modo rilevante le prospettive di crescita economica e di tenuta sociale.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

4 Responses to “Quando l’immigrazione è conflitto tra culture”

  1. iulbrinner scrive:

    Mi fa piacere leggere – in questo sito – un articolo che non agita i vessilli della società “multiculturale” e che riconosce l’esistenza di un ethos specifico della cultura italiana della quale gli immigrati sono – o dovrebbero essere – tenuti all’osservanza.
    Il “politicamente incorretto” di Marco Faraci è sempre apprezzabilissimo, quantomeno nella mia lettura.

  2. Paolo scrive:

    tutto condivisibile, tuttavia se l’immigrazione fosse solo quella che “legittimamente” varca i nostri confini in cerca di lavoro, se fosse cioè limitata a quanti siamo in grado di accogliere dignitosamente, avremmo tutti i vantaggi e nessun problema. E alla Lega non rimarrebbe che occuparsi di federalismo, che è quello che più amiamo fare.

  3. Massimiliano Melley scrive:

    Iulbrinner, io su questo sito non ricordo d’avere né letto né, perdonami, scritto una sola riga che agitasse “i vessilli della società multiculturale”.

    La società multiculturale è infatti quella società in cui, semplificando, tutte le culture hanno non soltanto il diritto a esistere, ma anche la legittimità di fatto di autogovernarsi al loro interno.
    Cioè, semplificando ancora di più, nel multiculturalismo lo Stato potrebbe arrivare a tollerare che in un dato quartiere i mussulmani possano impedire alle donne di lavorare.

    Libertiamo, credo, si sta impegnando per:
    1) affermare il principio del pluralismo ovvero della necessaria coesistenza di culture diverse, cosa che nei fatti è già.
    2) affermare il principio che la legge dello Stato è valida per tutti sia nella teoria sia nella pratica, quindi le discriminazioni interne a una cultura (come, semplificando, la possibile discriminazione femminile dentro le comunità islamiche in Italia) non vanno accettate. Il multiculturalismo è il contrario di questo punto perché tollera le discriminazioni interne.
    3) affermare il principio che l’immigrazione oggi fa paura a molti perché non è governata con saggezza, e che accanto a politiche di sicurezza vanno promosse politiche di inclusione sociale (lo so, detto così è generico) sia per sfruttare al meglio le possibili risorse dell’immigrazione, sia per prevenire i conflitti.

    Infine, ci permettiamo di dire che la Lega Nord ha una visione diversa dalla nostra del discorso.

    Questa è la mia opinione personale, ma credo sia in massima parte condivisa da tutta Libertiamo.
    Non v’è traccia di modelli multiculturali in tutto ciò.

  4. iulbrinner scrive:

    @Massimiliano Melley

    Quello che ricordo di avere letto su questo sito, allora, deve essere il precipitato di ciò che lei definisce “principio del pluralismo ovvero della necessaria coesistenza di culture diverse”.
    A mio modo di vedere manca – in questa definizione di principio, di per sé astrattamente condivisibile – l’idea di base dell’integrazione culturale degli stranieri che significa, in soldoni, la necessità di conservare un’dentità nazional-culturale italiana (mi si passi la brutta espressione) e che essa non venga puramente contemplata, nel magma sociale conseguente, come una delle molte esistenti. Destinata, magari, ad un ruolo sempre meno significativo in ragione di culture più prolifiche, più sostenute e più attive.
    Non è sufficiente – sempre a mio modo di vedere – concepire l’integrazione culturale degli stranieri unicamente come adesione all’ordinamento normativo vigente; questo requisito di cittadinanza, in realtà, non ha a che fare con la dimensione culturale ma, semplicemente, con i doveri, appunto, della cittadinanza.
    Le diverse culture derivanti dal fenomeno migratorio, insomma, non possono e non debbono essere poste tutte sullo stesso piano simbolico; pena la perdita della nostra identità.

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