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No alla giustizia mediatica, quasi quasi vado a dirlo in Tv

– Qualche giorno fa, come spesso capita, mi sono imbattuto in Porta a Porta. La puntata era dedicata alle dimissioni dell’ex ministro Scajola. Nella parte iniziale del programma, quella in cui si organizza il “set up” (ovvero la presentazione di quegli elementi narrativi che poi diventeranno propulsivi e costitutivi del racconto), si parlava di “campagna mediatica” e “complotto”. Il punto di partenza era suppergiù questo: “ Il caso Scajola, probabilmente, è solo e semplicemente il prodotto di una campagna mediatica”.

E’ interessante che questo concetto fosse esposto in un programma televisivo, quello di Vespa, che ovviamente è parte integrante del sistema mediatico. In Italia accade che chi opera nel campo dei media spesso si riferisca ai media come a qualcosa di “esterno”, di altro da sé. Un po’ come se in una corsia di ospedale un medico vi parlasse degli ospedali come di un qualcosa, un sistema, a cui lui non appartiene.

Partiamo da un presupposto. Se io sono un calciatore, qualsiasi siano le mie idee, appartengo e – sono integrato – al sistema calcio. Se io sono un politico (in Italia in molti “ fanno” i politici senza “esserlo”) appartengo al sistema politico esattamente come vi appartengono i miei avversari, e se io vado dicendo in giro che la politica italiana è un “sistema” malato io mi sto dando del malato, e se, giustamente, voglio curare il sistema vuol dire che sto curando anche me stesso.

Un noto attivista extraparlamentare romano nelle ultime elezioni comunale della capitale è stato eletto consigliere comunale. La sua prima dichiarazione è stata: “Detesto i politici”. In molti hanno commentato “ bene, bravo, anche noi li detestiamo” e nessuno di loro si è reso conto della paradossalità della situazione. Se io concorro ad una carica politica non posso detestare né la politica né i politici, e se lo affermo o faccio demagogia, della più volgare, o sono un bieco opportunista. In un’ottica di sistema, chiunque agisca nell’ambito di un sistema non solo ne è parte, ma lo rafforza.

Qualche anno fa andò in onda un programma televisivo, su Rai Due – alle 20, dal titolo “Alcatraz”. Questo programma si scagliava contro l’omologazione dei media, si scagliava contro il vuoto a perdere mentale e si scagliava contro la televisione. In varie puntate si ascoltava spesso questa frase: “ spegnete la televisione”, e poi il programma proseguiva, con tanto di pubblicità in corpo. Un certo pubblico, indubbiamente sofisticato e culturalmente attento, vedeva il programma con piacere. In molti affermavano: “ È l’unico programma che guardo”. Bene, questa trasmissione nel suo porsi come un icastico occhio critico nei confronti della televisione, faceva sì che anche chi detestava la tv, nella sua ideologia di massificazione del consumo e delle idee, stesse lì davanti allo schermo a guardarla. In poche parole il programma “rafforzava” il consumo del sistema televisivo, incardinando in esso anche gli scettici.

L’antitelevisione portava gli antitelevisivi a guardare la tv e gli levava l’alibi di non guardarla. Se si è dentro un sistema non si può essere antisistema. Se si è in un sistema non si può far finta di non essere addendi, complici (o correi ) di un sistema. Queste erano le posizioni della scuola di Francoforte? Certo! Ma sono anche, da sempre, le posizioni teoriche di aree dell’antropologia culturale, della semiotica e della psicologia dinamica.

Eppure Vespa, in tv, parla di “ campagna mediatica” in termini critici, come a dire: la campagna mediatica, in quanto tale, è un disvalore. E così facendo “sembra” non rendersi conto che anche tutte le sue narrazioni, qualsiasi idea egli esprima in tv, qualsiasi strategia egli possa implicare in suo programma, sono tutte “ campagne mediatiche”. Chiunque agisca nella comunicazione lo fa con fini ideologici (ovvero, di veicolazione del proprio sistema di idee sulle cose del mondo) strategici e tattici. Nei media tutti sono impegnati nelle loro campagne e tutti fanno ideologia; c’è chi lo fa con mezzi maggiori e chi con minori mezzi, e poi ci sono le idee giuste e quelle sbagliate, ma anche qui siamo nel campo del “soggettivo-relativo”.

Eppoi vi è un’altra questione. I media non sono un corpo estraneo alla società, non sono un’asteroide che di volta in volta impatta sui poveri e inermi cittadini, non sono un “qualcosa” che influenza un “ qualcos’ altro”. I media non sono un osservatorio manipolatorio della società, ma i media sono … la società stessa. I media leggono le istanze sociali, le idee che permeano la società, e le rendono testo, parole, immagini, immaginario. I media sono tutto e niente. I media siamo noi. Ora minoritari ora maggioritari e organizzati e formattati in generi, forme, linguaggi e strutture testuali, per l’appunto, mediatiche. In poche parole: i media leggono le mie istanze e le rendono racconto; io mi identifico in quel racconto, così certifico la mia identità e mi identifico in essa. E’  il percorso canonico dell’ideologia. Il fatto è che nel nella società contemporanea l’azione mediatica spesso sostituisce l’azione del corpo sociale.

Qualche anno fa un certo desiderio di riscatto, e riscossione, politica nella società italiana fu tradotto dai media in “campagne” contro il simbolo di quella politica, Bettino Craxi. Una parte della società fu tradotta, negoziata, dai media, e questa stessa fetta di società, dopo essersi identificata nei racconti dei media, scese in piazza, andò a manifestare, e poi andò a tirar monetine a Craxi davanti all’ Hotel Raphael. Oggi è diverso. Moltissimi italiani son convinti che Scajola dovesse dimettersi. Ma il corpo sociale, nelle sue azioni, è come atrofizzato. E ripiegato sui racconti mediatici. Direbbero gli psicoanalisti che è  in una fase narcisistica. Si accontenta delle immagini. E’ ripiegato sul sé immaginario. Sotto casa di Scajola non c’è andato nessuno. Anzi qualcuno c’è andato e ci va tutti i giorni … sono le fan di Raul Bova … che abita nello stesso palazzo … sperano in un autografo.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

2 Responses to “No alla giustizia mediatica, quasi quasi vado a dirlo in Tv”

  1. iulbrinner scrive:

    Francesco Linguiti, che scrive: “I media siamo noi”

    Non sono d’accordo.
    I media saremmo noi, eventualmente, se “noi” fossimo nelle condizioni di determinare (influenzare) i media tanto quanto – almeno, tanto quanto – i media sono nelle condizioni di determinare (influenzare) “noi”.
    In altre parole, i media – i singoli operatori dell’informazione, che cavalcano semplicemente le proprie convinzioni – sono in una condizione di supremazia, rispetto all’individuo medio, indiscussa e indiscutibile.
    Loro sanno (o asseriscono di sapere) più di quanto sappia tu, cittadino comune; perché quello è, banalmente, il loro mestiere, non il tuo.
    Anche il concetto di “sistema” mi sembra appeso ad un’ideologia, quasi sessantottino.
    Manca solo il “grande vecchio” e siamo al gran completo…

  2. Patrizia Tosini scrive:

    Bello, France’ ! Mi è piaciuto molto questo articolo, intelligente e del tutto condivisibile (a parte le virgolette :-)

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