– da Il Secolo d’Italia del 12 maggio 2010 –

Venerdì scorso si è tenuto a Roma il secondo seminario organizzato dall’Istituto Luigi Sturzo sulle “forme della laicità”. Al centro della riflessione, curata e moderata da Emma Fattorini, la questione della laicità nella bioetica, sia nei suoi aspetti generali – la centralità delle issues bioetiche nelle culture politiche contemporanee, il rapporto tra bioetica e diritto, le relazioni tra etica medica ed etica pubblica – sia nelle sue ricadute più immediatamente politico-legislative, a partire dalla legge sul fine vita attualmente all’esame della Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati.

La tavola rotonda conclusiva ha affrontato il problema che, secondo gli organizzatori del seminario, costituisce in Italia la sfida centrale della questione bioetica: la possibilità di costruire un terreno di riflessione che sfugga alla “bipolarizzazione” del confronto biopolitico. Questa sfida, secondo Emma Fattorini, è complicata da un duplice ordine di motivi: in primo luogo dal ritardo culturale della sinistra cattolica, che “non ha capito la svolta antropologica del pontificato di Woityla”, divenendo subalterna alla sinistra laica e alla sua “religione dei diritti civili”. In secondo luogo, dalla spregiudicatezza con cui l’episcopato italiano ha giocato la partita dei “valori non negoziabili” sul piano della trattativa politica, incentivando nuove forme di collateralismo e facendo nella sostanza coincidere l’impegno politico dei cattolici italiani con il sostegno alla strategia ruiniana sui temi eticamente sensibili.

Chiamati a ragionare su questa traccia, i quattro partecipanti alla tavola rotonda – Giuliano Amato, Giuliano Ferrara, Eugenia Roccella e Stefano Semplici – con i loro interventi hanno reso onestamente evidenti più le difficoltà che le possibilità di una bioetica condivisa.

Giuliano Amato, dopo avere contestato la vulgata laica, che impropriamente oppone agli “assoluti religiosi” i “relativi politici” e così alimenta una preconcetta ostilità al ruolo pubblico della religione, ha chiaramente sostenuto che a tagliare i ponti del dialogo è stata innanzitutto la sinistra, rifiutando di ragionare delle questioni bioetiche secondo la logica del “bene comune” e non solo secondo quella del “diritto soggettivo”. Da questo punto di vista, le questioni bioetiche, per le implicazioni che comportano, non possono essere trattate secondo uno schema individualistico né essere risolte facendo unicamente appello al principio di non coercizione. La libertà personale è, secondo Amato, una forma di responsabilità sociale, su cui ha quindi senso prevedere forme di orientamento normativo.

Ferrara ha ribadito la necessità di riconoscere che la questione antropologica, posta dalla riflessione ratzingeriana, risponde al fallimento storico delle definizioni scientifiche e giuridiche della vita umana. Né la Dichiarazione dei diritti dell’uomo né le scoperte della genetica hanno potuto fondare un’identità morale e biologica capace di resistere al disegno anti-umano della piena disponibilità e programmabilità della vita.  L’enfasi sul diritto alla salute ha autorizzato la selezione eugenetica, il miraggio della “guarigione” ha sostituito l’ideale morale dell’assistenza e della cura. Dunque occorre apertamente combattere una “guerra culturale” e reagire all’espropriazione tecno-scientifica della vita, riappropriandosi del suo fondamento antropologico e dunque della sua “verità”.

Eugenia Roccella, raccogliendo il testimone da Giuliano Ferrara, ha continuato la riflessione sullo scarto storico che ha precipitato la modernità in una post-modernità “disgregatrice dell’umano”. In questo scenario, dominato da poteri forti capaci di dettare l’agenda dei desideri ad una umanità ubriacata dalla potenza e dalla seduzione umanistica del sapere scientifico, prende corpo un nuova utopia ideologica – quella della “perfettibilità dell’umano” – a cui occorre rispondere valorizzando il “senso comune” e l’esperienza originaria e immediata della vita.

E’ però appena il caso di notare – perché il discorso porterebbe lontano – che se in termini antropologici dovesse rispettarsi il “senso comune”, cioè lo spontaneo adattamento delle norme sociali ai progressi della scienza e alla modifica delle forme di vita tradizionali, bisognerebbe concludere – al contrario di Roccella –  che ad essere animati da tensioni sinistramente “costruttiviste” non sono quanti chiedono, in modo più o meno ragionevole, di registrare giuridicamente l’evoluzione della cultura sociale, ma quanti intendono “raddrizzarla” per via legislativa. E non è forse questo che si propone la maggioranza con la legge sul fine vita, per scongiurare l’interpretazione culturalmente eutanasica del principio della libertà di cura?

In conclusione della tavola rotonda, è toccato a Stefano Semplici evidenziare come – più della ferita antropologica, apertasi con l’evoluzione delle tecnologie biomediche – ad armare la “struttura” del bipolarismo biopolitico sia stato in Italia un certo radicalismo culturale, che, dall’una come dall’altra parte della frontiera segnata dai “valori non negoziabili”, privilegia le differenze ideologiche e disdegna le distinzioni logiche e predilige le rotture che consolidano lo schema bipolare più degli accettabili compromessi che potrebbero farlo saltare. Semplici, che è un bioeticista cattolico, non ha peraltro mancato di evidenziare come anche la Chiesa sia finita prigioniera di questo schema, che fa coincidere, per l’essenziale, le questioni dell’etica pubblica con quelle biopolitiche e l’identità politica “cattolica” con l’intransigenza dottrinaria sui temi della vita e della morale sessuale e familiare. Questi principi biopolitici “non negoziabili” sono stati il terreno su cui si è inteso costruire il “senso di un nuovo patriottismo costituzionale” e la base per l’identità politica e civile del paese. E “l’esito è stato lacerante”.

L’analisi di Semplici appare persuasiva e la diagnosi realistica. Non esiste nessuna possibilità di rendere politicamente spendibile il dialogo se non lo si disancora da uno schema in cui il bipolarismo etico “fonda” il bipolarismo politico. Altrettanto onestamente occorrerebbe però riconoscere che, all’interno di questo schema, a giocare all’attacco non è oggi un laicismo conformistico, diffidente del “fatto religioso” e ancorato ad una lettura ottocentesca del progresso scientifico e della razionalità morale. Non è questo laicismo a dettare il tono che fa la musica della discussione bioetica. E non è l’intransigenza laicista ad inchiodare al muro contro muro il confronto normativo su qualunque dossier biopolitico arrivi sul tavolo del legislatore.

Se la questione antropologica diventa una sorta di “mestiere delle armi” e l’area della “non negoziabilità” si estende progressivamente dal campo dei valori e dei principi a quello delle norme e delle policy, il dialogo non è impossibile: è inutile. Se dietro ogni compromesso si intravede un tradimento e dietro ogni mediazione un cedimento alla logica relativistica, posto che ve ne fosse la volontà, non esisterebbero neppure le condizioni logiche di un “lavoro comune” sulle principali emergenze bioetiche.