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Il ddl ‘svuota carceri’ disincentiva la detenzione, e fa la cosa giusta. Nonostante il populismo leghista

– Non vi è libertà ogni qualvolta le leggi permettono che, in alcuni eventi, l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa. (cap. XXVII)

Cesare Beccaria – Dei delitti e delle pene

Se non fosse per il ricorso alla normativa di emergenza che, occorre dirlo, è un male da troppo tempo ritenuto necessario e da abbandonare in favore di un riassetto sistemico della giustizia, si potrebbe ammettere che il disegno di legge presentato dal Ministro Alfano il 9 maggio del 2010 e passato agli onori della cronaca con il titolo di “Decreto svuota carceri” appare convincente nei fini, pur obbligando a qualche riflessione soprattutto rispetto alle reali possibilità attuative.

Un dato è incontrovertibile: stando ai risultati che pervengono dai vari osservatori l’ individuazione di interventi correttivi tesi a risolvere la questione del sovraffollamento carcerario non può essere rinviata oltre, eventualmente attendendo che decolli il piano di irrobustimento dell’edilizia penitenziaria, tra l’altro pure annunciato come imminente dal Ministro.

Obbligano ad un’accelerazione non solo le continue condanne che ci piovono addosso dalla Corte di Giustizia Europea per il trattamento riservato ai nostri detenuti – con strascichi negativi per il nostro Paese, sia in termini economici che di immagine di scarsa civiltà nel trattamento della persona – ma anche e soprattutto perché l’ammasso di condannati, in numero molto superiore rispetto a quello che le celle oggi disponibili potrebbero contenere annienta, di fatto, la dignità dell’individuo, frustrando ogni finalità costituzionalmente assegnata alla pena che, occorre ricordarlo, deve essere rieducativa e non già meramente punitiva.

Non va parimenti taciuto che il divario prodottosi tra l’organizzazione penitenziaria, sottodimensionata per infrastrutture ed organico rispetto al fabbisogno nazionale, e il proliferare della popolazione carceraria, finisce paradossalmente per peggiorare anziché correggere l’attitudine di taluni ad allontanarsi dalle regole di civile convivenza.

Gli interventi contenuti nel ddl in discussione alla Camera appaiono indirizzati a ridurre, nell’immediatezza, il numero di condannati presenti nei penitenziari, favorendo l’uscita dagli istituti di una parte consistente della popolazione carceraria, vale a dire i condannati che devono scontare una pena pari o inferiore a dodici mesi, anche come residuo di pena maggiore, con esclusione per coloro che siano stati condannati per reati di particolare allarme sociale e per tutte le fattispecie più gravi, oltre che per delinquenti abituali e professionali, per coloro che già abbiano meritato una condanna per evasione o abbiano violato le prescrizioni imposte per la detenzione domiciliare e per chi si trova in regime di sorveglianza speciale.

In proposito, ci si permette di segnalare che la norma potrebbe meglio soddisfare anche l’esigenza deterrente se si inserisse nel testo la previsione che il beneficio della espiazione dell’unico/ultimo anno di detenzione fuori dagli istituti è concedibile una sola volta.

Solo così facendo si potrebbe valorizzare il fine rieducativo, viceversa azzerato in caso di concessioni a catena.

Sono stati poi previsti significativi e generalizzati inasprimenti di pena per il reato di evasione –  senza alcun distinguo tra l’evasione ordinaria e quella  dal luogo di espiazione dell’ultimo anno di pena, più grave in quanto sprezzante del beneficio concesso – e si è escluso che la recidiva specifica sia ostativa alla concessione del beneficio (contrariamente a quello che accade per la misura alternativa della detenzione domiciliare)

Il meccanismo procedimentale tendente alla concessione del beneficio è stato pensato snello ed automatico sì da non gravare in termini organizzativi sul lavoro già ingolfato dei tribunali.

In linea di principio il sistema che si va delineando appare pragmatico e teleologicamente coerente rispetto al fine positivo del miglioramento del trattamento penitenziario, che è molto più utile alla collettività di quanto non lo siano le suggestioni populiste di chi grida all’amnistia mascherata, soprattutto perché esso, da un lato offre al reo un’occasione di risocializzazione che non avrebbe ottenuto in carcere, dall’altro solleva la collettività dagli ingenti costi necessari al mantenimento giornaliero del detenuto, che per effetto indirette della novella legislativa andrebbero invece a gravare sulle famiglie, per lo meno nel caso degli arresti domiciliari.

Non può dirsi tuttavia che il meccanismo così congegnato sia esente da censure.

Innanzitutto c’è la questione legata ai tempi di predisposizione di un’adeguata rete di servizi sociali e di pubblica utilità realmente capaci di accogliere i detenuti che devono espiare l’ultimo anno, che devono essere rapidi se si vuole alleggerire il carico carcerario senza rinunciare alla finalità nobile delle rieducazione del reo.

Si consideri che ogni carenza organizzativa si scaricherebbe, come è immaginabile, su tutti quei detenuti privi di famiglie pronti ad accoglierli, dunque prevedibilmente in misura maggiore sui cittadini extracomunitari, i quali in considerazione dei reati per i quali vengono più frequentemente condannati  e dell’esiguità delle pene per essi previste, potrebbero beneficiare in gran numero degli effetti del decreto.

Parimenti, i rischi di mancanza di adeguate strutture socio-assistenziali, andrebbero a vanificare anche un richiesto percorso riabilitativo e di socializzazione, indispensabile per dare contenuto di recupero all’anno di detenzione domiciliare.

Il maggior elemento di distonia sistemica dell’intervento legislativo in questione è però connesso alla valutazione della recidiva, verso la quale il legislatore pare stia scivolando verso un atteggiamento schizofrenico.

Se da un lato infatti essa viene enfatizzata in termini di inasprimento delle pene e di allungamento della prescrizione, oltre che di causa di esclusione dell’ammissione alla detenzione domiciliare ordinaria, dall’altro, senza alcuna ratio apprezzabile, viene ritenuta ininfluente ai fini della concessione del beneficio della espiazione dell’ultimo anno di pena fuori dal carcere palesando, con ciò, una sorta di disparità di trattamento rimasto privo di giustificazione.

Inoltre preme segnalare che l’approvazione del ddl carceri, ed in particolar modo la dichiarata necessità di sfoltire la popolazione carceraria, collide, in un certo senso,  con altra norma, già approvata nella presente legislatura e inserita nel cd. “pacchetto sicurezza” 2009.

Ci si riferisce alle modifiche dell’art. 135 c.p. che hanno spropositatamente innalzato l’indice di conversione delle pene detentive brevi in pene pecuniarie.

A fronte della vecchia normativa che fissava in trentotto euro la pena pecuniaria da calcolare per ogni giorno di detenzione convertibile, fino ad un massimo di pena detentiva di sei mesi, il pacchetto sicurezza ha quasi decuplicato i suddetti criteri di ragguaglio, portandoli a duecentocinquanta euro per ogni giorno di detenzione.

La modifica, che ha di fatto precluso ai meno abbienti la possibilità di  accedere al beneficio, con sostanziale sacrificio del principio di uguaglianza (solo i ricchi potranno convertire), evidenzia una sorta di irrazionalità del sistema in quanto dapprima si mortificano le occasioni di accesso alle sanzioni alternative alla detenzione e poi si è costretti a ricorrere a norme di uscita anticipata dagli istituti per ridurre la popolazione carceraria.

Si ritiene auspicabile, pertanto, che insieme a misure necessarie che tendono a favorire l’uscita anticipata dalle case di reclusione vengano incentivati, anziché sacrificati, istituti come quello della conversione, che innestano meccanismi virtuosi di punizione senza tuttavia ingolfamento delle carceri.

Si ricordi, del resto, che in tal senso si muove la seconda parte del ddl carceri, meno pubblicizzata ma, a parere di chi scrive, di grande interesse ed utilità.

Viene introdotto l’istituto della cd. sospensione del processo con “messa alla prova”, mutuato dal procedimento dinanzi al Tribunale per i Minorenni, pensato come modalità di definizione alternativa previo consenso dell’imputato il quale, per taluni reati puniti non gravemente (fino a tre anni) può richiedere di sottoporsi ad un periodo di lavori di pubblica utilità presso enti pubblici o di volontariato e previa positiva prognosi da parte del giudice, essere ammesso al beneficio, per una sola volta e con esclusione dei recidivi specifici (con reviviscenza della distonia, incomprensibile, per la quale la recidiva consente al carcerato di uscire dall’istituto ma preclude all’imputato di svolgere lavori di pubblica utilità).

Ciò posto, anche l’abbassamento dei criteri del ragguaglio per la conversione delle pene detentive brevi in pene pecuniarie, in uno all’allargamento della pene convertibili, eventualmente prevedendo, congiuntamente, per la parte di pena convertita eccedente i sei mesi, anche lavori di pubblica utilità, come per la messa alla prova, potrebbe dare un contributo rilevante allo snellimento dell’attività processuale e, latu sensu, alla riduzione della probabile futura popolazione carceraria.

Senza considerare che la previsione, per taluni reati meno gravi, di forme sanzionatorie di carattere pecuniario, certe ed immediatamente esigibili, oltre a svolgere una funzione deterrente molto più efficace della minaccia di sanzione detentiva, avvertita come remota e di improbabile esecuzione, precostituirebbero un canale di finanziamento della giustizia non trascurabile


Autore: Geny Stanco

classe 1977, laurea in Giurisprudenza all’Università Federico II di Napoli, è avvocato penalista a Salerno. Ha collaborato con la cattedra di Procedura Penale dell’Università di Salerno, è appassionata di politica e di società.

One Response to “Il ddl ‘svuota carceri’ disincentiva la detenzione, e fa la cosa giusta. Nonostante il populismo leghista”

  1. Luca Cesana scrive:

    perfetto!
    Affiancherei al populismo leghista l’istinto manettaro dei vari di pietri…

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