Gli errori di Cameron, la ‘decapitazione’ di Brown, il ricatto di Clegg. Uk all’italiana

– I negoziati cominciano la mattina dopo le elezioni, quel venerdì 7 maggio in cui la Gran Bretagna si sveglia
a) con un parlamento senza maggioranza
b) con lo stesso primo ministro del giorno prima 
c) con la nebulosa prospettiva di un governo dal colore incerto
d) con, persino, la possibilità di trovarsi come premier qualcuno che gli elettori non hanno votato, ed infine
e) con la probabilità di ritornare alle urne nel giro di pochi mesi.

Di giorni, da allora, ne sono passati 5. E si continua a negoziare.
Nel frattempo, 4 giorni dopo aver perso le elezioni, Brown si decide ad annunciare, tra unanime giubilo, le dimissioni da leader del partito. Questo cambia radicalmente le cose. Dunque, si ricomincia a trattare, ma stavolta sull’altro fronte.

La democrazia britannica non si merita tanto: queste elezioni non hanno dato un vero e proprio vincitore ma neppure un unico vero e proprio perdente. C’è la recessione, la Grecia, la disoccupazione. Bisogna governare. E invece si negozia: tra Tory e Libdem, tra Libdem e Labour. E per il Labour non è più Brown a tenere le fila, ma il gabinetto dei “poteri forti” del partito  – Peter Mandelson, Ed Miliband, Ed Balls ed Andrew Adonis – che a questo punto hanno in mano le sorti del prossimo governo. Perché dopo il passo indietro di Brown, l’accordo Lib-Lab si fa drammaticamente più concreto. Labour e Libdem da soli non hanno ancora la maggioranza. La coalizione quindi si dovrebbe estendere allo Sinn Fein, al SNP, ai Green – che hanno conquistato per la prima volta un seggio – e poggiarsi sull’astensione degli altri partiti regionali. Questo renderebbe impossibile realizzare una politica di rigore. Sarebbe una coalizione retta sul ricatto dei partiti stra-minoritari. Un po’ come comunisti, verdi e dipietristi nell’ultimo governo Prodi.

David Cameron ha sbagliato tattica. È l’unico che ha vinto, voti e seggi, sebbene non quanto avrebbe dovuto – è rimasto tagliato fuori dalla Scozia (che si è permessa di snobbare persino Alex Salmond, il leader dello Scottish National Party, mantenendosi saldamente nelle mani del Labour), e ha sottratto al Labour troppi pochi seats. Ma avendo più voti e più seggi, i Tory dovevano forse decidere subito di governare una minoranza e non negoziare la formazione di una coalizione.

Cameron, invece, sull’accordo con i Libdem ci ha investito la leadership. E si può dire che ci abbia solo rimesso. Perché 5 giorni di negoziato hanno sconvolto, stressato, sottoposto ad un esercizio estremo di pazienza la democrazia britannica.
La trattativa tra Tory e Libdem – cominciata venerdì e trascinatasi sino a lunedì, con il coup de théâtre di Gordon Brown – ha infatti svelato in tutta la sua limpida perversione il meccanismo negoziale tipico dei sistemi politici coalizionali europei. Sapete, le dichiarazioni di questo e le puntualizzazioni di quello, i pizzini del deputato Tizio, e il ricatto morale del militante Caio. Spettacolo indecoroso. Tant’è che uno degli argomenti più gettonati tra i britannici oppositori del proporzionale, in questi giorni, è: “ma guardate come ci siamo ridotti, sembriamo l’Italia!”.

Nemesi interessante per Nick Clegg: pur senza cambiare sistema elettorale, ha mostrato alla Gran Bretagna cosa possano significare i termini “coalizione” o “proporzionale” e quanto quei democratici costrutti facciano a pugni con il principio esimio della democrazia nazionale: chi vince governa.

Il negoziato ha logorato la leadership di Cameron e rafforzato le istanze più radicali dei due primi attori della trattativa (sono persino scesi in piazza dei fanatici del proporzionale, a ricordare a Clegg, mentre quello negozia con i Tory, acerrimi nemici di qualunque riforma, che la priorità Libdem è appunto la riforma elettorale!).
Ed il risultato probabile, alla fine di queste estenuanti contrattazioni, sarà la meno democratica delle soluzioni: una coalition of losers o, per dirla con Gordon Brown, a progressive coalition of government.

Cameron non avrebbe dovuto coinvolgere Clegg in un dialogo alla pari. Perché Clegg, a differenza dei Tory, le elezioni le ha perse.
Il leader tory avrebbe invece dovuto cominciare con il dettare lui l’agenda, senza lasciare a Clegg lo sbalorditivo privilegio di tenere il paese senza governo in attesa che il suo partito trovi la quadra per trasformare una sconfitta in una debordante vittoria.  Questa strada ha portato a quella che al momento appare una eventualità tutt’altro che remota: riportare i laburisti al governo ed estromettere i Tory, primo partito del paese.

Secondo Niall Ferguson, Cameron avrebbe dovuto alzare la posta. Fare un prendere o lasciare, come nel 1974 fece l’allora leader del Labour, Harold Wilson. Formò un governo di minoranza. Dopo 7 mesi indisse nuove elezioni e fu premiato della maggioranza assoluta. Anche allora si era in crisi economica. Ma la strategia vincente di Wilson tirò il paese fuori dalla crisi politica.

L’accordo Lib-Con è stato un azzardo. Le piattaforme economiche dei due partiti  sono incompatibili e nessuna trattativa potrà mai riuscire a renderle in qualche modo coerenti tra loro e con l’interesse dell’economia nazionale. Non la pensano uguale neppure sulla forma della democrazia: in comune, Tory e Libdem hanno la sensibilità per le libertà civili, ma non si può fare un governo che abbia come prioritario obiettivo l’abolizione delle ID card.
E poi, lo ha detto candidamente una elettrice di Clegg, intervistata dalla BBC. “Io ho votato per quello che divide i Libdem dai Tory, non per quello che li unisce.” 

La sensazione è che i Libdem a questo punto preferiscano l’accordo con il Labour e non solo per la maggiore affinità politica, ma anche perché, essendo il partito perdente, il Labour è disposto a pagare ai Libdem un prezzo politico più alto pur di rientrare al governo – e questo significa riforma elettorale, referendum e riforma costituzionale per l’abolizione della House of Lords e la sua sostituzione con una seconda camera eletta. Per i liberalidemocratici sarebbe un successo clamoroso. Ma un successo ingiustificato, dal momento che il sistema proporzionale che loro sostengono prevede che ad ogni elezione si ripeta l’estenuante rituale che è andato in onda in questi giorni, e di cui nessuno può francamente dirsi happy.
 
Il senso della fairness democratica ha moralmente vincolato Clegg a riconoscere ai Tory il diritto democratico di governare. Da qui la necessità di trattare con Cameron. Ma la democrazia interna ai Libdem è tale che, senza il voto favorevole degli organi direttivi del partito, il leader non può decidere nulla. E il partito di Clegg l’accordo con i Tory non lo vuole. E così Cameron, spiazzato dall’annuncio delle dimissioni di Brown e dell’avvio di trattative ufficiali tra Clegg e il Labour, si trova costretto, per andare al governo, a rilanciare l’offerta ai Libdem mettendo sul piatto la fiche del referendum elettorale. Per Cameron, una capitolazione.

L’attenzione infatti adesso non è più su di lui, ma su chi sarà il prossimo leader del Labour. Lunedì pomeriggio, poco dopo lo step down di Gordon Brown, si è riunito il vertice del partito. I papabili alla successione sono i soliti: Ed Balls, David Miliband, Harriet Harmann – l’attuale vice, potenziale reggente del partito sino alla prossima conference, ma non certo titolata ad assumere il top job. Importa eccome, quindi, sapere su chi punterà il Labour perché quel qualcuno, alla faccia di David Cameron, potrebbe essere il prossimo inquilino di Downing Street.
 
Certo, è appassionante seguire la British next government saga, con i suoi retroscena, i suoi colpi di scena, le sue scenette di compassata gravità. Ma la farsa è bella se dura poco. Non è questa la democrazia britannica. Questa è una versione civile dell’italico, caotico ordine delle cose!
Guardate, basta dare un occhio alla composizione del nuovo parlamento britannico per capire che loro non sono ancora pronti per essere come noi. Le minoranze etniche, ad esempio, sono rappresentate da 26 MPs, 12 in più del precedente parlamento, mentre con le 139 deputate appena elette il nuovo parlamento tocca il record di presenze femminili. Un dato interessante, poi, riguarda l’identikit socio-culturale del nuovo parlamentare: middle class, laureato, sempre più etoniano e maggioritariamente educato in una public school (la media nazionale è del 7 per cento): l’establishment, insomma, ma quanto meno culturalmente attrezzato.

Rispetto alla distribuzione delle costituency inglesi si osserva inoltre come, a parità di connotati socio-economici, l’affermazione di un partito piuttosto che un altro in un dato territorio sia indipendente da quello che il partito fa a livello nazionale: vince il candidato che si presenta localmente come il più rappresentativo, segno che il buon vecchio First Pass the Post permette ancora di onorare quella magnifica virtù del maggioritario britannico che è l’accountability di un parlamentare rispetto alla sua comunità.

Che sia una parentesi, questa hung experience, come lo fu nel 78? Lo speriamo, per il bene loro e per il bene nostro. Perché se questa storia va avanti, foss’anche per qualche mese, state pur sicuri che qualcuno si metterebbe in testa anche da noi che, tutto sommato, il bipolarismo meriti di tornare ad essere materia di discussione.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

10 Responses to “Gli errori di Cameron, la ‘decapitazione’ di Brown, il ricatto di Clegg. Uk all’italiana”

  1. Lucio Scudiero scrive:

    bè, se è per quello, in Italia ci pensano da sempre e domenica Casini dalla Annunziata ammiccava sornione al travolgimento del bipartitismo inglese. Se anche in Uk si consolida una prassi politica coalizionista scordiamoci la cara vecchia Inghilterra che con il suo dinamismo politico fungeva da stimolo per i paesi del continente. A questo punto possiamo sperare soltanto che l’elettorato inglese sia più maturo dei suoi leader politici e non si faccia convincere della necessità di liquidare il first pass the post. Ma temo che la mia sia una professione di fiducia troppo generosa nei confronti della democrazia e della capacità popolare di determinare ciò che è meglio per sè.

  2. Simona Bonfante scrive:

    lucio, lucio…
    non so cosa ne sarà, ma credo, come ho scritto, che questa esperienza sia stata sufficiente a scoraggiare in fururo la tentazione di metter mano al maggioritario. il problema di rappresentanza c’è ma è facilmente risolvibile con un aggiustamento dei collegi. la forma attuale è stata espressamente data dal labour, a proprio vantaggio.
    cmq, sto seguendo h24 da 5 giorni. una roba così mai vista in 10 anni che seguo la politica britannica. mai. a sto punto, spero di vivere abbastanza per scoprire chi sarà il prox premier.
    (cmq david ha toppato!)

  3. Lucio Scudiero scrive:

    Un po’ di gerrymandering contro la tentazione proporzionalista lib-dem. God save the Queen!

  4. Biagio Muscatello scrive:

    Complimenti a Simona! E’ la prima volta che ti leggo: la tua analisi mi sembra perfetta.

  5. Simona Bonfante scrive:

    BREAKING NEWS
    18.15 (ora italiana) – Cameron sta per diventare il nuovo Primo Ministro.

  6. Francesco D'Amario scrive:

    Premetto che è il mio primo commento su Libertiamo, sebbene legga gli articoli da diverso tempo (grazie anche alle segnalazioni che mi pervengono tramite facebook).
    Mi sento di andare controcorrente rispetto al taglio dell’articolo e dei commenti postati prima di me. Sono un accanito sostenitore del proporzionale, e ritengo che il bipartitismo sia un’illusione politica, una strozzatura che si impone alle differenti visioni politico-ideologiche. Non trovo rappresentativo un parlamento che, grazie ad una legge elettorale, riesce ad escludere un 15-20% circa di voti espressi liberamente dai cittadini; inoltre l’alternativa che si impone a molti dei “micro-partiti” (termine improprio, soprattutto quando, in Italia, ci si riferisce a partiti storici come quello Repubblicano, quello Liberale o quello Radicale), ovvero di entrare nei grandi “partiti-contenitore”, è delle meno democratiche: i grandi partiti italiani di oggi hanno dinamiche interne non democratiche (niente primarie, ad esempio), in cui simili minoranze, pur con un peso storico e culturale rilevantissimo, non trovano spazio e vengono semplicemente fagocitate.
    Per questo plaudo all’intelligenza politica di Clegg che, oltre ad essere un Lib-Dem, sta mettendo a nudo come, anche in Inghilterra, sia tempo di cambiare le regole. Ripeto: a mio parere, la governabilità non può costare il sacrificio della rappresentatività. Se la democrazia è sinonimo di rappresentatività, ovvero di concedere voce a quanti più possibile, il maggioritario in salsa bipolarista è la scelta peggiore.
    Certo, “chi vince governa”. Ma, signori, da liberali, non mettiamo nel dimenticatoio la lezione di Tocqueville, ovvero: la democrazia non può essere dittatura della maggioranza – né della minoranza, s’intende. Dev’esserci una mediazione dialettica, che a mio parere, pur con tutti i suoi difetti, il proporzionale offre in misura maggiore rispetto al sistema maggioritario.

  7. non commento l’articolo perchè scritto prima dei recenti sviluppi.

    però a me sembra che il vero perdente di queste elezioni sia Clegg.

    nutro poi seri dubbi che Cameron/Clegg possano far meglio di Brown nella gestione della crisi.

    comunque non so il motivo per la frattura tra lab e lib ma , eterogenesi dei fini o meno, è stata una cosa positiva per il Labour: vero che si dovrà fare almeno 5 anni di opposizione ma un accordo con Clegg , oltre a portare le coalizioni brancaleone prodiane nella sinistra brittanica, avrebbero provocato un emorragia di consensi dal Labour al liberaldemocratici

  8. paolo scrive:

    cara simona,il maggioritario è l’unica forma di democrazia che da al popolo il potere di eleggere il candidato in un collegio. invece nel proporzionale, il candidato lo scieglie il capo del partito es: bossi padre con bossi figlio. i laburisti secondo me hanno governato bene,non è facile in una crisi di queste entità mandare avanti un paese senza far morire di fame i suoi cittadini ( vedi l’italia) brown ha salvato le banche e le assicurazioni del popolo ha mantenuto l’inghilterra lontana dall’euro e in questo momento la situazione gli dà stando ragione. tra poco più di un anno andranno a votare di nuovo perchè i conservatori porteranno il paese alla fame con tagli allo stato sociale ,licenziamenti speculazioni e privilegi ai più ricchi,insomma un berlusconi bis, un debito fuori controllo e crescita zero. il capitalismo per vivere deve fare milioni di morti solo a vantaggio di pochi. caso emblematico il crak enron.i governi di tutta europa hanno rubato talmente tanto che ormai siamo sull’orlo del baratro sociale cane mangia cane. mi fermo qui . ciao

  9. Simona Bonfante scrive:

    @ francesco.
    non sono ideologicamente appassionata di un sistema elettorale piuttosto che di un altro e credo che anche il più perfetto dei modelli possa contenga al suo interno i vizi che ne possono vanificare il funzionamento.
    ma rispetto alla realtà britannica, la coalizione ha determinato un governo che realizzerà un programma che non è stato votato. la gente ha votato il manifesto di clegg o quello di cameron. solo stamane il nuovo primo ministro ed il suo vice annunceranno le policy che hanno convenuto di realizzare.
    alcune anticipazioni: ci sarà il taglio di 6 miliardi di debito, come preteso dai tory, ma non quello delle tasse di successione, un topic dei tory. sulla politica estera i libdem si asterranno, essendo radicalmente contrari alla strategia nucleare dei tory e sarà introdotta una quota per i nuovi ingressi di stranieri, una strada che i libdem hanno sempre respnto.
    questo per dire che la coalizione – che in un sistema proporzionale sarebbe la regola – impone di pensare che qualunque programma si voti, si sa già che non sarà realizzabile perché dovrà necessariamente essere ri-scritto in base agli accordi tra le parti della coalizione. e questo, aldilà della governabilità, non so se rafforzi o indebolisca la rappresentanza.
    cmq credo che la forza vera della democrazia britannica risieda in qualcosa di più profondo. e credo che quel “qualcosa” possa rintracciarsi nel discorso di insediamento di cameron, davanti al N.10. il suo primo pensiero è andato al predecessore, che ha ringraziato per il lungo e serio impegno come civil servant del paese.

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