Categorized | Partiti e Stato

E se rendessimo la lobby partecipativa invece che trasparente?

– Da qualche settimana, nello spulciare i resoconti stenografici del Senato della Repubblica, ci si può imbattere nella ennesima interrogazione parlamentare (questa volta a firma del Senatore Mariapia Garavaglia) su un tema fondante della democrazia partecipativa; un tema abbastanza analizzato dalla dottrina, profondamente studiato in illuminate aule universitarie, del quale si parla da anni nell’ambiente politico ed economico, ma tenuto tuttavia lontano dai grandi palcoscenici che impattano sugli elettori: la regolamentazione della attività di lobbying.

La dottrina più illuminata, basandosi su una analisi in chiave comparativa per affrontare il tema della regolamentazione, ha trovato una sottile, ma abbastanza netta, linea di demarcazione tra il concetto di trasparenza nella rappresentazione di istanze di interesse particolare ed il concetto di diritto acquisito alla effettiva e concreta partecipazione al processo decisionale. In poche parole: un conto sarebbe istituire un registro pubblico dei portatori di interessi che cercano contatti, al momento non formalizzati, con i detentori del potere legislativo ed esecutivo; diverso e più radicale sarebbe modificare incisivamente i procedimenti decisionali, inserendo l’obbligo di procedere all’audizione parlamentare degli iscritti al registro e, sul lato governativo, creando veri vincoli sul Governo affinché effettui seriamente le tanto decantate Analisi sull’Impatto della Regolamentazione.

Nella società attuale, soprattutto a seguito della nascita dello Stato sociale, i pubblici poteri intervengono sempre più incisivamente nella vita dei consociati. Spesso tali interventi, anche a causa del velocissimo sviluppo tecnologico, necessitano (soprattutto a livello comunitario ma anche a livello di Stati e Regioni) di competenze tecniche veramente specifiche e settoriali, che soltanto il dialogo con operatori privati informati e consapevoli potrebbe consentire di acquisire. Senza contare che una regolamentazione realmente concertata è sempre indirizzata alla soluzione di problemi concreti, è condivisa da buona parte dei destinatari della norma, è scritta molto spesso in modo agevole, è emanata considerando approfonditamente gli impatti economici e sociali, difficilmente si trova a dissipare risorse pubbliche per interventi inutili.

È già chiaro a molti che in una democrazia veramente moderna (dove operano cittadini, imprese, associazioni) i partiti politici e le correnti interne non possono essere gli unici incubatori di istanze sociali e che la partecipazione democratica non può esaurirsi alle tornate elettorali. Comincia ad essere chiaro anche negli ordinamenti continentali europei, dove si è sempre ritenuto che i pubblici poteri debbano dare un forte connotato politico alla regolamentazione, diversamente da quanto accade negli Stati Uniti, dove l’interesse generale è visto quasi come corrispondente alla sintesi degli interessi particolari.

Tuttavia in questa sede, prescindendo dall’approfondire l’inquadramento storico e sistemico dell’attività di lobbying in Italia e prescindendo dall’analizzare i disegni di legge fin qui presentati (tra cui il disegno di legge Santagata presentato dall’ultimo Governo Prodi) e le leggi regionali approvate (dalla Ragione Toscana e dalla Regione Molise), si stanno brevemente ponendo degli input e degli interrogativi su alcuni aspetti in particolare, che potrebbero risultare importanti qualora si ritenesse possibile optare per una regolamentazione-partecipazione, tesa cioè a creare veri e propri diritti a partecipare ad audizioni, non limitandosi dunque a garantire la trasparenza dell’attività dei gruppi di pressione.  Anche perché in tale ipotesi, dal fondo del barile, potrebbe emergere una non del tutto infondata preoccupazione sulla predisposizione tutta italiana a non intervenire per decenni in una materia, per poi irrigidire improvvisamente il tutto in una cervellotica macchina complicatissima da far funzionare.

Bisogna capire se ci si possa spingere così oltre, se sia cioè possibile prevedere, nella fase istruttoria del processo decisionale, una fase di dialogo necessaria con un vero e proprio obbligo di procedere ad audizioni parlamentari (e “governative”) per determinati disegni di legge. Nel caso in cui non si escludesse tale ipotesi, andrebbe capito come  congegnare tale procedura per adattarsi alla necessità di mantenere snello e veloce il processo decisionale, anche individuando in maniera certa quali dovrebbero essere concretamente i soggetti interlocutori. In fondo sono aspetti che sono già stati ampiamente affrontati sotto altri punti di vista, nelle dinamiche di concertazione sindacale in primis.

Si può affermare che una regolamentazione-partecipazione del genere, tenendo ben presente che gli effettivi decisori resterebbero sempre i “rappresentanti del popolo”, oltre a garantire la trasparenza ed a far emergere dinamiche al momento non sempre chiarissime (ricordiamo che i primi a chiedere con insistenza una regolamentazione della attività di lobbying sono proprio i serissimi professionisti che si occupano di relazioni istituzionali), potrebbe avere anche altri vantaggi. Non ci si limiterebbe ad un elenco di portatori di interesse, si garantirebbe una par condicio dei gruppi di pressione, si potrebbe “pesare” la rappresentatività e l’interesse dei singoli attori e delle singole proposte, si potrebbero avere dei resoconti su quanto è stato espresso in fase istruttoria, si potrebbe permettere a cittadini, imprese ed associazioni di capire la effettiva ratio di determinate scelte; in definitiva si potrebbe far emergere ampiamente l’attività di lobbying, contrariamente a quanto è accaduto presso la Commissione europea ed il Parlamento europeo, dove una regolamentazione non certo incentivante per i lobbisti non ha scaturito gli effetti sperati.


Autore: Jacopo Francesco Iosa

Nato nel 1982, laureato in Giurisprudenza presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (molto poco Libertiamo? Ma io ne vado fiero!). Appassionato di temi economici e culturali. Imprenditore.

2 Responses to “E se rendessimo la lobby partecipativa invece che trasparente?”

  1. Antonino Ma scrive:

    Credo che l’auspicio espresso nell’articolo sia condivisibile nella sostanza, ma bisogna prendere atto che se è argomento pluriennale la sola istituzione di un registro di lobbyisti (per motivazioni già espresse nel mio commento agli interventi della collega Patrizia Sterpetti)diverrebbe utopistico pensare che la sensibilità del legislatore si spinga fino a quasi “obbligare” sè stesso a intraprendere un confronto con le parti interessate e organizzate come i gruppi di interesse. In realtà, sia pur in maniera differente, tutta italiana, il legislatore prevede le audizioni con i gruppi di interesse (come veniva ricordato, con associazioni come quelle sindacali, ma anche quelle di categoria), ma è difficile che le competenze di cui si parla in questo articolo, necessarie alla stesura di un testo, vengano “affidate” alle considerazioni dei gruppi di interesse, quando è uso, magari discutibile, affidare la comprensione, lo studio o la valutazione su argomenti specifici a consulenti esterni che quindi hanno interesse a non percorrere la strada dell’audizione regolamentata per legge.
    Resta però, come dicevo in apertura, un’osservazione utilissima, da inserire in testi di legge, magari regionali, con la probabilità, molto alta che tale aspetto venga cassato dal legislatore stesso; pur se con molti esempi di amministratori “illuminati”, il panorama politico è costituito da uno zoccolo duro che poco si adatta a modernizzazioni dei processi decisionali, quindi, come già auspicato, si deve partire dall’educazione di sempre più ampie fasce di cittadini alla best practice della famosa democrazia partecipata, che ad oggi (e per certi versi sempre più incisivamente) resta solo una bella idea da sventolare in campagna elettorale per i politici e argomento dei professionisti della comunicazione e delle relazioni pubbliche e istituzionali.

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] This post was mentioned on Twitter by Camelot. Camelot said: E se rendessimo la lobby partecipativa invece che trasparente? http://ow.ly/1JEgB […]