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La marcia a tappe forzate del federalismo fiscale: tante parole, pochi contenuti

– Dopo il salutare scossone dato dal Presidente Fini allo stagnante dibattito interno al PDL, anche il più disattento degli ascoltatori avrà notato l’esponenziale aumento, soprattutto tra i maggiorenti leghisti, del riferimento ai “decreti attuativi del federalismo”, quasi fosse – il federalismo, intendo – non solo la “ragione sociale” del movimento leghista, ma addirittura la panacea, capace di risolvere come d’incanto tutti i problemi di questo nostro sgangherato Paese.
Come già osservato da più parti, è evidente che stiamo parlando dei “misteri eleusini”: non ci sono le cifre (che il Ministro Tremonti ha sempre rigorosamente evitato di fornire); malgrado che con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 3.7.09, il Presidente del Consiglio abbia disciplinato la composizione della Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale, ad oggi non abbiamo neanche una vaga idea dei c.d. “costi standard”, pietra angolare del sistema federalista che verrà.

Può però essere utile, anche al fine di valutare la serietà dell’approccio ad un problema così serio, valutare anche la “tempistica” che lo Stato si è dato.
Deve, a tal fine, evidenziarsi come la Legge 05-05-2009, n. 42 (pubblicata in G.U. 06-05-2009, n. 103, Serie Generale), modificata in vari punti dalla Legge 31.12.2009, n° 196, all’art. 2, cc.1 e 6, abbia imposto una singolare cadenza temporale: mentre l’originale combinato disposto dei due commi citati prevedeva che entro 24 mesi dall’entrata in vigore della L. 42/09 (21.5.2009) dovessero essere adottati tutti i decreti delegati, e che il primo di essi, da adottare entro 12 mesi(decorrenti sempre dal 21.5.09), dovesse recare i princìpi fondamentali in materia di armonizzazione dei bilanci pubblici, la modifica apportata con la L. 196/09 prevede che entro i primi 12 mesi debba essere adottato uno qualunque tra i possibili decreti delegati!

Allo stato – guarda il caso – il primo decreto che si intende adottare è quello sul “federalismo patrimoniale”, e cioè l’attribuzione a richiesta a Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni di beni statali.
Anche qui va segnalata la tempistica: dal 21 maggio 2009, salva l’istituzione della Commissione di cui sopra, nessun segno di “federalismo operativo”; il 17.12.2009, vigente ancora la vecchia formulazione dell’art. 2 L. 42/09, il Governo approva lo schema di decreto legislativo sul trasferimento del patrimonio, che, con tutta evidenza, contrasta con la normativa applicabile ratione temporis, anche perché l’art. 52, c.6, della L. 196/09 (che ha reso possibile la scelta dal mezzo dei possibili decreti, senza ordine prestabilito, ed ancora da approvare, promulgare e pubblicare in Gazzetta!) chiarisce in modo inequivoco che la legge “entra in vigore il 1° gennaio 2010”.

Ma, superati, questi rilievi da leguleio, che mal si accordano alla politica del “fare”(comunque, purchè si faccia), veniamo ad un’altra singolarità. L’art. 3 della L. 42/09 prevedeva l’istituzione di una Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo, che deve, tra l’atro, esprimere parere sugli schemi dei decreti legislativi da approvare in materia (parere quindi, obbligatorio, anche se non vincolante): sapete quando si è riunita per la prima volta? Il 17.3.2010, solo per la nomina di due vicepresidenti e due segretari. Considerando, quindi, che entro il 21.5.2010 il decreto dovrà essere adottato, la Commissione, per esprimere parere su una questione di tale delicatezza, non avrà concretamente che circa due mesi.

Se ne avrò l’opportunità, esprimerò le mie impressioni sullo schema di decreto di prossima approvazione in un’altra occasione; ritengo, però, che le nude cadenze temporali sopra indicate, ed i fatti ad esse connessi, inducano ad alcune riflessioni conclusive.

Il sottoscritto – va ammesso – non è tra quelli che pensano che il federalismo sia una buona cosa per l’Italia: non certo per ragioni ideali (mi ritengo un calvinista di spirito, e quindi tutto che ciò che è ispirato all’etica della responsabilità mi trova sempre favorevole), ma per ragioni “genetiche”, dettate dal fatto che noi italiani odiamo la responsabilità, preferiamo il pentimento ed il perdono, tanto, tutto si aggiusta, e quindi un sistema federalista da noi è necessariamente votato al fallimento, o ad un funzionamento “all’italiana”.

Ma, una volta accettato il principio che lo Stato deve essere federalista – tesi tra l’altro prevalente sulle pagine di Libertiamo.it – è possibile che tale questione epocale venga affrontata nel modo sopra evidenziato, partendo secondo una logica (prima, armonizzazione dei bilanci) e corregendola in corsa, sì da arrivare a consegnare, prima di ogni altra cosa, ed in fretta e furia, la verghiana “roba” ai territori, privando di colpo lo Stato della garanzia del proprio debito?
Per non andare oltre, preferisco fermarmi qui.


Autore: Giuseppe Naimo

Nato a Locri nel 1965, Avvocato cassazionista dal 2003, è in servizio dal 2001 presso l’Avvocatura della Regione Calabria. Ha collaborato alla redazione del “Manuale di Diritto Amministrativo”, di R.GAROFOLI – G.FERRARI, edito da Neldiritto editore, 2008. Pubblica articoli su alcune delle più importanti riviste giuridiche on line italiane (Lexitalia; Federalismi; Nel Diritto.it; Diritto dei Servizi Pubblici).

5 Responses to “La marcia a tappe forzate del federalismo fiscale: tante parole, pochi contenuti”

  1. Fracesco scrive:

    Che gli italiano non vogliano responsabilità, lo sostiene lei. Credo invece sia molto diffusa tale componente nelle regioni del Nord.

    Senza girarci tanto intorno, essere pro o contro il federalismo dipendo moltissimo da dove si è nati e dove si vive. Altra prova che siamo, soprattutto, geneticamente localisti.

  2. Enzo scrive:

    Analisi lucida, razionale e certamente condivisibile. Al di là degli slogan “ad uso e consumo…”, c’è la dura realtà dell’operare in concreto, che è tutta un’altra cosa.

  3. Maurizio67 scrive:

    Il federalismo fiscale sarà la corda con cui l’Italia (tutta, da Nord a sud) si impiccherà. Siamo già il paese più federalista del mondo, con mille autorità locali perennemente in conflitto tra loro che da almeno 40 anni bloccano qualsiasi progetto infrastrutturale di respiro nazionale. Non è un caso che esattamente dal 1970, ovvero da quando le regioni hanno avuto le competenze che hanno oggi, non si fa più né un’autostrada, né una ferrovia, né un porto, né un vero progetto di grandi opere. Mentre in Italia si discute di questa follia, non ci rendiamo conto che i cinesi ci stanno comprando un appartamento alla volta, un negozio alla volta. E non sono gli unici a farlo. Avremmo bisogno di essere uniti intorno ad uno Stato forte e invece pensiamo solo a come diventare più deboli di fronte ai lupi che non vedono l’ora di sbranarci… E quando ce ne accorgeremo, sarà troppo tardi.

  4. Roby scrive:

    L’autore di questo articolo passa sotto silenzio il fatto che gli “italiani”, genericamente intesi, non sono proprio tutti uguali.
    Che il federalismo sia osteggiato dalle classi dirigenti del sud (e forse non da tutte le genti del sud, se non fosse per la disinformazione nella quale sono tenute ad arte) perchè queste non vogliono prendersi mezza responsabilità, è pacifico; è altrettanto pacifico che le popolazioni del nord che scontano loro malgrado questa irresponsabilità delle classi dirigenti del sud richiedono a gran forza l’assunzione di responsabilità, dal momento che a loro è ben richiesta la massima responsabilità dallo stato nazionale, e quindi richiedono il federalismo.
    Caro signor Naimo, se le popolazioni del nord (e anche le classi dirigenti del nord dopotutto) non avessero mostrato in tutti questi anni la massima responsabilità, l’italia sarebbe già fallita da un pezzo: ci pensi, prima di parlare di “genetica” con tanta faciloneria.

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