– L’incontro tra i sindacati e il ministro Bondi si è concluso con un nulla di fatto. Stando alle parole del sottosegretario Giro, anzi, “è stato messo un macigno sul confronto”.

La polemica nata dopo l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del decreto di riforma delle fondazioni lirico-sinfoniche non sembra placarsi. Nonostante le limature date al testo per renderlo digeribile al presidente della Repubblica, le parti sono ancora molto lontane. Il ministro Bondi, dopo l’emanazione del decreto da parte di Napolitano, si era reso disponibile per ridiscutere il testo durante l’iter di conversione in legge: a quanto pare, però, gli spazi per un accordo con i sindacati sono risicatissimi. Si sta andando ad uno scontro, muro contro muro. I teatri lirici sono in sciopero, e promettono di far salire il livello della protesta se il decreto non verrà stravolto. Il ministro è disposto a piccoli cambiamenti, ma non a cambiare l’impianto della riforma. Il futuro sembra scritto: il governo che va per la sua strada e il comparto della lirica ad opporsi in tutti i modi possibili.

L’esigenza di una riforma appare evidente. Nonostante i sindacati di categoria ne contestino i contenuti, qualche timida voce favorevole sta emergendo. Il commissario del Teatro Carlo Felice di Genova e il presidente dell’Anfols (l’associazione nazionale delle fondazioni liriche e sinfoniche) hanno detto chiaramente che così non si può andare avanti, e che gli enti lirici devono accettare un testo che cerca di tamponare le numerose falle del settore.
I bilanci delle fondazioni parlano chiaro: su un totale di 14, almeno la metà negli ultimi anni ha chiuso il bilancio in rosso. Il tutto con un finanziamento pubblico che sta fra il 90 e il 95 per cento del totale delle risorse che giungono al comparto.

Il Fondo unico per lo spettacolo viene spartito ogni anno dandone la metà agli enti lirici e il resto a tutti gli altri. Ma se, ad esempio, il cinema rappresenta una forma di spettacolo di massa, la lirica è indiscutibilmente elitaria. I costi delle rappresentazioni sono ingenti, e inevitabilmente occorre chiedersi se vogliamo concederci il lusso di mantenere 14 fondazioni lirico-sinfoniche sul nostro territorio, considerando che la maggior fonte di finanziamento deriva dalle imposte pagate dai contribuenti. Tutti i cittadini finanziano una attività fruita da pochi, con evidenti effetti anti-redistributivi: a seguire la cosiddetta “musica colta” vanno in maggior parte persone con un buon tenore di vita e un eccellente titolo di studio. In sostanza, l’operaio paga parte del biglietto acquistato dall’affermato professionista.

Esiste pertanto un problema di equità, al quale si potrebbe far fronte ipotizzando la disponibilità del pubblico a pagare un prezzo più alto per assistere agli spettacoli. L’obiettivo però non è solamente quello di aumentare gli incassi, ma anche di “allargare” il pubblico, secondo il principio che l’arte deve essere di tutti. Così, invece di pensare a far pagare di più si fa il ragionamento opposto: nei teatri e nei musei. Più che ad alzare il costo del biglietto si pensa a trovare il modo di concedere prezzi “popolari” o, addirittura, l’ingresso gratuito. Di fondo permane un problema di natura culturale: si pensa infatti che tutti debbano poter accedere all’arte, e chi si deve far carico dei costi è la collettività. E’ questo principio che ha guidato la nascita del museo moderno. Prima della rivoluzione francese, infatti, le opere d’arte stavano racchiuse nei palazzi privati; dall’Ottocento, le collezioni divennero pubbliche. Non più, dunque, la cultura come bene privato, ma come bene pubblico, appartenente alla collettività.

Quando si parla di arte, subentrano considerazioni che poco hanno a che fare con l’economia. A essere in gioco sono l’identità nazionale e il carattere formativo e pedagogico della cultura. La lirica e la “musica colta” acquisiscono il grado di beni meritori, ovvero di qualcosa che merita di essere fornito a prescindere da ulteriori considerazioni: di equità, efficienza, imprenditorialità, ecc.

Se stiamo invece solamente alle cifre, è difficile dare credito a una situazione come quella attuale. Il sottosegretario Giro ha affermato che “la Scala ha 800 dipendenti, il Teatro dell’Opera ne ha 600, ma nei teatri europei il numero medio è 200”. Stando così le cose, bisogna chiedersi se in questi anni non si sia esagerato: nel numero di assunzioni e nelle condizioni di lavoro garantite.

Il nodo da affrontare sta proprio nei costi per il personale, ed è proprio su questo che i sindacati hanno innalzato le barricate. Il settore comprende circa 5.700 lavoratori, con un costo ampiamente superiore al finanziamento statale. Rispetto al totale del finanziamento pubblico, il costo del personale ne assorbe circa il 70 per cento.
Nel decreto si cerca di alzare un argine, innanzitutto bloccando le assunzioni fino alla fine del 2012, e in seguito, dalò2013 in poi, consentendo di assumere personale a tempo indeterminato, rispettando i meccanismi di turn over.

Il governo si propone poi di ridiscutere la spinosa questione dei contratti integrativi. A livello decentrato si sono create delle situazioni di privilegio e di spreco, alcune in deroga al contratto collettivo nazionale: in questa giungla occorre riportare ordine, razionalizzando la spesa.
Il decreto tocca numerosi altri punti, ma in maniera molto vaga, rimandando a successivi regolamenti ministeriali. L’obiettivo è quello di ridefinire i termini del rapporto fra Stato e fondazioni liriche, rivedendo il sistema di erogazione dei contributi e incentivando l’afflusso di quelle risorse provenienti dal privato che, ad oggi, latitano.

Indubbiamente i nodi da affrontare sono molti. Il primo di questi, il costo del personale, ha già creato una situazione di forte contrapposizione. La riforma è molto drastica, ma forse proprio di cure drastiche c’è bisogno per dare alla lirica qualche speranza di sopravvivenza.