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Perchè è inutile dar la colpa alle agenzie di rating

– La tragedia greca raccontata nelle ultime settimane da alcuni politici e commentatori nostrani ha una trama tutta particolare. Da un lato le istituzioni europee e la Germania pronte a garantire con fiducia e denaro pubblici il piano di risanamento greco nel ruolo dell’eroe a difesa polis; dall’altra mercati finanziari, fondi d’investimento e agenzie di rating (perfide Baccanti) pronti a congiurare contro il salvataggio della Grecia in nome della speculazione. La tragedia tuttavia ha il sapore della farsa se si osserva, come fa The Economist, che alcuni Stati pesantemente indebitati e con conti pubblici in dissesto accusano i mercati, cui chiedono di sottoscrivere le proprie obbligazioni, di non fidarsi della propria solvibilità.

E le agenzie di rating? A ogni crisi finanziaria le tre sorelle (Moody’s, S&P e Fitch) devono rispondere alle accuse di conflitto d’interessi, abuso di potere, spregiudicatezza e incompetenza, accompagnate dalla minaccia di essere iper-regolamentate o addirittura nazionalizzate. In questi giorni alcuni commentatori hanno addirittura tirato in ballo la loro “nazionalità americana” a motivo del declassamento del debito sovrano greco e spagnolo e a riprova dell’ostilità statunitense nei confronti del piano di salvataggio di Bruxelles. Come il sottoscritto provava ad argomentare in un breve saggio scritto per l’Istituto Bruno Leoni nel momento di ‘massima furia’ europea contro queste società poco più di un anno fa, le agenzie di rating sono nate all’inizio del Novecento come certificatori privati della capacità di imprese emittenti titoli di debito di far fronte alle proprie obbligazioni. La loro indipendenza rispetto alle società certificate è garanzia della loro autonomia di giudizio ed è misura della fiducia di cui godono da parte dei risparmiatori che investono.

A questo proposito proponevamo di considerare le società di rating alla stregua di fidati e ben informati quotidiani finanziari di lunga tradizione; esattamente come i quotidiani, guadagnano la propria credibilità attraverso tempo, esperienza, la professionalità dei propri dipendenti e una reputazione di indipendenza. Proprio come per i quotidiani il quadro reale della situazione emerge da una pluralità di voci e dalla “libera concorrenza delle penne” sul mercato. Infine, proprio come fanno i quotidiani, le agenzie di rating possono influenzare il mercato quando tentano di valutarlo. Di fronte a questo scenario cade qualunque pretesa, avanzata dai politici di turno, di avere un rating neutro, indipendente e obiettivo.

Pur emergendo da sofisticate analisi tecniche il rating rimane un giudizio, di più, un’ipotesi sul futuro di un’impresa e in quanto tale sempre confutabile. Inoltre è quantomeno dubbio che indipendenza e obiettività sarebbero meglio garantite da una maggiore regolamentazione o addirittura da un’agenzia di rating pubblica (a maggior ragione quando, come nel caso di Grecia e Spagna, ad essere giudicati con il cosiddetto “rating sovrano” sono proprio i bilanci pubblici).

Analizziamo ora l’accusa di conflitto d’interessi che le agenzie subirebbero a causa del fatto di essere sul libro paga delle emittenti che pagano i certificatori per il giudizio emesso sui propri titoli. A questa obiezione si deve rispondere che se si dimostrasse che il conflitto d’interessi influenza seriamente l’indipendenza di giudizio di un’agenzia, il valore di un bene “reputazionale” come il suo rating crollerebbe subito a zero. Alcuni studi mostrano invece che non c’è evidenza empirica dei supposti ritardi o anticipazioni intenzionali del peggioramento del giudizio al fine di beneficare un cliente da parte delle agenzie. Ma quel che più conta è che un sondaggio mostra che, secondo l’opinione corrente degli investitori (i veri consumatori di rating), le agenzie gestiscono effettivamente bene i loro conflitti d’interesse. Se così non fosse d’altronde, non ci sarebbe motivo per gli emittenti di acquistare una “certificazione” di cui nessuno si fida.

La critica più seria che ci sentiamo invece di condividere nei confronti dell’assetto del mercato del rating riguarda da un lato le pesanti barriere all’ingresso (imposte da un opaco meccanismo di autorizzazione pubblica da parte della SEC americana) e dall’altro la gravosa regolamentazione cui sono sottoposti gli investitori istituzionali (banche, assicurazioni e fondi d’investimento) nelle loro scelte di investire solo in titoli che abbiano ricevuto un certo livello di rating emesso solo dalle agenzie autorizzate. Il combinato disposto di questi due “fallimenti pubblici” determina infatti un potenziale azzardo morale che, mettendo le agenzie di rating al riparo dalla concorrenza in entrata e dalla perdita di reputazione in caso di giudizi errati, conferisce loro una quasi-rendita ad un tempo finanziaria e reputazionale. Se alle agenzie venisse tolto il cappello pubblico di cui godono i loro giudizi (e che costringe per legge banche e imprese d’investimento a liberarsi di titoli che siano stati declassati a “spazzatura”) revisioni del rating o dell’outlook, pur mantenendo il loro potere di stigma tecnico-morale, perderebbero la capacità di scatenare il panico sui mercati. La soluzione che auspichiamo, oggi come un anno fa, è che alle agenzie sia permesso di fare quello che sanno fare meglio, dare giudizi circostanziati sulla solvibilità finanziaria degli emittenti lasciando che il mercato a sua volta giudichi autonomamente la loro credibilità. Chiedere loro troppo (assicurare la totale affidabilità di giudizio) o troppo poco (rimanere in silenzio sul rating sovrano) è contrario agli interessi dei mercati e degli Stati.

Non siamo nuovi alla chiave di interpretazione del problema che Bacciardi ci offre in questo articolo. La condividiamo in pieno e da tempo, come si può leggere a questo link, a questo e – più di recente – a quest’altro.


Autore: Mattia Bacciardi

Nato nel 1986, si è laureato in Scienze Politiche con specializzazione in European Studies presso la LUISS Guido Carli di Roma, attualmente si sta specializzando in Economia e Diritto presso l’Università di Bologna dove è membro del Collegio degli Studi Superiori.

3 Responses to “Perchè è inutile dar la colpa alle agenzie di rating”

  1. Gabriele Guggiola scrive:

    A questo proposito è da notare quanto sarebbe insensata l’idea di istituire un’agenzia di rating (possibilmente pubblica) europea. Se già nello status quo ci sono evidenti problemi di restrizione all’entrata e di conflitto d’interessi, lascio immaginare cosa succederebbe con l’istituzione di un’agenzia di questo tipo.
    Segnalo un interessante articolo su una tematica collegata su NFA:

    http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/Le_proposte_di_reg
    olamentazione_finanziaria#body

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