In un articolo del 8 dicembre 2009, ho già avuto modo di dire che il problema dell’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche non si porrebbe se la proprietà delle scuole fosse privata.
Questo giudizio si richiama molto modestamente a un più generico principio secondo cui la maggior parte delle nostre libertà, se non lockianamente tutte, discende dalla proprietà. Principio che a molti non piace forse per un fraintendimento tra proprietà e venalità, ma che invece, se seriamente preso, giustifica la stessa autonomia dell’agire e del pensare umano.

Una conferma che questo concetto filosofico della proprietà ha ricadute pratiche anche per quanto riguarda il principio di separazione tra Stato e Chiesa viene dal caso americano sull’esposizione di una croce bianca a memoria dei caduti della Prima guerra mondiale, eretta nel 1934 nel deserto del Mojave, che nel 1994 diventa suolo federale con l’istituzione di un area protetta.
Sul caso si è pronunciata la Corte suprema statunitense il 28 aprile scorso, accettando la soluzione escogitata dal Congresso di risolvere la questione dell’esposizione di un simbolo religioso su superficie pubblica semplicemente tramite la cessione della superficie al privato.

A intentare la causa all’inizio del millennio fu Frank Buono, un ex dipendente del parco nazionale, “offeso” dalla presenza di un simbolo religioso su terreno federale.
Di fronte al riconoscimento delle ragioni del signor Buono, il governo si trovava costretto a coprire il crocifisso, in via provvisoria, con un’incerata (!) e poi con del compensato. Nel frattempo, il Congresso approvava una norma per il trasferimento della porzione di terreno ai Veterans of Foreign Wars, proprio con l’intenzione di consentire il mantenimento di quello che la legge aveva già definito nel 2002 un monumento nazionale ai caduti.

La soluzione del passaggio da proprietà pubblica a proprietà privata, contestato dal giudice distrettuale proprio in quanto ritenuto in mala fede rispetto al fine di ovviare all’ordine di rimozione, viene invece avallato dalla Corte suprema come sufficiente in sé a porre rimedio a una questione altrimenti difficile da risolvere senza offendere ora l’una ora l’altra delle fazioni ideologiche in lotta per l’interpretazione del principio di separazione tra Stato e Chiesa.

La Corte in realtà si pronuncia anche sul significato della croce, affermando che, «benché simbolo cristiano, non venne eretta a Sunrise Rock per promuovere il messaggio cristiano» e che «la sua collocazione su suolo federale non rappresentava un tentativo di imprimere allo Stato un particolare credo. Piuttosto, coloro che la innalzarono intendevano semplicemente rendere onore ai soldati caduti della Nazione». In vari passaggi essa conferma un’interpretazione più elastica del principio di separazione idonea comunque a far salva l’esposizione del crocifisso, a prescindere dall’ubicazione, quasi che la soluzione privatistica sia appunto il cavillo, la via d’uscita necessaria a un problema che, in altri momenti, sarebbe stato risolto più semplicemente dal senso comune su cosa costituisca davvero un’“offesa”.

Ma, al di là delle valutazioni circa il valore simbolico della croce e la percezione che di essa la collettività possa averne acquisito col tempo, la Corte ritiene che il passaggio di proprietà, effettuato o meno con lo specifico intento di mantenere la croce dov’è, sia motivo sufficiente a chiudere il caso.

Ogni altra valutazione sulla “causa contrattuale” costituirebbe infatti un thinking backwards, una dietrologia di una scelta politica grazie alla quale si è potuto trovare un compromesso tra il principio di laicità da un lato e la presenza di complessi simboli religiosi che hanno una forza evocativa superiore rispetto a quella meramente religiosa. Ecco allora che, se l’obiettivo del ricorrente era quello usuale di evitare la percezione di uno Stato religiosamente orientato, tale obiettivo «dovrebbe favorire – o almeno non ostacolare – la proprietà privata piuttosto che pubblica» della croce e del luogo in cui è collocata.
Questo caso concreto e attuale dimostra ancora una volta che spesso il diritto di proprietà, in una società variegata come la nostra, può essere il rimedio giusto, per quanto talora sofistico, anche per le questioni più delicate.