Ha vinto Cameron, ma forse no. Highlights di campagna elettorale

- Di “Fate of the nation” parlava il Times ieri, il giorno delle urne. Si chiedeva: will election day save Britain?
La risposta, come dire, la conosceremo solo vivendo.
Lo spoglio non è ancora concluso, mentre scriviamo. Sono le 8 ma il Regno Unito non conosce ancora il nome del suo nuovo Primo ministro, e non lo conoscerà per ancora qualche ora. Una certezza tuttavia c’è già: è Hung Parliament.

In breve: i Tory sono il primo partito, ma non conquistano la maggioranza assoluta dei seggi. I Libdem avanzano ma non al punto da sfondare. Il Labour perde ma non scompare, premiato, a quanto sembra, dal voto utile tatticamente depositato per scongiurare la vittoria blu nei seggi a rischio.

A questo punto non si sa ancora cosa succederà.
Brown potrebbe dimettersi già nelle prossime ore e David Cameron potrebbe accettare dalla regina l’incarico di formare un governo monocolore, ma di minoranza. Oppure potrebbe succedere che Brown non si dimetta e che negozi con Clegg un accordo di coalizione lib-lab. Il diritto costituzionale lo permette ma ragioni di basilare deontologia politica rendono l’eventualità particolarmente unfair. Oppure ancora potrebbe succedere che i Libdem accordino il loro sostegno a Cameron, entrando in un governo maggioritario ma di coalizione. Vedremo.

Comunque sia andata, sono state elezioni, a loro modo, storiche.
Perché la campagna a tre, l’underdog che si afferma, i primi dibattiti TV della storia, la voglia di cambiamento che esclude Brown dalla corsa ma non dal podio, la prospettiva dell’Hung Parliament, e i sondaggi mutevoli e il maggioritario secco che non aiuta a capirci granché…e pure le code ai seggi a Londra, Manchester, Leeds e persino Sheffield (la sezione di Clegg), e i seggi che alle 22 chiudono mandando a casa gli elettori in attesa.
E poi la crisi, e l’umore nero, e la paura dei mercati, e lo spettro della vulnerabilità di una Gran Bretagna assimilata, per entità del deficit, alla Grecia.

Ecco, per tutto questo, e per molto altro, le elezioni UK 2010 sono state una cosa nuova, una cosa strana. Una cosa, comunque se ne interpreti l’esito, positiva.
E positiva l’esperienza è stata anche per noi osservatori esterni che abbiamo visto stemperare la disaffezione per la politica, malattia di cui anche il Regno Unito è stato affetto, in una campagna capace di fornire, se non un rimedio, almeno un po’ di sollievo. Il dibattito si è sviluppato nel dietro le quinte della recessione, in un clima austero, rassegnato. Sarebbe stato facile buttarla sul cheap.

Ed invece no. Più la campagna entrava nel vivo più si faceva politica, nel senso di issue-based, ed in cima ai temi l’economia. A differenza di quanto avviene da noi, infatti, in Uk, su quel tema come sul resto, non c’è stata neanche la tentazione di competere al ribasso: niente ronde, dazi, tolleranza zero; niente “abolizione dell’Ici”, infornate di precari, vittorie sul cancro, ma tagli, rigore, innovazione, recovery. Ed ha funzionato perché l’affluenza è cresciuta, talora in maniera sorprendentemente significativa.

C’è stato fair play tra gli sfidanti, nonostante i dibattiti tv, nonostante la competizione feroce nei marginal seats, nonostante gli scandaletti montati dai media contro questo o quello. Pesantucci, certo, ma nulla del genere “bava alla bocca”. E non perché i giornalisti britannici siano più imparziali – ché, anzi, fare outing politico è un preciso duty professionale. È solo, pare, che della loro libertà i colleghi britannici facciano un uso più costruttivo.

Quanto sta accadendo alla politica (ed alla democrazia) britannica offre, con i dovuti distinguo, spunti fecondi di riflessione anche nel centrodestra nostrano.
C’è un partito Oltremanica, un partito della destra europea, che un paio di anni orsono comincia a porsi una serie di interrogativi. Interrogativi distonici rispetto alla liturgia, ma essenziali a permettere di scrivere un progetto, coerente e attraente, per la nuova società (non quella dei padri) e la nuova economia (non il fantasma del mondo pre-globale). Un progetto che disegna nuove costituency, risponde a nuove issue, si connette a nuovi stakeholder. Un progetto ambizioso.

C’è un altro partito, il Libdem, che da marginale e fighetto si fa egemone e popolare, spariglia i giochi e “resetta l’agenda”. È il cambiamento che vuole. E cambiamento vogliono anche gli elettori. Vincono entrambi, nonostante tutto, perché comunque andrà a finire, il “sistema” da oggi non è già più lo stesso.
Ci ritorneremo.
Intanto, per gli appassionati del genere, un rewind irriverente della campagna 2010: gli highlights, le gaffe, la stampa, la propaganda…

Gli endorsement
Quelli che pesano – Financial Times, Economist e tutta la stampa riconducibile al gruppo Murdoch – sono per Cameron.
Il perché lo spiega il Times: “Repeat until polling day – it’s the economy” .

I quotidiani liberalGuardian e Independent – danno il “go” a Nick Clegg e il “go home” a Gordon Brown. Entrambi, poi, affidano la scelta di campo della testata ad un forum dei lettori.
I numerosissimi partecipanti pare si esprimano nettamente in favore del cambiamento, nel senso di una democrazia tutta nuova, con la rappresentanza proporzionale degli eletti ai Commons e, possibilmente, l’abolizione della Camera dei Lord in favore di una seconda camera democraticamente eletta. Cosa che praticamente non avranno mai. Ma contenti loro…

A Brown il supporto non lo dà nessuno. Come nessuno, neppure tra i suoi stessi supporter, se non fosse stato per gaffe e malasorte, se lo sarebbe filato questo fu-premier-rigorista, miseramente caduto per non esserlo stato abbastanza.

È capitato di tutto al povero Brown, in questa campagna elettorale. È capitato di dare della “bigotta” a microfono aperto ad una militante che in diretta video vomitava addosso al premier tutto quello che il suo governo aveva fatto di sbagliato.
È capitato anche, a due-giorni-due dalle elezioni, che un candidato laburista di Norfolk, amplificato dalle antenne di tutte le TV nazionali, dichiarasse: “Brown is the worst prime minister ever”.

Ma non è che abbia perso per questo, Brown! Ha perso perché nel paese si è cominciato a guardare oltre lui, ormai da un bel po’.
Boris Johnson, il sindaco di Londra, lo ha fatto capire chiaramente, facendo per il Telegraph non un endorsement elettorale, ma un endorsement per il best candidate alla successione di Gordon alla leadership del Labour.  E chi sostiene, Boris?
Allora, i Milibands Bros – dice – sono ok, ma il problema è che sono in due. Le altre nuove leve in ascesa sono ok pure loro, ma non al punto da arrivare così in su.

Resta lui, Lord Peter “cervello fino” Mandelson. Lui, quello che si infiamma spesso ma non brucia mai. Che, anche in un’impresa così disperata – puntare al top job con pallottola-spuntata-Brown  – riesce a mantenersi una figura rispettata dall’establishment, temuta dai media, identificata dal Labour con “il” successo. Ebbene, osserva Johnson, solo Peter potrà far qualcosa per prevenire il suo partito dal farsi dell’altro male, ad esempio continuando ad insistere su concetti come “spesa pubblica”.

Lo spot
È l’ultimo della serie lanciata dai Tory dall’inizio della campagna. Il “tema” della video-campagna è sempre lo stesso: David Cameron.
Questo video, in particolare, è un best of del David Cameron comiziante. C’è David sulle coste gallesi che infiamma una platea di una quarantina di persone; c’è Cameron tra i sobborghi di Londra, Cameron con Samantha, la moglie, e Cameron che, in un climax ispirazionale, invita i compatrioti a impegnarsi tutti per riparare insieme la broken society
Pesantuccio, è vero, ma vale la pena lo stesso dargli un’occhiata.

Il contratto
Non è uno scherzo. Si chiama: “A contract between the Conservative Party and you”.
David non l’ha firmato sulla BBC ma l’ha volantinato, mandato via mail, inoltrato agli amici di Facebook…
C’è scritto che si impegna a fare una serie di cose al governo, e che, se non le dovesse fare, tra cinque anni bene faranno a mandarlo a casa. Il consiglio che Dave da ai contraenti, infatti, è di conservarne una copia e tirarla fuori alle prossime elezioni (che, per inciso, potrebbero celebrarsi anche prima del previsto).

I brogli
Ci sono pure questi. Perché il voto postale – ammettiamolo – rende l’elettore ladro.
A Londra ad esempio è capitato che ad uno stesso domicilio, abitualmente abitato da 5, si registrassero una dozzina di votanti postali. Il  domicilio nella fattispecie è quello di un candidato laburista. A pensarci, è lo stesso sistema adottato dai nostri compatrioti all’estero: non “una testa, un voto”, ma il più articolato “un tetto, una molteplicità proliferante di schede elettorali.”

The race
Si fa a gara tra i seggi a chi completa prima lo spoglio. Ecco come Houghton & Sunderland South si prepara al primato. Per la cronaca: il seggio è andato al Labour.

The game
Il copyright è della BBC. È l’Election night party pack. È scaricabile qui. Contiene giochi, scherzi e persino le maschere da ritagliare con le facce dei politici. Un must.

Tweet by Schwarzenegger
Subito dopo gli exit poll, il governatore della California scrive su Tweeter: “Just called @davidcameron to congratulate him on the victory. Even though results aren’t in we know the Conservatives had a great day.”


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

12 Responses to “Ha vinto Cameron, ma forse no. Highlights di campagna elettorale”

  1. gianca scrive:

    Chiarezza esemplare !

  2. FB_749452953 scrive:

    Aggiornamento:
    Londra, venerdì 7, ore 10.45.
    Nick Clegg commenta il risultato elettorale (non ancora definitivo ma già significativo): “una delusione” e riconosce a Cameron il diritto/dovere di cercare in parlamento una maggioranza a sostegno del suo governo.
    Intanto, nel Labour non si rinuncia a negoziare, e tra i Tory a riflettere sulla scelta politicamente e costituzionalmente più appropriata.
    Alle 14.30(ora locale) parlerà cameron. e noi lo seguiremo.

  3. Piercamillo Falasca scrive:

    E’ interessante notare che i conservatori hanno la maggioranza assoluta dei seggi dell’Inghilterra. Ora, a differenza di quanto avviene per Scozia, Galles e Nord Irlanda, l’Inghilterra non dispone di un proprio parlamento autonomo e le questioni inglesi vengono affrontate a Westminster.
    Azzardo, ammettendo di non essere competente in materia: la maggioranza assoluta dei Tories relativamente all’Inghilterra è un elemento che rende forse meno probabile la formazione di un governo senza di loro…

  4. Clegg è lo sconfitto di queste elezioni: il sistema maggioritario spinge inesorabilmente verso il voto utile, così i Libdem restano marginali nonostante il 22% di voto popolare (che è tanto). Forse è il caso di fare una riflessione su questo sistema elettorale, che si dimostra poco adatto in contesti non strettamente bipartitici (vedi USA). Non è che il tanto vituperato “porcellum”, tolte le liste bloccate che andrebbero abolite, con il suo premio di maggioranza in fondo così male non è?…

  5. FB_749452953 scrive:

    Londra, venerdì 7 maggio, ore 14.30

    David Cameron rivendica la vittoria – di cui si dice “incredibly proud” – e preme sui Libdem perché collaborino ad un’opzione di governo “stronger and more collaborative” per affrontare insieme le responsabilità dell’Afghanistan e della crisi economica.

    I margini per negoziare – dice – ci sono. Ma ci sono anche dei paletti: tasse, Europa ed immigrazione sono le issues non-negoziabili. Sul resto, compresa una riforma elettorale, si può trattare.

    Il leader tory insomma ha scelto di tentare la strada della grande coalizione piuttosto che rischiare una caduta anticipata con un governo monocolore ma minoritario. La parola adesso passa a Nick Clegg.

  6. FB_749452953 scrive:

    @ piercamillo
    assolutamente. hanno maggioranza di voti e di seggi. non possono non governare. sarebbe di antidemocratico pazzesco, che se ci fosse berlusconi gli metterebbe su un casino…

  7. FB_749452953 scrive:

    @ piercamillo again.
    e comunque il First Pass the Post si conferma secondo me il sistema migliore (gli inglesi non hanno idea di cosa possa voler dire “proporzionale”!).

  8. Parnaso scrive:

    Ma è possibile sapere le percentuali che hanno preso le 3 formazioni politiche?
    Comunque il maggioritarrio secco è un sistema anti-rappresentativo: un partito che ha più del 20% (i lib-dem) hanno una quota di seggi troppo bassa rispetto ai voti.
    In Italia si pone invece il problema opposto di garantire la presenza ai piccoli partiti.
    Anche in italia succederebbe il caos, con l’attuale sistema al senato, se si presentassero 3 poli.

  9. Nino Barletta scrive:

    Le posizioni dei Tories e dei LibDem sulla riforma elettorale mi sembrano non convergere sul punto adozione (o meno) del sitema First Pass the Post. Se vorranno far quadrare il cerchio, importeranno il Mattarellum?

  10. I miei complimenti all’autrice!

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