– Ancora una volta su Libertiamo si è aperto interessante dibattito, sebbene a distanza: quello tra Gaetano Quagliariello e Sofia Ventura sul modello di partito e sulle procedure democratiche. Sarebbe bello se tra i due interlocutori il dialogo continuasse. Nel frattempo mi permetto qualche considerazione anch’io.

E’ sempre difficile parlare di modelli di partito (e di democrazia interna) quando si è nel pieno di un dibattito tutto politico dentro al partito che ne discute (non senza coinvolgimento politico e perfino passionale e caratteriale).

Ciò vale in particolare per quei partiti che hanno scelto di scommettere su un cambio di strategia piuttosto radicale rispetto ai modelli della c.d. Prima Repubblica. Coltivare la vocazione maggioritaria in un sistema che è ancora in larga parte culturalmente legato alle forme della logica proporzionale e consociativa è una scelta obiettivamente difficile, continuamente minacciata da rischi regressivi. La stessa legge elettorale è un ibrido che sovrappone la logica maggioritaria del premio di maggioranza su un impianto – ahimè – proporzionalistico.

Con riferimento ai modelli per un partito a vocazione maggioritaria, la domanda allora è: la democrazia interna aiuta o indebolisce questo processo? Io sono convinto che lo aiuti. Innanzitutto perché procedure democratiche aumentano il senso di appartenenza. Il fatto di sentirsi parte anche se si è minoranza impone un costume di lealtà politica a chi non condivide la linea maggioritaria. Inoltre la procedura democratica interna articola, in un quadro unitario, l’offerta del partito, consentendo di attrarre consensi e sostenitori anche tra coloro che non si riconoscerebbero nell’indirizzo politico della maggioranza del partito. In parole semplici, si amplia il consenso complessivo del partito.

Ovviamente sono necessari meccanismi di riduzione della complessità, per evitare che il partito appaia una realtà schizofrenica. Il principio maggioritario, dunque, non può essere messo in discussione. Se gli elettori percepissero che in realtà si riproduce nel partito la logica consociativa di una coalizione, l’effetto sarebbe devastante. Il PD, con la sua costituzione materiale fondata sulla “deliberazione al caminetto”, è esemplarmente negativo.

Il problema dunque non è a mio parere discutere la formula per deliberare. Il problema è il processo che conduce a quella decisione. Un processo nel quale le parti, soprattutto quella di minoranza, debbono potersi sentire “parte” anche, e soprattutto, se sono minoranza e vengono “sconfitte” nella deliberazione.
Il processo di discussione, dunque, non è un fatto neutro e formalistico, ma uno strumento di legittimazione dell’appartenenza unitaria.

Ciò vale soprattutto in un sistema in cui la tentazione frazionistica, derivata dalla cultura proporzionalistica, è ancora fortissima. Anche perché la tentazione frazionistica può disporre di armi di distruzione molto efficaci e consolidate: il potere di veto e la minaccia di rottura.

Un sistema di preparazione della decisione maggioritaria dentro al partito, con strumenti che consentano l’agibilità per la minoranza del processo di discussione che precede la deliberazione, è un interesse innanzitutto della maggioranza. Solo così si può ottenere che la legittima decisione di maggioranza sia accettata lealmente dalla minoranza, senza cedimenti alla tentazione della rottura. La rottura infatti produce effetti nefasti per tutti. Spinge la minoranza che se ne va a recuperare l’armamentario dei partiti identitari e “doppio-fornisti” che ben conosciamo. Indebolisce la maggioranza, perché l’emorragia produce comunque dei costi e non è detto che quel consenso, grande o piccolo, che la minoranza si porta via, sia ininfluente sulla tenuta elettorale del partito.

Al di là delle forme e delle procedure, c’è dunque un problema di lealtà di partito di entrambe le parti coinvolte. Della minoranza che deve accettare le decisioni e non minacciare di “portarsi via il pallone” se la maggioranza fa goal, della maggioranza che deve accettare un processo di decisione (maggioritaria) inclusivo e non punitivo rispetto alla minoranza. Se si vuole democrazia interna va dunque applicato interamente il motto “discutere per deliberare”.