Carceri: quando il controcanto è leghista…

– da Il Secolo d’Italia del 7 maggio 2010

Non so a quale copione si ispiri il “racconto” del dibattito interno alla maggioranza. Ma è sempre più da teatro dell’assurdo.

Se all’interno del partito di maggioranza le posizioni riflettono un pluralismo non solo auspicabile, ma fisiologico (di qualunque tema si tratti: dalla bioetica all’immigrazione, dalle politiche fiscali ed economiche alla riforme costituzionali) chi è “fuori-linea” rispetto all’impostazione ufficiale o prevalente è indiziato di ostruzionismo o sabotaggio.

Se invece un Ministro, dopo averci pensato per qualche mesetto, attacca ad alzo zero un disegno di legge presentato da un altro Ministro e approvato all’unanimità dal Consiglio dei Ministri, al dissenziente non viene rimproverata né la contraddizione logica né la slealtà. Purché il dissenziente sia leghista.

La recente polemica sul ddl “svuota-carceri” del Ministro degli Interni Maroni contro il provvedimento voluto dal Ministro della Giustizia Alfano deve comunque rientrare nello schema di questa narrazione. I leghisti rimangono “alleati fedeli” e quelli che vogliono bilanciare il peso della Lega potenziali “traditori”.

Alfano si è posto una questione di civiltà giuridica e di buon governo, quella delle condizioni di detenzione sostanzialmente “illegali” in cui versa la gran parte delle carceri italiane, costrette ad ospitare un numero dei detenuti di più di un terzo superiore a quello previsto (quasi settantamila contro circa quarantaquattromila). Di fronte ad una vulgata, che presenta l’invivibilità del carcere come una sorta di pena accessoria a carico dei detenuti, il Ministro della giustizia ha spiegato che il “disagio” peggiora e rende intollerabili anche le condizioni di lavoro degli agenti di polizia penitenziaria e pregiudica la funzione rieducativa che la nostra Costituzione assegna alla detenzione, esponendo il nostro paese alle ricorrenti censure della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Dunque, accanto ad un intervento straordinario di edilizia penitenziaria, Alfano ha previsto una misura emergenziale – non la prima e certo non l’ultima visto il ritardo con cui si sono messi in cantiere interventi più strutturali. In particolare, il disegno di legge del governo prevede l’esecuzione domiciliare delle pene detentive fino ad un anno (anche residue di una pena maggiore) ed esclude dal beneficio i condannati per i reati più gravi, i delinquenti abituali e i soggetti a cui sia già stata revocata la detenzione domiciliare.

Non si tratta di un “indulto mascherato”, come sostiene Maroni, perché non estingue la pena e neppure ne sospende l’esecuzione. E non è un provvedimento che “rimette in strada” i detenuti visto che, per ciascun di essi, andrà indicata l’abitazione o il luogo pubblico e privato di cura e assistenza in cui sarà scontato il periodo di detenzione domiciliare.

Nel settembre del 2009, al trentadue per cento dei detenuti condannati con sentenza definitiva mancava un anno al fine-pena. E, anche volendo ragionare in termini economici, il costo pro-capite – diretto e indiretto –  della loro sorveglianza a domicilio è di gran lunga inferiore a quello della loro detenzione.

La Lega – non a caso alleata, in questo, dell’Idv di Antonio Di Pietro–  non pensa a come risolvere, ma a come usare un problema che fa comprensibilmente breccia nelle paure dell’opinione pubblica, a cui ben pochi spiegano che il tasso di recidiva dei detenuti beneficiati da misure alternative è comunque inferiore a quello di chi sconta in carcere anche fino all’ultimo giorno di pena.

Con questo atteggiamento il Carroccio punta, come spesso accade, a scaricare la responsabilità di misure tanto ragionevoli quanto impopolari sul PdL, ricavando per sè il ruolo di chi difende demagogicamente “l’ordine” e la “legge” anche contro l’esecutivo di cui fa parte. La “solita” Lega di lotta e di governo.

Questo gioco non deve stupire e non può essere demonizzato: deve essere però contrastato e non passivamente subito, arginato sul piano dell’azione e non del ripiegamento. Il provvedimento proposto dal ministro Alfano, insomma, può essere modificato, ma per essere reso più coerente con i suoi presupposti, non per consentire alla Lega di staccare un dividendo di immagine.

In tutto questo, peraltro è evidente la contraddizione con la fermezza con cui si vuole arginare la competizione all’interno del PdL, che, una volta accettata e incanalata su binari da tutti condivisi, non indebolirebbe ma rafforzerebbe Silvio Berlusconi e il suo governo.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

One Response to “Carceri: quando il controcanto è leghista…”

  1. Claudio scrive:

    La differenza tra la Lega ed i finiani è che mentre i leghisti cercano di promuovere una politica governativa in linea con le aspettative degli elettori della propria coalizione (abbiamo forse dimenticato che la sicurezza era il principale cavallo di battaglia della CDL alle ultime politiche?) i finiani, delle promesse elettorali e delle opinioni di chi ha loro permesso di siedere al governo (o nello scranno più alto della Camera) non gliene può fregare di meno, del resto perchè perseguire una linea politica di destra quando con la retorica politically correct si può essere così tanto apprezzati e considerati “moderni” da quel certo culturame di sinistra che in Italia purtroppo la fa da padrone?
    Peccato per Fini che la gran parte di coloro da cui viene così tanto osannato non lo voterà mai, neppure se si sposta alla sinistra di Vendola, alla fine ai loro occhi è pur sempre un ex-fascista…

    P.S. Il sottoscritto non è affatto leghista, residente a Milano ed in parte di origine meridionale, vota PDL.

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