5 maggio 1998, ieri di dodici anni fa. Il mio ultimo giorno di scuola, classe V B del liceo scientifico Galileo Galilei di Sarno. Non potevo immaginare che l’indomani quell’istituto sarebbe diventato uno dei centri di accoglienza per le migliaia di sfollati della mia cittadina, le cui case erano state travolte e distrutte da ondate di fango provenienti dal Monte Alvano, alle spalle di Sarno. Centotrentasette morti. Ed altre decine nei vicini comuni di Bracigliano, Siano e Quindici. Onde multiple, ravvicinate nel tempo, anomale per dimensioni ma non inedite, almeno storicamente parlando.

‘A muntagn’ è caduta, cantò Nino D’Angelo. La sua canzone mi è venuta in mente stamattina, l’ho poi ritrovata postata su Facebook da più di un sarnese. Un brano in cui un bravo artista tradusse in versi i sentimenti di chi visse quel 5 maggio, lo sgomento che per mesi ci accompagnò (Sta chiuvenn n’ata vota, ‘a paura vo’ turnà – Sta piovendo un’altra volta, la paura vuol tornare), la bella favola di Roberto, ritrovato vivo dopo giorni sotto le macerie (…‘o core ‘e nu guaglione sott’a terra ca tremmava, ca vuleva respirà – …il cuore di un ragazzo sottoterra, che tremeva, che voleva respirare) e l’orgoglio di una comunità che in quel momento seppe aiutare se stessa (case can un song’ maie fernute hanno visto mane senza età, hanno aizato ‘e prete a una a una – case mai finite hanno visto mani senza età, hanno alzato pietre ad una ad una).

Dodici anni dopo, lasciando da parte l’emotività, provo a ragionare sull’eredità sociale, culturale e politica di una tragedia. Rispetto all’Italia e rispetto a Sarno.

Dal 5 maggio 1998 ad oggi l’Italia ha conosciuto terremoti, alluvioni, frane, disastri ferroviari. Lo schema si ripete invariato: la catastrofe, la gestione dell’emergenza, le polemiche sulla prevenzione che non c’è e sullo scempio del territorio che c’è, l’assenza delle istituzioni, la ricostruzione presa di mira dal malaffare. Avremo altri episodi come quello di Sarno in Italia, li abbiamo già avuti: calata la polvere, nessun governo ha mai davvero pensato di gestire i grandi rischi con un sistema moderno, responsabilizzante per i cittadini e le amministrazioni locali, trasparente e basato anzitutto sulla prevenzione. Si continua a vivere alla giornata, salvo poi piangere le perdite umane e materiali e pagare – molto di più – i cocci rotti.

Sarno ha oggi un livello di sicurezza idrogeologica invidiabile, grazie ad un complesso sistema di canalizzazione delle acque piovane, dei detriti e del fango (un sistema – beninteso – impossibile da realizzare per tutte le aree d’Italia soggette a rischi simili, perchè troppo costoso). Polemicucce a parte, anche la ricostruzione del patrimonio abitativo è stata relativamente rapida. Eppure, dodici anni dopo la ferita, Sarno non è diventata una comunità migliore. Anzi, è tornata alla sua normalità, quella di tipica cittadina meridionale economicamente e moralmente depressa, povera anzitutto di ‘capitale sociale’, assistita, disordinata. Una piccola società locale frantumata, piena di veri talenti sprecati, di intelligenze perse, di tante persone oneste rassegnate a convivere quotidianamente con la piccola illegalità endemica e diffusa. Politicamente parlando, un Sud come un altro: un territorio malgestito da una classe dirigente che fa del clientelismo non uno strumento, ma il suo stesso fine.

Ho ricoperto l’incarico di assessore comunale per un anno e mezzo: non sono pentito di averlo fatto, ho l’orgoglio di aver provato ad essere una mosca bianca. Ma provo imbarazzo per molte cose che ho visto fare intorno a me e rimorso per non averle denunciate pubblicamente, quando forse potevo. D’altronde, si trattava di cose ‘normali’ in una certa parte d’Italia, cose addirittura migliori di quanto avviene in certe aree del Sud più inquinate dalla criminalità organizzata di quanto lo siano l’agro sarnese-nocerino e la provincia di Salerno, cose accettate e spesso richieste da una parte dell’elettorato. Cose meridionali.

Di quel 5 maggio 1998 non restano che i segni fisici ed i tanti, tantissimi dolori privati. Socialmente, culturalmente e politicamente l’alluvione – ho paura quasi solo a pensarlo – non è servita a nulla.