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Non basta dire ‘pubblico’ per intendere trasparenza e democrazia. Vale anche per i partiti

– La proposta di Beppe Pisanu di condizionare l’erogazione dei finanziamenti pubblici ai partiti all’esistenza di regole di democrazia interna centra due problemi in un colpo solo.

La prima questione investe l’annosa diatriba sullo statuto giuridico dei partiti. La seconda invece concerne il sistema di finanziamento della politica italiana. Cominciamo dalla prima.

L’articolo 49 della Costituzione stabilisce che “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. La genesi di tale norma costituzionale di principio, che prefigura la natura associativa dei partiti politici e niente di più, si deve all’impostazione assunta dai comunisti in sede costituente, contraria ad una regolamentazione più stringente e dettagliata dei partiti politici perché timorosa che un controllo pubblico della loro vita interna avrebbe messo fuori legge il Partito Comunista, i cui fini e il cui modello organizzativo “moscocentrico” non erano compatibili con la competizione politica democratica.

Sessant’anni di vita repubblicana dopo la regolamentazione dei partiti politici italiani è ancora limitata al dettato costituzionale dell’articolo 49, con qualche integrazione della giurisprudenza costituzionale. Varie sono invece le leggi ordinarie che si sono preoccupate di disciplinare il sistema di finanziamento (principalmente) pubblico dei partiti. Con un’ ordinanza del 2009 (la numero 120) la Corte Costituzionale ha statuito, rigettando un conflitto di attribuzioni sollevato dalla “Lista Consumatori C.O.D.A.CONS” che  “i partiti politici vanno considerati come organizzazioni proprie della società civile, alle quali sono attribuite dalle leggi ordinarie talune funzioni pubbliche, e non come poteri dello Stato ai fini dell’art. 134 Cost.” in quanto non hanno “la natura di organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà di un potere dello Stato per la delimitazione di una sfera di attribuzioni determinata da norme costituzionali”. Dunque non sono poteri dello Stato, ma organizzazioni della società civile alle quali sono attribuite dalle leggi ordinarie talune funzioni pubbliche connesse, aggiungo io, principalmente al funzionamento pratico delle procedure elettorali (si pensi alla presentazione di liste di candidati, per esempio), alla determinazione degli spazi di garanzia in materia di comunicazione politica (nell’ambito della legge sulla par condicio essi costituiscono il centro d’imputazione del riparto degli spazi tv).

Ma ciò che maggiormente rileva è che nella costituzione materiale del Paese, essi oramai rappresentano i principali agenti intermedi attraverso i quali si realizzano i diritti di partecipazione politica attiva previsti dalla Costituzione, al punto da essere meritevoli di finanziamenti (pardon, rimborsi!) a carico del bilancio statale.

E qui veniamo alla seconda questione. E’ noto che nel 1993 una schiacciante maggioranza di italiani (il 90,3 % ) si espresse contro il finanziamento pubblico dei partiti in un referendum promosso dai Radicali. Un anno dopo il finanziamento pubblico ai partiti veniva surrettiziamente reintrodotto sotto forma di “contributo per le spese elettorali”, per poi strutturarsi e aumentare attraverso vari aggiustamenti normativi. Oggi per ogni elezione alla Camera dei Deputati, al Senato della Repubblica, al Parlamento Europeo e ai Consigli regionali, esiste un fondo annuale, calcolato in ragione di un euro per ogni cittadino iscritto nelle liste elettorali per la Camera dei Deputati (che fanno più di 50 milioni di euro l’anno), ripartito tra i partiti che abbiano superato almeno l’1% nella misura di un euro per ogni voto ricevuto. Una legislatura, per intenderci, costa, tra Camera e Senato, qualcosa come 500 milioni di euro in rimborsi elettorali (somma ottenuta moltiplicando i 50 milioni del fondo per ciascuno degli anni di legislatura e poi per due, visto che esiste un fondo di identico ammontare per ogni assemblea elettiva). A ciò si aggiunga che dal 2006 l’erogazione dei “rimborsi” è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura anche qualora essa termini anticipatamente. In considerazione di ciò, e dello scioglimento delle Camere decretato nel 2008 a seguito della caduta del governo Prodi, i partiti politici italiani oggi cumulano per intero il rimborso stabilito nel 2006 per la XV legislatura e quello stabilito per la XVI nel 2008 (per intenderci l’Udeur, scomparso nel 2008, avrà rimborsi elettorali per 3 milioni di euro fino al 2011, mentre il PdL fino a quella data cumulerà i rimborsi riconosciuti a FI e An nel 2006 con quelli riconosciuti al partito unico nel 2008).

Il finanziamento pubblico costituisce la gran parte delle entrate dei partiti politici italiani, ai quali non è comunque preclusa la via dei finanziamenti privati. Due sono le principali prescrizioni normative in materia: quella del divieto di ricevere “finanziamenti o i contributi, sotto qualsiasi forma e in qualsiasi modo erogati, da parte di organi della pubblica amministrazione, di enti pubblici, di società con partecipazione di capitale pubblico superiore al 20 per cento o di società controllate da queste ultime, ferma restando la loro natura privatistica” (art. 7 della legge 195/74) e l’obbligo di dichiarazione congiunta al presidente della Camera da parte del contributore e del contribuito in caso di contributi privati che superino i 50000 euro l’anno. La disciplina dei finanziamenti privati è dunque scarna e poco trasparente, soprattutto se confrontata, ad esempio, con il sistema americano, dove ogni singolo dollaro incassato in occasione delle elezioni da politici o partiti politici è reso pubblico, sottostà alla disciplina di un’autorità di garanzia che è la FEC (Federal Election Commission) e non può provenire direttamente da società private, le quali, insieme ai sindacati, possono invece costituire dei Political Action Committees (PACs), di cui assumono la mera gestione organizzativa, essendo il finanziamento degli stessi permesso soltanto a contributori persone fisiche, e per importi massimi specificamente determinati dalla legge.

Tornando all’origine di questo excursus, cioè alla proposta di Pisanu, la prima riflessione che mi sovviene è che essa è coerente in un quadro di finanziamenti (quasi totalmente) pubblici dell’attività politica. Da liberale non ho una particolare predilezione per la legge come fonte di regolamentazione dei partiti, potendo gli stessi autonomamente disciplinarsi attraverso i rispettivi statuti. E tuttavia, proprio in considerazione dell’autonomia statutaria dei partiti sarebbe più coerente spostare il baricentro finanziario dei partiti sui privati, ovviamente regolamentandone minuziosamente modalità e importi con legge. Posto che ritengo impossibile più che improbabile che ciò accada, è allora da interrogarsi sul significato della democrazia interna evocata da Pisanu. Come riportato sopra, l’articolo 49 della Costituzione sancisce che i partiti politici concorrono con metodo democratico a determinare la politica nazionale. L’espressione “metodo democratico” è stata costantemente interpretata come democrazia esterna, nel senso di competizione tra partiti, non dentro ai partiti. Lo stesso finanziamento pubblico di questi ultimi è stato a più riprese giustificato dai suoi sostenitori come garanzia di indipendenza, trasparenza e democraticità dell’influenza che i partiti esercitano sulle decisioni pubbliche. Ma a ben vedere, pur assorbendo una mole di risorse pubbliche spaventosa se confrontata con i paesi pari grado in Europa (ogni elettore italiano sopporta una “tassa” annua di sei euro per mantenere i partiti politici, i tedeschi, che sono i più vicini a noi per costo, solo la metà – dati 2004, oggi credo siano raddoppiati) i nostri partiti sono i più tetragoni alla competizione interna, al rinnovo generazionale delle leadership e alla partecipazione militante. Il finanziamento pubblico, in conclusione, è la rendita attraverso cui si sono consolidate le oligarchie interne ai partiti. In questo quadro non sarebbe reprensibile una norma che imponesse agli statuti di prevedere meccanismi di competizione interna, dalle primarie ai congressi, ai caucus, passando per l’abolizione (o quantomeno un sostanzioso ridimensionamento) dei finanziamenti pubblici a favore di ben più trasparenti e regolabili finanziamenti privati, che finirebbero per concentrarsi sui singoli candidati più che sulle strutture associative, consentendo e anzi incentivando scalate ai vertici, dinamismo e pluralismo di posizioni.

La democrazia, è inutile nasconderlo, è lo stato di conflitto permanente tra interessi collidenti. Metterli in competizione spinta, enucleandoli nei partiti, è il modo migliore di assimilarli e “normalizzarli” anche all’interno degli organi costituzionali.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

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