Secondo i difensori d’ufficio di Scajola, che speriamo disponga di avvocati migliori dei suoi amici politici, anche Nixon sarebbe stato costretto alle dimissioni da una congiura mediatica, in assenza di una sentenza giudiziaria inappellabile che ne sancisse la colpevolezza.

Dunque, il garantismo autentico consisterebbe in questo: nell’impossibilità di discutere di contestazioni, che non abbiano ancora assunto la forma dell’imputazione giudiziaria e nell’obbligo di attendere la pronuncia della Cassazione prima di ragionare della credibilità personale di un ministro. Bel “garantismo giustizialista” quello per cui i soli fatti che è legittimo utilizzare, per chiedere le dimissioni di un politico o per censurarne la condotta, sono quelli accertati in sede giudiziaria.

In Europa e negli Stati Uniti ministri e parlamentari si sono dimessi dopo la diffusione di notizie su condotte penalmente e, a volte, politicamente irrilevanti: avances sessuali spericolate nei bagni degli aeroporti, infedeltà coniugali prima negate e poi tardivamente ammesse, evasione dei contributi previdenziali dovuti ai collaboratori domestici, rimborsi spese gonfiati, prestiti richiesti e accettati troppo spregiudicatamente da creditori bisognosi di protezione politica…

In tutti questi casi, “gogna mediatica” è il nome sbagliato per una pratica giusta e fisiologica, che aiuta a saggiare la credibilità dei potenti e che proprio per questo partecipa del mercato politico e in certo modo lo costituisce, fornendo ad esso i contenuti della discussione pubblica.

L’informazione, ovviamente, non è “pura”, ma un mestiere e un prodotto in cui non mancano scorrettezze e compromessi, che è però tanto più facile smascherare quanto più il mercato è aperto e la stampa libera.

Il garantismo è la tutela della presunzione di innocenza, della possibilità di difesa giudiziaria di un imputato e della sua “parità” di posizione e di mezzi rispetto a chi sostiene l’accusa. Il garantismo non c’entra dunque nulla con la sterilizzazione della discussione pubblica, che non “costringe” nessuno alle dimissioni né implica la decadenza da alcuna carica, ma fa emergere la credibilità sia delle domande che delle risposte, e non comporta una condanna arbitraria, ma, se le accuse suonano più persuasive delle difese, la sanzione del discredito e della sfiducia.

Ben altra cosa è riprodurre mediaticamente le indagini istruttorie e il dibattimento giudiziario, per amplificare, come spesso avviene, le ragioni dell’accusa contro quelle dell’accusato, il “desiderio di giustizia” delle vittime contro la dichiarazione di innocenza dell’imputato.  Ma per evitare i “processi mediatici”, non è possibile chiedere che nulla rilevi nella condotta di un politico, e nulla sia usato dagli organi di informazione, se non quello che è scritto, con inchiostro indelebile, nei casellari giudiziari.

Diciamo la verità: Scajola si è dovuto dimettere perché non era più nè possibile nè ragionevole respingere le responsabilità senza smentire i fatti e dovendoli al contrario spiegare con la teoria del “complotto perfetto”. Ed è sostanzialmente irrilevante che Scajola sia chiamato a rispondere da inquisito o a riferire da testimone delle circostanze dell’acquisto della sua casa romana, nell’ambito di una inchiesta che lo vede, al momento, solo indirettamente coinvolto.

Le furbizie, gli abusi, gli scandali pesano sulla politica e sull’informazione, sui politici e sui giornalisti, prima e al di là di qualunque sentenza, come ha dimostrato il condirettore del Giornale Sallusti, che ieri sera, a Ballarò, ha tentato di screditare gli accusatori di Scajola, ritorcendo contro di loro accuse analoghe, ma non proprio identiche, a quelle che hanno segnato il destino dell’ex Ministro delle attività produttive.

D’Alema non è mai stato condannato per “Affittopoli”, nè Ezio Mauro per avere dichiarato nell’atto di compravendita di un immobile un valore diverso da quello effettivamente pagato. Ma nessuno, nel centro-destra, ha mai considerato “criminale” usare politicamente questi fatti contro gli avversari più scomodi e agguerriti, per screditarli e per smascherarne l’ipocrisia.