Rinnovabili? Una scelta per l’ambiente, non certo per l’occupazione

– Con questo contributo di Diego Menegon, Libertiamo.it inaugura una serie di articoli in materia di energia lato sensu: dalle scelte pubbliche per il miglioramento del grado di efficienza energetica dell’economia italiana alla tutela dell’ambiente e della qualità della vita, dai risvolti internazionali alla diffusione di una ‘cultura’ energetica pragmatica ed attenta all’innovazione. Tutti gli articoli saranno contraddistinti dal logo che vedete di fianco, un nucleo con al centro un sole. Il senso è chiaro, no?

La Commissione europea si appresta in queste settimane a perfezionare una bozza di comunicazione sulla crescita e l’innovazione pulita che rilancia la proposta di portare dal 20 al 30 per cento l’obiettivo di riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2020.

Il costo stimato si aggira attorno ai 33 miliardi di euro, lo 0,2 per cento del PIL, ma secondo Bruxelles vi sono ragioni per ben sperare sulla capacità della green economy di produrre benefici in termini occupazionali tali da compensare i sacrifici richiesti. Il boom di green jobs rappresenta un argomento su cui le istituzioni comunitarie insistono da tempo, un tema ampiamente utilizzato per giustificare la fissazione di obiettivi via via più ambiziosi sui fronti dell’efficienza energetica e dell’incremento della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili.

Secondo Bruxelles, il conseguimento dei target fissati dalla direttiva 2009/28/CE sulle rinnovabili creerà dai 100 ai 400 mila posti di lavoro. Dai 50 ai 185 mila sono, invece, i green jobs che possono derivare dagli investimenti nel settore dell’edilizia. Nella comunicazione viene ventilata l’ipotesi di introdurre una carbon tax sui settori non interessati dal sistema di scambio delle emissioni. Le entrate fiscali derivanti dall’adozione dell’imposta si attesterebbero, secondo lo scenario tratteggiato, a 50 miliardi di euro.
Non è facile calcolare quante imprese cadrebbero sotto i colpi di una regolazione più stringente e di un inasprimento dell’imposizione fiscale.
Con riguardo alle ricadute occupazionali del settore delle fonti rinnovabili, un’utilissima indicazione ci viene, invece, dal recente studio di Carlo Stagnaro e Luciano Lavecchia condotto per l’Istituto Bruno Leoni (“Are Green Jobs Real Jobs?” ). Secondo gli autori, la stessa somma che – se investita nel settore delle rinnovabili comporta la creazione di un posto di lavoro – può creare le condizioni per dare occupazione a un numero di persone da 4,8 a 6,9 se indirizzata ad un altro comparto industriale. Ciò si deve al fatto che il settore delle rinnovabili rappresenta, al di là della retorica cui spesso si ricorre, una produzione capital intensive, che impiega un numero limitato di lavoratori. Detto altrimenti, gli investimenti nel settore sono rivolti vieppiù allo sviluppo e all’acquisto di tecnologia, non alla retribuzione dei dipendenti.

In questo modo viene confutata la tesi, fatta propria dalla Commissione europea, secondo cui le politiche di sostegno alla economia verde sono la strategia più coerente allo scopo di rilanciare l’occupazione in tempi di crisi.
Per quanto limitato all’analisi delle ricadute occupazionali del settore eolico e fotovoltaico (opzione metodologica giustificata dalla maggior attenzione rivolta dai policy maker a questi ambiti), lo studio dell’IBL ha il merito di dipingere con occhio più concreto e critico la realtà, attraverso un approccio comparativo che toglie la maschera ad alcuni sofismi à la mode. I valori assoluti diffusi dalle istituzioni comunitarie per il calcolo dei potenziali green jobs che il settore delle energie rinnovabili può creare non sono significativi, se non accompagnati da un attento esame dei connessi costi opportunità e degli impieghi alternativi.

Affermare che gli aiuti alle rinnovabili non costituiscono incentivi all’occupazione significa ridimensionare l’importanza delle fonti rinnovabili nei futuri scenari energetici? Affatto, vuol dire piuttosto riportare la discussione su un terreno più franco e veritiero. Potremmo, anzi, ricavare dai risultati di questa ricerca l’ipotesi che il progresso tecnologico potrebbe un giorno strappare un settore non ancora maturo dal suo attuale stato di dipendenza dai sussidi pubblici. Se i generosi incentivi a carico degli utenti di cui beneficia il settore servissero oggi a retribuire manodopera impiegata in un settore labour intensive, dovremmo concludere che le fonti rinnovabili saranno capaci di competere con le fonti tradizionali solo quando sarà possibile fare a meno della costosa manodopera oggi necessaria.

Un approccio più fedele alla realtà ci invita ad espungere dal dibattito impropri argomenti retorici che fanno leva sulle ricadute occupazionali della green economy. È probabile che un contenimento delle tariffe elettriche condurrebbe, infatti, ad esiti più positivi in termini di crescita economica e dell’occupazione. Piuttosto, non si corre il pericolo di cadere nella demagogia affermando che misure di favore possono essere riconosciute al settore se commisurate ai benefici possibili in termini di minore impatto ambientale e paesaggistico, ottenibili dallo sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

3 Responses to “Rinnovabili? Una scelta per l’ambiente, non certo per l’occupazione”

  1. Valeria scrive:

    Speriamo lo leggano a Bruxelles!

  2. Marco scrive:

    Minore impatto ambientale e paesaggistico ottenibili dallo sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili?
    A me pare esattamente il contrario.
    Un aumento esponenziale dell’impatto paesaggistico e ambientale derivante dall’abuso delle energie rinnovabili.

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