L’ingiustizia della giustizia in Italia e il divario Nord-Sud

pubblicato su Scelgo l’Italia – “Le nostre norme giuridiche e prassi giudiziarie e amministrative sono poco sensibili alle ragioni del mercato e dell’efficienza economica[…]. Una manifestazione clamorosa della sordità del diritto italiano alle ragioni dell’efficienza è l’abnorme durata dei processi”. Così scrive Salvatore Rossi in Controtempo. L’Italia nella crisi mondiale e non a torto. Anzi. In Italia i processi sono lenti. Troppo lenti, nonostante le riforme. Nel civile così come nel penale. La durata media dei procedimenti civili è almeno tripla di quella degli altri paesi sviluppati. Innumerevoli le condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo; in aumento i costi in termini economici sostenuti dallo Stato a partire dal 2001, anno dell’entrata in vigore della legge Pinto che prevede il diritto ad ottenere un risarcimento per quanti fossero rimasti intrappolati nelle spire della giustizia oltre ogni “ragionevole durata”.

E i tempi lunghi implicano costi più elevati anche per le imprese. Da un recente studio realizzato da Confartigianato emerge che il costo delle imprese per i ritardi della giustizia è di ben 2,3 miliardi di euro. Eppure, se la macchina della giustizia funzionasse bene, non solo i diritti dei cittadini sarebbero meglio tutelati e le imprese più competitive ma l’Italia attirerebbe anche più investimenti esteri, specie al Sud e l’economia crescerebbe di più. Alberto Mingardi, direttore dell’IBL, in un recente articolo pubblicato sul Wall Street Journal – relativo agli effetti negativi delle anomalie giudiziarie italiane sugli investimenti dall’estero – riporta che l’economia italiana tra il 2003 ed il 2007 ha visto in media gli investimenti diretti esteri avere un valore pari solo all’1,44% del PIL, contro il 4,03% del resto dell’area euro. E non è un caso.

Secondo il rapporto Doing Business per il 2010 redatto dalla Banca Mondiale, nella graduatoria per la capacità di “far rispettare i contratti” l’Italia occupa il 156° posto su 183, dopo paesi come il Sudan, il Ruanda, il Nicaragua, l’Uganda ed è l’ultimo in classifica tra i paesi dell’Ocse: in nessuno tra questi, insomma, è più difficile far valere le proprie ragioni davanti alla giustizia civile. “Sogno o son desto?”, sentenzierebbe Cartesio.

Ma guardiamo al divario tra Nord e Sud: la durata dei procedimenti risulta in media significativamente superiore nelle regioni meridionali rispetto a quelle del Centro Nord, come emerge da uno studio di Banca D’Italia. In alcune aree del Sud la durata dei processi tende all’infinito. Una catastrofe. Stongo scetato, dormo o è fantasia? (sono sveglio, dormo o è fantasia?), direbbe Totò. Altro che fantasia, i dati del Ministero della Giustizia parlano chiaro. A Nord la durata di un processo penale è di 221 giorni, a Sud di 555. A Nord un processo civile dura 323 giorni, a Sud ben 654. E se la produttività del sistema economico italiano è inversamente proporzionale alla durata dei processi, oltre che ad altri fattori, il gioco è fatto: anche la giustizia diviene quindi una “questione meridionale”.

Secondo quanto afferma Luca Ricolfi nel suo ultimo libro Illusioni italiche, basterebbe che il Centro ed il Sud raggiungessero il livello medio del Nord per permettere una drastica riduzione dei tempi medi di durata dei processi in Italia. Da 386 (media italiana) a 221 (media del Nord) nel penale e da 484 a 323 giorni nel civile.

Ma perché i processi in Italia sono così lenti, specie al Sud? Diverse le variabili in gioco.

Anzitutto va considerato l’elevato tasso di litigiosità – numero di nuove cause avviate ogni anno rispetto alla popolazione – che secondo lo studio CEPEJ (2008), in Italia è pari 3,5 volte quello della Germania e quasi due volte quello di Francia e Spagna. Il fenomeno risulta poi significativamente superiore nel Sud: ben il 44 per cento dei procedimenti si registra in due regioni, Campania e Puglia (che in termini di popolazione residente pesano complessivamente solo per il 16,8 per cento).

Altri fattori ad incidere sono: gli incentivi perversi insiti nella struttura dei compensi degli avvocati, legati al tempo più che al risultato; il cosiddetto “inquinamento normativo” (norme scritte male e cambiate di continuo); i formalismi e gli adempimenti inutili; le oscillazioni della giurisprudenza; i troppi gradi di giudizio (primo grado, appello, cassazione). Come osserva il procuratore Bruno Tinti nel libro Toghe rotte, in Italia i gradi di giudizio sono addirittura quattro, visto che in molti casi è prevista una fase preliminare con tanto di udienze davanti al giudice (Gip o Gup). Altro elemento cui si addebitano i lunghi tempi: le scarse risorse.

Secondo Ricolfi, a legislazione invariata e risorse costanti, i processi potrebbero ugualmente essere più veloci se i responsabili degli uffici provvedessero a riorganizzare il lavoro dei magistrati. E’ stato fatto a Torino così come a Bolzano. Ma oltre che ai dirigenti dei vari distretti giudiziari, parte della colpa del cattivo funzionamento va attribuita anche al Ministero, reo di non innescare meccanismi virtuosi: assegnando le risorse in base all’ampiezza dell’arretrato (processi pendenti) – anziché in base alla domanda di giustizia (procedimenti “sopravvenuti”) o, meglio ancora, in base ai risultati – premia di fatto quei distretti che si rendono responsabili degli arretrati.

Ulteriori fattori da considerare sono la cultura e le tradizioni giuridiche italiane che manifestano una certa noncuranza per il mercato. Nel nostro sistema di pensiero, secondo Magda Bianco e Salvatore Rossi su lavoce.info, la giurisdizione è intrinsecamente a-economica: è una funzione senza costo e senza tempo, in cui ogni singolo processo ha valore assoluto e questo esclude che si possa procedere ad una valutazione di costi-benefici per la collettività. Allarmanti gli effetti: secondo le indagini condotte dalla Banca d’Italia sulle imprese industriali con oltre 50 addetti, in media, un’impresa coinvolta in una causa civile per inadempimento contrattuale della controparte, in un terzo dei casi preferisce accordarsi; rinunciando per giungere all’accordo mediamente a quasi il 40 per cento della somma che sarebbe stata dovuta.

Please, visit Italy. We’re the best country in the world in terms of culture, landscapes, art […]beautiful countryside, seaside, mountains, that is Italy […] please visit our country. We will welcome you warmly and with a better organization”, affermava Rutelli, con un impeccabile “british – roman accent”, in un divertente video di un po’ di tempo fa.

Questo il bel quadretto nostrano. E adesso, se avete il coraggio, please, venite ad investire in Italia.


Autore: Rosita Romano

Nata nel 1984. Dottoressa con lode in Giurisprudenza e fondatrice del movimento Rompiamo il Muro, la lobby della Generazione F. E’ Cultore della materia di Diritto Commerciale e collaboratrice di cattedra presso la LUISS Guido Carli. Ha lavorato agli Affari Istituzionali di UniCredit Group, alla Camera dei Deputati e presso la Commissione Industria Ricerca ed Energia del Parlamento Europeo a Bruxelles. Il suo programma elettorale da rappresentante degli studenti è divenuto riforma universitaria. E’ stata primo membro studentesco donna eletto in Commissione Diritto allo Studio della LUISS. E’ membro del Comitato di Direzione di Scelgo l’Italia.

One Response to “L’ingiustizia della giustizia in Italia e il divario Nord-Sud”

Trackbacks/Pingbacks