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Quagliariello semplifica troppo il problema della forma partito

– In una recente intervista al Riformista, Gaetano Quagliariello ha affrontato una serie di temi ‘caldi’, tra i quali la forma partito, il modo in cui si devono prendere le decisioni all’interno del partito e il ruolo del leader. Due sono i punti rilevanti del suo discorso che meritano una riflessione. Il primo riguarda quella che lo stesso senatore Quagliariello definisce “la logica di un partito a vocazione maggioritaria, dove si decide a maggioranza e quella decisione è vincolante per tutti”. Il capogruppo vicario del PdL al Senato, in realtà, risolve la questione in modo un po’ troppo semplicistico.

Che le decisioni all’interno del partito debbano essere prese a maggioranza non vi è dubbio, non si vede in quale altro modo si  potrebbe procedere. Ciò, però, non significa che ogni volta si debbano mettere ai voti opzioni rigide, difese a spada tratta dagli uni e dagli altri e la decisione assunta alla fine altro non sia che il risultato del volere della maggioranza e non il frutto di un confronto ragionevole e ragionato. Una decisione autoritativa dovrebbe essere anche ‘autorevole’, in quanto sostenuta da argomentazione razionali e convincenti e da una seria osservazione dei problemi concreti e per raggiungere questo obiettivo è necessario un ampio confronto nelle sedi opportune; poi, si vota. E questo è ciò che fino ad oggi è mancato nel PdL.

Citando Weber, e veniamo così al secondo punto, Quagliariello ricorda che i partiti sono solo degli strumenti, non dei fini. Anche in questo caso è bene sviluppare l’argomento. Posso convenire con Quagliariello che ciò sia vero nella teoria della democrazia e possa essere considerato un “dover essere”, un obiettivo ideale da tenere come costante punto di riferimento.  D’altro canto, secondo  l’articolo 49 della nostra Costituzione, i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente per concorrere a determinare la politica nazionale, dunque il loro associarsi è concepito come orientato ad un fine più alto. La Costituzione, però, aggiunge che tale concorso deve avvenire ‘con metodo democratico’; la cosa non è di poco conto. E’ lecito domandarsi se esista un rapporto tra il funzionamento democratico delle istituzioni e il funzionamento democratico dei partiti e l’interrogativo non può essere liquidato banalmente facendo ricorso alla semplice idea del rapporto diretto tra leader ed elettori. E’ davvero pienamente democratico un sistema politico dove gli elettori scelgono solo il leader e il resto del pacchetto (parlamentari, ma anche eletti e responsabili locali) è già confezionato? Ci si può realmente attendere da un partito siffatto l’elaborazione di decisioni, a tutti i livelli,  che siano anche sensibili agli interessi reali presenti nel paese e non semplici ‘interpretazioni’ dall’alto? Vi sono diversi grandi partiti europei dove gli iscritti intervengono in scelte importanti, come quella del segretario del partito, del candidato alla guida del governo, dei candidati alle elezioni legislative. Vogliamo bollare tutto ciò come ‘vecchia politica’?

Quagliariello  ha anche sostenuto che “la democrazia interna al partito si deve arrestare un attimo prima di mettere in discussione il rapporto tra sovranità popolare ed eletti”.  Mi domando, allora, quando il Partito laburista ha costretto Blair, a metà del suo terzo mandato, a dimettersi e cedere il posto a Gordon Brown, ha messo in discussione la “sovranità popolare”? In realtà, sappiamo che gli elettori in Gran Bretagna votano sì, di fatto, anche per il capo del governo, ma nella misura in cui questi è il leader del partito vincente. Il voto per Tony Blair era un voto per colui che era riuscito a conquistare il partito laburista e a trasformarlo tanto da renderlo un plausibile candidato alla vittoria. Il venir meno del rapporto di fiducia tra il partito e il capo del governo non può, quindi, essere irrilevante. Certo, oggi per il PdL la questione non si pone, ma poiché per giustificare il “centralismo carismatico”, come lo ha chiamato Alessandro Campi, si fa sempre ricorso a teorizzazioni generali, sarebbe bene che queste avessero un serio fondamento.

Rimanendo sempre al tema della strumentalità del partito rispetto ai fini, un approccio realistico ci porta inevitabilmente ad ammettere che nei partiti, come in tutte le organizzazioni complesse, si sviluppano interessi organizzativi specifici. Per questo, diventa importante introdurre incentivi che rendano il più possibile coerenti gli interessi individuali e di gruppo dentro l’organizzazione-partito con i più generali interessi del partito e le finalità che questo  si pone all’interno del sistema politico. Altrove, ad esempio,  la cosiddetta “democratizzazione” all’interno dei partiti è stata concepita proprio in quest’ottica. Incentivare unicamente una fedeltà assoluta, frustrando il desiderio di partecipazione e la messa in campo di capacità squisitamente “politiche” (come quella di raccogliere consenso attorno ai propri progetti), forse può lasciare una totale libertà d’azione al “capo” e a coloro che esercitano il loro potere grazie al suo consenso, ma indebolisce il partito, lo rende fragile e incapace di azione autonoma e certo non favorisce la “qualità” della classe dirigente.

Oltre a quelle qui riportate, tante altre riflessioni potrebbero essere avanzate attorno a questa complessa tematica, che certo non può essere affrontata con formule sbrigative; ragionare sui partiti significa ragionare sulla democrazia e per questo bisogna avere il coraggio di guardare oltre il presente. Ma vi sarà mai spazio, nel PdL, per una seria e franca discussione su questi temi?


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

8 Responses to “Quagliariello semplifica troppo il problema della forma partito”

  1. Raffaele Innato scrive:

    Finchè nel Pdl ci sarà la presenza ingombrante di Berlusconi, non ci potrà essere democrazia. E’ un dato di fatto. La questione che si pone all’interno di questo partito nato dall’alto, potrà essere interessante in linea teorica, ma non credo che, i rappresentanti che ne facciano parte, siano espressione della volontà popolare, per cui ci sarebbe bisogno di un azzeramento dei rappresentanti attuali, per riproporre realmente un nuovo corso che parta dalla base, attraverso un serio dibattito nel paese, per arrivare ad un partito di destra, nel quale poi si possano proporre idee e progetti da discutere democraticamente e votare a maggioranza.

  2. Dante scrive:

    La questione è complessa. Bisogna chiedersi cos’è ed a cosa serve un partito. La Costituzione pone l’accento sulla “determinazione della politica nazionale”, ma in realtà oggi i partiti sono diventati (o dovrebbero essere) più che altro una “cinghia di trasmissione” tra la base, i cittadini, ed i loro rappresentanti. Se così è (o dovrebbe essere), allora l’enigma è facilmente risolvibile: le decisioni devono essere prese a maggioranza, quando riguardano la determinazione della politica nazionale, devono essere pluraliste, quando riguardano le istanze che partono dal basso. Il partito dev’essere il più rappresentativo possibile, ma deve essere anche in grado di decidere e di difendere le proprie decisioni.

  3. Allora non conviene iniziare a ragionare di primarie?
    Ma quelle serie, come si fà negli States!
    Servono a coagulare, servono per la partecipazione, servono al cittadino per mandare a casa un politico se incapace.
    Poi mi verrete a dire che è prematuro, ma io credo sarebbe una sferzata di energia, un volàno per la partecipazione e perchè tanti sfiduciati magari tornino a combattere!

    Qualcuno mi risponde perchè nò?

  4. Sofia Ventura scrive:

    Cara Silvana, sono pienamente d’accordo con te

  5. Gionata Pacor scrive:

    D’accordo sulle primarie. Ma l’Italia è un paese in ci anche dopo le primarie salta sempre fuori qualcuno cheti fa cadere il governo in nome del pluralismo, perché uno ha vinto sì le primarie, ma non per questo ha il diritto di comandare la minoranza del partito che l’ha sostenuto…
    E allora la soluzione diventa piuttosto… l’eliminazione dei partiti, come in America, dove i partiti sono dei meri comitati elettorali.

  6. michele scrive:

    Non concordo che la presenza di Berlusconi nel PDL sia ingombrante, perchè senza Berlusconi non esisterebbe il PDL, come non esisterebbero tanti altri personaggi presenti oggi ne PDL.
    In fondo PDL è una creazione di Berluasconi e chi si trova in imbarazzo può tranquillamente togliere il disturbo.Cara Sig.ra Ventura la ammiro per la sua preparazione, ma avrei vuluto che nei suoi discorsi fosse più sincera.In fondo tutti i distinguo suoi e dei pensatori della cordata a lei ascrivibile che cogliete le imbeccate di FINI (senza porvi alcun perchè) nascono esclusivamente dalla voglia ossessiva di Fini di scavalcare Berlusconi e prendere il suo posto(tra l’altro è una ambizione naturale e legittima).
    Da qui nascono tutti i miei dubbi sui finiani e sulla lealtà al PDL ed immagino che questo testa a testa finirà male per Berlusconi perchà forse perderà le prossime elezioni; pèessimamente per Fini perchè scomparirà dalla scena politica….e poi non ci saranno più distinguo che tengano. Credetemi mi spiace tanto che il centro ds sia così autolesionista e che lo sia diventato per l’impazienza di Fini. Saluti Michele

  7. come ho già commentato ad altro articolo stesso sulle pagine di Libertiamo il problema è che si continua a parlare di vocazione maggioritaria facendo anche interessanti paragoni con realtà politiche di altri paesi (Inghilterra e USA) ma dimenticandosi di vivere in Italia.

    Il nostro è un paese che a distanza di 150 anni è ancora ben lontano dall’essere unito socialmente ancor prima che politicamente. A mio modesto avviso ha senso parlare di partiti a vocazione maggioritaria quando ci si riferisce a popoli uniti innanzitutto socialmente come quello americano che pur essendo formato da ben 50 stati sviluppati su oltre 9 mln di kmq e oltre 300 mln di abitanti. In questi paesi ha senso parlare di partiti a vocazione maggioritaria ed infatti si hanno solo due grandi partiti, da sempre, rimasti indenni anche a seguito della guerra civile del 1861-65.
    Su questo bisognerebbe riflettere…

  8. Adriano Teso scrive:

    Ovviamente condivido quanto afferma Sofia ed in modo particolare quando dice “….Rimanendo sempre al tema della strumentalità del partito rispetto ai fini, un approccio realistico ci porta inevitabilmente ad ammettere che nei partiti, come in tutte le organizzazioni complesse, si sviluppano interessi organizzativi specifici… ” . Spesso i partiti sono alchimie irripetibili. Ma dato che una base organizzativa occorre darsela., vi rimando al mio commento allo scritto di Guzzetta ” Forma partito? La chiave è ‘discutere per deliberare'”

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