– In questi giorni la procura della Cassazione ha emesso una controversa sentenza con la quale ha dichiarato illegittima la preferenza a favore di bambini di origine europea espressa da una coppia in una richiesta di adozione.
Secondo la Corte scegliere il colore della pelle del bambino che si prenderà in carico rappresenta una forma di discriminazione razziale illegale ed incompatibile con la nostra Costituzione.
Questa sentenza è evidentemente ispirata a principi culturali largamente condivisi, ma al tempo stesso difetta di realismo e di pragmatismo, al punto da rappresentare un potenziale condizionamento negativo per le prospettive delle adozioni nel nostro paese.

Nei fatti i giudici di Cassazione hanno sottovalutato come la preferenza delle coppie a favore dell’adozione di bambini “bianchi” non necessariamente rifletta un atteggiamento razzista o tanto meno supremazista, ma il più delle volte risulti motivato da considerazioni molto pratiche sul “successo” dell’adozione.
Adottare un bambino è, per tante ragioni, sempre una scommessa difficile. Ci sono le problematiche d’inserimento e d’integrazione nel nuovo contesto familiare. C’è il possibile “pregresso” del piccolo. C’è il fatto di non avere potuto stabilire il link affettivo con lui fin dal primo momento, quando invece tanti esperti attribuiscono alle prime settimane ed ai primi mesi di vita un’importanza essenziale per il successivo sviluppo emozionale ed intellettuale del bambino. Ci sono i rischi medici dovuti al fatto di non avere sotto controllo la storia genetica del figlio adottivo (occorrenza di malattie nella famiglia di origine, etc.).

Tuttavia l’adozione “interraziale” introduce anche problematiche aggiuntive, in quanto la sua estraneità biologica rispetto alla famiglia putativa sarà sempre ed in ogni momento evidente.
E’ chiaro che, quando il bambino è della stesso colore dei genitori, se l’adozione avviene nei primi mesi di vita, si ha a disposizione anche l’opzione di non dire al bambino che è stato adottato – possibilità che invece è evidentemente preclusa quando il fenotipo sia chiaramente diverso.
Il “bambino nero” si confronterà con un ambiente esterno mediamente meno benevolo rispetto a quello con cui si confronterà il “bambino bianco” e la conseguente possibilità che cresca come un “bambino difficile” e poi come un “ragazzo difficile” è superiore. La capacità della famiglia d’adozione di arginare ad assorbire questi rischi è cruciale, ma non si può pensare che tutti abbiano la predisposizione o lo volontà di affrontare tali difficoltà.
In altri termini, obbligare per legge degli aspiranti genitori ad accettare, in aggiunta a tutte le altre delicate questioni che l’affidamento o l’adozione comportano, anche la variabile “razza” appare punitivo. E non ce lo possiamo permettere.
In un mondo in cui ci sono così tanti bambini senza genitori non ci possiamo permettere di scoraggiare gli aspiranti genitori, aumentando loro i “costi” legati all’adozione.

Del resto in qualsiasi paese del mondo le coppie possono scegliere i bambini che adottano e quindi inevitabilmente possono farlo anche sulla base dei connotati razziali.
Le statistiche anche all’estero mostrano che le coppie non sono “race-blind” quando scelgono di prendersi in carico un bambino, perché le possibilità di successo nell’inserimento/adattamento del minore sono diverse nel caso di adozioni “omorazziali” e di adozioni interrazioni – e ciò persino in contesti culturali che, come quello americano, sono molto più familiari del nostro con il concetto di “melting pot”.
A questo proposito vi sono autorevoli centri studi sulle questioni legate all’adozione, come ad esempio l’Evan B. Donaldson Adoption Institute, che ritengono che sui genitori che scelgono di adottare bambini di “razze” diverse dovrebbero persino essere effettuate indagini di ideoneità più approfondite – questo per constatare il livello di consapevolezza delle problematiche che si troveranno ad affrontare e la loro preparazione culturale e psicologica a gestirle.
E’ chiaro, in questo senso, che una famiglia con un alto livello culturale e buone disponibilità economiche potrebbe fornire ad un adolescente nero gli stimoli ed il sostegno necessario a superare le difficoltà che si dovesse trovare ad affrontare.
Al tempo potrebbe essere saggio che una famiglia che avesse meno tempo, meno cultura e meno mezzi per “curare” il bambino adottato si orientasse verso un’adozione “più facile”.

Merita ricordare, tra l’altro, che nei paesi in cui sono ammessi la fecondazione eterologa assistita e le banche del seme esiste la possibilità di scegliere non solamente la “razza” del donatore, ma persino altri connotati fisici, quali l’altezza o il colore degli occhi e dei capelli.
Questa libertà di scelta non risponde certo al mero soddisfacimento di un capriccio, bensì a garantire la maggiore omogeneità fisionomica possibile tra genitori e figlio che è, nella pratica, una condizione importante per l’equilibrio psicologico del bambino.
Si pensi, tanto per fare un esempio, ad un bambino moro con gli occhi neri che nascesse da due genitori biondi e con gli occhi azzurri. E’ chiaro che in molti contesti una simile circostanza si potrebbe rivelare fonte di disagio, pettegolezzi e persino stigma sociale. Non è un caso che errori da parte di istituti per l’inseminazione artificiale hanno in genere comportato conseguenze psicologiche molto pesanti per la famiglie coinvolte ed hanno avuto talvolta seguiti legali.

Insomma se, da che mondo è mondo, i figli assomigliano ai genitori, la pretesa della procura di Cassazione di applicare alle adozioni una politica di “antirazzismo integrale” appare un dubbio esperimento di ingegneria sociale il cui peso, nei fatti, ricade su quelle coppie che non hanno la fortuna di essere benedette da una gravidanza naturale.
Al tempo stesso rappresenta una colpevolizzazione moralista della scelta genitoriale vista come elemento di autorealizzazione, quasi che essa possa vedersi riconosciuta dignità solo se è “atto di amore incondizionato”.

E’ un percorso sdrucciolevole che, all’atto pratico, rischia di tradursi in qualche orfano in più e in qualche genitore in meno.