Per la Lega dire ‘ghirosh’ è meglio che dire ‘kebab’

– E’ di qualche giorno fa la notizia che la Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati ha bloccato per estraneità alla materia gli emendamenti leghisti al decreto legge sugli incentivi, quelli tanto discussi che riguardavano obblighi linguistici per gli extracomunitari intenti ad aprire un esercizio commerciale (obbligo di conoscenza dell’italiano e di utilizzo di un’insegna redatta in una delle lingue dell’Ue). Uno stop soltanto formale. E’ quindi probabile che se ne riparlerà, e perciò non ritengo uno spreco di fiato approfondire la questione.

Spesso la Lega argomenta la sua posizione sul tema immigrazione affermando che ci sono quelli buoni e quelli meno buoni. I primi sono coloro che hanno un lavoro e, tendenzialmente, si integrano bene nella cultura italiana.
Se prendiamo per giusta questa argomentazione, dovrebbe apparire chiaro agli amici della Lega Nord che proprio coloro che avviano un’attività (commerciale in questo caso) autonoma devono essere considerati buoni immigrati.

Prescindendo infatti dai negozi che servono soltanto come copertura di affari sporchi o riciclaggio di denaro altrettanto sporco (ma di esercizi commerciali simili ne esistono anche aperti da italiani, ed è comunque doveroso farli chiudere), l’immigrato che diventa un commerciante nel nostro Paese è mediamente già integrato con le nostre regole. Deve infatti conoscere, anche attraverso un consulente, una materia complessa, fatta di autorizzazioni e licenze da ottenere, assicurazioni e imposte da pagare, normative da interpretare, e via dicendo. Esattamente come ogni lavoratore autonomo italiano.
Un immigrato recente, poco avvezzo ai principi del commercio, scarso conoscitore della nostra lingua, difficilmente potrebbe riuscire nell’intento.
E dunque, se l’obiettivo degli emendamenti è rendere la vita difficile all’immigrazione cattiva, prendere di mira le insegne in arabo, in cinese o in thailandese non pare la scelta giusta.

Ma andiamo oltre. Si può dire siano ormai consolidati, nelle nostre città, quartieri etnici il cui aspetto più visibile è il fiorire di negozi gestiti da immigrati. Queste enclaves sono il frutto di un’assenza di controlli soprattutto sul mercato delle abitazioni, assenza che ha permesso l’incremento di subaffitti assurdi, con lo sfruttamento di ogni metro quadro di pavimentazione calpestabile per farci dormire un immigrato in più. Se ci fossero stati i controlli si sarebbe potuto impedire ad alcuni di questi quartieri di diventare enclaves etniche paragonabili a quelle dei più pericolosi modelli europei, come quello del multiculturalismo anglosassone, dove alla parte maggioritaria di una cultura si permette di fatto il controllo sulla sua minoranza.

In ogni caso, è da quei quartieri che nasce il commercio gestito da stranieri. Si propone anzitutto di fornire servizi essenziali alla propria comunità (phone center, money transfer, agenzia viaggi per il Paese d’origine, agenzia immobiliare “dedicata”), e solo in un momento successivo diventa punto di riferimento anche per gli italiani, grazie ai prezzi decisamente concorrenziali a fronte di servizi quasi “standard”. L’esempio dei parrucchieri cinesi è ormai tipico, vi ricorrono sempre più italiani al di là dell’incomprensibilità dell’insegna. Ci si auspica che la difesa del parrucchiere italiano passi attraverso provvedimenti di ben altro genere, come il controllo sul fatto che i colleghi cinesi abbiano realmente frequentato le scuole professionali previste, e non attraverso l’obbligo dell’insegna italiana. Ma ci si ricordi che questi negozi sono ormai, sempre più spesso, un’alternativa accettata e frequentata anche dai nostri connazionali.

Il caso più noto è quello dei “kebabbari”. Il kebab è un piatto molto semplice (carne un po’ più grassa del solito) di cui esistono centinaia di varianti in tutto il mondo, alcune integrate ormai nella cultura culinaria locale (come il souvlaki greco o il ghirosh ungherese), ma anche un piatto divenuto preferito a McDonald’s o all’hot dog per uno spuntino a qualunque ora del giorno e della notte da centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo occidentale. A parte l’assurdità dell’emendamento, che avrebbe permesso la denominazione “ghirosh” (che nessuno capisce) perché di una lingua dell’Ue e vietato “kebab” (che tutti comprendono), è il caso di prepararsi se la Lega riproponesse la questione. Prepararsi a spiegare che la paura di un’immigrazione “cattiva” non si combatte a suon di parole al neon, che nulla c’entrano, ma con proposte più profonde e politicamente più oneste.

Un’ultima considerazione. Non sarà il caso delle città medie della provincia, come Lucca, dove a gennaio 2009 si vietò l’apertura di ristoranti non tradizionali italiani entro il perimetro delle Mura, ma vi sono realtà nel nostro Paese che si trovano a confrontarsi con Londra, New York, Tokyo e Parigi. Si tratta delle città cosiddette globali, le nuove capitali mondiali dell’innovazione che crea ricchezza dal raccordo di intelligenze. Milano e (in parte) Roma da almeno un decennio tentano di avvicinarsi alle città globali.

E cosa succede nelle città globali o aspiranti tali? Succede che, a Londra ad esempio, le insegne non dei negozi ma addirittura delle strade della locale Chinatown siano scritte anche in cinese. Si potrebbe pensare che sia cosa da poco, ma dietro c’è di più. Questi quartieri etnici sono diventati méta del turista urbano che non si limita ai monumenti e ai musei ma intende cogliere l’anima di una città con una esplorazione quasi antropologica della stessa.

Può capitare perfino che un quartiere etnico diventi “di moda”, ovvero un punto di riferimento del “trend” di una città: è il caso milanese di Porta Venezia, storico quadrilatero dell’immigrazione africana, dove partendo proprio dai negozi etnici si è venuto a (ri)creare un ambiente accogliente per gli artigiani, per i negozi di libri antichi, ultimamente anche per le gallerie d’arte. Con il risultato che i turisti lo frequentano.

Non si tratta di parole ma di indotto, di ricchezza prodotta, come sa chiunque abbia a che fare con la promozione turistica di un territorio. Non è un caso che si chiami “marketing territoriale”. Se vogliamo essere globali, soprattutto nelle nostre città-traino, non possiamo permetterci di scadere in proposte che definire provinciali è un eufemismo. Per competere nel mondo servono scelte aperte al mondo.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

3 Responses to “Per la Lega dire ‘ghirosh’ è meglio che dire ‘kebab’”

  1. viola scrive:

    Parto da un fatto…. personalmente preferirei che fosse tutelato il commercio italiano piuttosto che quello estero,di qualunque estrazione culturale sia.
    Questo non esclude la presenza sul territorio anche dei commercianti stranieri.
    Va bene che aprino attività commerciali,ma non che lo facciano solo loro.. vedasi la città di Prato.
    Qui deve intervenire anche un’adeguata normativa..
    Quanto al ghirosh non vedo perchè si debba utilizzare al posto del termine kebab. Si chiama kebab e si deve chiamare kebab giustamente.
    Per me ungheresi e musulmani sono sempre stranieri seppur i primi appartenenti all’Ue e gli altri no e con diversa cultura.

  2. Andrea B scrive:

    X Viola:
    come dici tu

    “Va bene che aprano attività commerciali,ma non che lo facciano solo loro.. vedasi la città di Prato.
    Qui deve intervenire anche un’adeguata normativa..”

    E quale dovrebbe essere il tenore di questa normativa?
    Ogni tot licenze italiane, un tot per gli stranieri ed all’ interno delle licenze a stranieri, ulteriori “quote” etniche ?
    Ed al raggiungimento della quota assegnata, tutto bloccato, attività che non possono aprire etc etc ?

    Indubbiamente sarebbe una normativa molto “liberale” e molto a favore dello sviluppo economico …

  3. Francesco Violi scrive:

    Per me il commercio italiano vale tanto quanto quello straniero, dal punto di vista legale. Non vedo perchè dover tutelare necessariamente il nostro attraverso gabelle e gabole legali di vario tipo. Questa è una delle differenze fra un liberista e tutti gli altri.
    Inoltre, per quanto si possano vituperare i trattati UE, essi hanno una validità legale ed hanno permesso una libertà di movimento di beni e servizi mai visti prima d’ora alla quale non credo nessuno sia più disposto a rinunciare. Ultimo appunto: se mi va di consumare Goulasch o Kebab piuttosto che porchetta o trippa, voglio poter essere libero di poter assecondare il mio stomaco senza dover stare prima ad assecondare i tempi di strampalate normative in salsa neo-protezionista.
    Cordialmente

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