– Capita di sentire liberali insospettabili tifare apertamente per Nick Clegg, candidato Liberaldemocratico nelle prossime elezioni britanniche del 6 maggio. Le ragioni di questo innamoramento repentino sono misteriose, tanto quanto quelle dei conservatori convertitisi alla causa di Obama nel 2008.

Con Nick Clegg è lo stesso: c’è chi lo vuole liberale a tutti i costi. Forse per il suffisso “Lib” nel nome del suo partito Lib-Dem. Ma i nomi cambiano da lingua a lingua e “liberal” in tutti gli idiomi anglo-sassoni è letto e capito per quello che vuol dire letteralmente: generoso. Dunque: sociale, altruista, collettivista. Quando i vecchi “Whigs” hanno iniziato a farsi chiamare “Liberal”, nel XIX secolo, hanno anche perso il loro carattere anti-statalista e hanno iniziato a proporre politiche sociali. Negli anni ‘30 erano loro il punto di riferimento di Keynes e dei keynesiani.

Forse l’equivoco per Nick Clegg nasce proprio da qui, dal nome mal compreso del partito. Perché per il resto, nel suo programma e soprattutto nelle tesi che ha esposto nei tre dibattiti elettorali, non hanno nulla a che vedere con il liberalismo che conosciamo noi. Tanto per essere chiari, non c’è assolutamente niente nei propositi di Clegg che faccia pensare a un partito della riduzione delle tasse e della spesa pubblica, niente che faccia prevedere maggior potere alla società e minor peso dello Stato.

La Gran Bretagna è in piena crisi occupazionale? Per Clegg i posti aumenteranno e l’economia ripartirà se si promuove un settore nuovo, che è quello della “green economy”, l’economia della produzione energetica ecosostenibile. Chi paga? Il contribuente, perché le fonti energetiche eco-compatibili sono ancora un settore fuori mercato nella maggior parte dei casi. Mancano case? Ma come? Le città inglesi sono piene di case vuote! E soprattutto: molti ricchi borghesi occupano case immense per abitarci da soli. E allora: mettiamo questi spazi vuoti a disposizione delle famiglie bisognose. E’ questo, in sintesi, quel che Clegg ha detto nel dibattito di giovedì scorso. Ma non ha spiegato una cosa: come costringi gli inglesi a condividere i propri spazi? Con la forza, come in Urss? Domanda senza risposta. Tra l’altro, nel suo programma, Clegg propone anche di aumentare l’Iva sulle case.

Il debito pubblico britannico sta esplodendo. Che fare? Clegg propone di imporre una tassa del 50% sul capital gain, aumentare le tasse per i ricchi (annullando i loro “privilegi”) e ridurle solo per i poveri.
Sulla finanza, Clegg non si distingue affatto dai suoi colleghi in tutta Europa. Vuole misure “draconiane” per punire i banchieri “avidi” (sic!) e i manager inefficienti, riducendo i loro bonus. Anche qui è lo Stato che deve imporre la disciplina.

La Gran Bretagna è in crisi anche nel settore dell’istruzione. Quale è la diagnosi di Clegg? Non ci sono abbastanza classi, quindi ci sono troppi studenti per troppo pochi insegnanti. La soluzione? Più soldi pubblici per aumentare il numero di classi e insegnanti. Le università dell’eccellenza britannica sono troppo care? Diventino gratuite. A spese di chi? Del contribuente, ovviamente.

L’impronta vetero-progressista è evidente in tutti i punti del programma. Anche in temi apparentemente neutrali, dove tutti dovrebbero essere d’accordo, come la lotta al crimine, i Lib-Dem si distinguono per essere più a sinistra dei Laburisti: propongono meno carcere e più pene alternative, rieducative, per i giovani aggressori, per far sì che, crescendo, non facciano più del male a nessuno. E’ un’idea tanto liberale quanto l’utopia collettivista immaginata ne “L’Arancia Meccanica”.

Anche nel campo della politica internazionale, i Lib-Dem sono i più internazionalisti, i meno legati alla tradizione di orgogliosa indipendenza nelle scelte della Gran Bretagna: “I Liberaldemocratici” – si legge nel programma – “credono che lavorando più a contatto con i nostri alleati, la Gran Bretagna avrà più influenza nel ridurre i problemi internazionali, quali la povertà, il cambiamento climatico e il terrorismo”. Non è un caso che questi tre problemi siano nominati assieme: per i progressisti il terrorismo nasce, non da idee fanatiche, ma dalla povertà e quest’ultima viene peggiorata e diffusa all’aumentare del riscaldamento globale.

Anche in questo Clegg dimostra di essere alla moda. E crede che tutti i problemi possano essere risolti collegialmente, in entità collettive sovra-nazionali (l’incubo dei liberali classici): “Per affrontare i problemi della globalizzazione (evidentemente vista come un pericolo e non come un’opportunità, ndr), del terrorismo internazionale e del cambiamento climatico, dobbiamo lavorare con efficacia con i nostri partner all’Onu, nell’Unione Europea, nella Nato e nel Wto”.

Clegg è inolte l’unico candidato che vuole smantellare il deterrente nucleare autonomo, senza proporre un’alternativa chiara. Interpellato sul rischio costituito da Iran e Corea del Nord dai suoi rivali Brown e Cameron, ha risposto: “il vero pericolo è la spesa” esorbitante per la difesa. Solo in questo caso il candidato Lib-Dem dimostra di voler alleggerire il peso e il costo dello Stato. Ma se dovesse scoppiare una guerra in Medio Oriente o in Asia orientale, Clegg cosa farebbe?