Il presentismo, il bondismo e il partito del fare

Era fatale che la denuncia del “presentismo” – di una politica così schiacciata sul qui e ora da infischiarsi dei conti, economici e non, che lascia da pagare alle generazioni a venire– venisse rubricata alla voce “fare-futurismo” o “fighettismo” e liquidata come espressione della sprezzatura elitaria e dell’utopismo visionario del Presidente della Camera.

Ci ha pensato subito Sandro Bondi a spiegare che il “presentismo” non è un vizio, ma una virtù, una vocazione anti-ideologica, una forma di concretezza e di attenzione alla realtà, mentre quella di Fini è una posizione equivoca, che “pretende di guidare e di illuminare dall’alto i cittadini, di ottenerne una delega in bianco, considerandoli di fatto al pari della sinistra incapaci da soli di decidere il meglio”. Una posizione, aggiunge il ministro, che “ha già rivelato la propria astrattezza o peggio ancora la propria natura anti-popolare”.

Pensiamo che Fini ponga una questione più seria del modo in cui Bondi la liquida. Ed è una questione che non riguarda l’irrazionalità dell’elettorato, ma l’irresponsabilità delle classi politiche. Non occorre infatti disporre di strumenti di analisi particolarmente sofisticati per comprendere che il consenso elettorale non misura gli effetti intertemporali delle politiche né garantisce la loro sostenibilità di medio-lungo periodo. Il successo elettorale non è un bollino di qualità delle politiche “vincenti”.

La legittimazione, che spetta a chi prevale nella competizione elettorale, non coincide con la responsabilità politica, che va riconosciuta a chi esercita in  modo efficace la funzione di governo, posto che la stessa misura di questa efficacia non è definibile in termini puramente “tecnici”. E’ comunque chiaro che a fare la qualità delle politiche non è solo la domanda dell’elettorato, ma soprattutto l’offerta del sistema dei partiti, non solo l’attitudine all’azzardo o alla lungimiranza del “popolo”, ma anche la disponibilità della classe politica all’inganno o all’onestà.

Senza volgere lo sguardo alla Grecia, noi italiani sappiamo dalla nostra storia recente che sul mercato elettorale è possibile spacciare “roba cattiva” con lo stesso successo di pubblico (e, a volte, di critica) con cui le banche hanno venduto a istituzioni e imprese montagne di derivati tossici, lusingando gli acquirenti con up-front particolarmente allettanti.

Il “presentismo” (giustificato più o meno nei termini con cui Bondi santifica quello “berlusconiano”) ci ha regalato una montagna di debito pubblico, un welfare discriminatorio, le pensioni baby, il meridionalismo straccione, il 6 politico, il fannullonismo sindacalizzato, le case sulle pendici del Vesuvio e molto altro ancora… Tutte scelte che si pagano per generazioni e contro cui,  peraltro, nell’ultimo quindicennio una buona parte dell’elettorato italiano si è scoperta più favorevole a premiare le rotture promesse dalla destra che le conservazioni garantite dalla sinistra.

L’opposto del “presentismo” non è un nuovo e ideologico “sole dell’avvenire”, ma un gusto della serietà che non guasterebbe nel “partito del fare”.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

9 Responses to “Il presentismo, il bondismo e il partito del fare”

  1. viola scrive:

    Aspetto con piacere lo svilppo dei circoli di Generazione italia.
    Auguri Presidente!

  2. Nino Barletta scrive:

    Egregio Direttore,
    non posso non registrare l’abbondanza del suffisso “-ismo” nel dibattito politico odierno. Di solito diffido dagli “-ismi” in quanto il principio ideale non corrotto che sta alla base di quel pensiero si traduce, non sempre ma spesso, in cieco fondamental-ismo. I propugnatori di “-ismi” sono talmente innamorati dell’idea che li muove da perdere sovente il senso della realtà, di ciò che è, per agire nel mondo e nella società che si immaginano, che gli appare essere. Questo errore conduce spesso all’aberrazione dell’idea stessa. Inutile qui soffermarsi su cosa volevano essere comunismo e fascismo e cosa, invece, sono stati.
    Oggi, chi non ha difficoltà a individuare nel liberismo (altro -ismo) l’idea vincente, deve però interrogarsi sui come essere realmente liberi, liberali, liberisti e libertari (e perché no, per chi volesse, anche libertini) nel mondo e nella società in cui viviamo.
    Così ragionando anche la pretesa vocazione anti-ideologica del “presentismo”, populista come ci viene oggi rappresentata, appare contraddittoria in re ipsa.
    In conclusione, gli apparentemente opposti (ma poi, lo saranno davvero?) “presentismi” e “fare-futurismi”, per non scadere a loro volta nella menzogna e nel fondamentalismo del pensiero unico, non dovrebbero sottrarsi ma anzi auspicare lo scontro (o meglio confronto) sul piano dialettico e delle argomentazioni, con sempre ben presente sullo sfondo, lo scenario sociale ed economico in cui viviamo. O no?

  3. iulbrinner scrive:

    Concordo in pieno con Bondi.
    La montagna di debito pubblico, il welfare discriminatorio (?), le pensioni baby, il meridionalismo straccione, il 6 politico e il fannullonismo sindacalizzato tutto mi sembrano tranne che frutti del “presentismo”.
    Semmai di visioni ideologiche di una politica egualitarista, statalista e paternalista.
    Caso ben diverso sono “le case sulle pendici del Vesuvio” che, se di presentismo sono figlie, sono espressione di un presentismo ben diverso da quello anti-ideologico di cui ha parlato il Ministro Bondi.

  4. Carmelo Palma scrive:

    Più che d’accordo, in termini di metodo. In termini di merito, non capisco bene a cosa si riferisce, sinceramente. Intende che in Fini c’è un anti-presentismo ideologico, perchè il presente è Berlusconi, e nei berlusconiani un presentismo ideologico, perchè il futuro, gioco forza, sarà meno berlusconiano del presente?

  5. iulbrinner scrive:

    “In termini di merito, non capisco bene a cosa si riferisce, sinceramente. Intende che in Fini c’è un anti-presentismo ideologico, perchè il presente è Berlusconi, e nei berlusconiani un presentismo ideologico, perchè il futuro, gioco forza, sarà meno berlusconiano del presente?”

    Bel gioco di parole che sposta la questione da un punto ad un altro.
    In termini di merito, intendo che Fini è il più evidente statalista esistente nel PdL, il più evidente egualitarista astratto esistente nel PdL, il più evidente portatore di una politica paternalista esistente nel PdL.
    Che un soggetto simile possa dare lezioni di tenuta dei conti pubblici – per il futuro, nel futuro ed in considerazione di ogni futuro – lo trovo, personalmente, risibile.
    Non so, esattamente, cosa siano i “berlusconiani” o “berluscones” – che dir si voglia, per personale diletto – ma quello che immagino è che, all’indomani dell’uscita di scena di Berlusconi, non potrà essere certo Fini a raccoglierne l’eredità politica.
    E questo mi sembra sotto gli occhi di tutti…di tutti quelli che si identificano in una politica di centro destra vera e non fittizia o, peggio, opportunistica.

  6. Carmelo Palma scrive:

    Il “più che d’accordo” era ovviamente rispetto al post di Nino

  7. Giorgio Gragnaniello scrive:

    “L’irresponsabilità delle classi politiche” effettivamente non è un problema da poco per chi ,come Fini,calca le scene da decenni.E a tal proposito mi chiedo com’è possibile ad allievi di Rothbard come gli ideologi di Libertiamo preferire Fini a Brlusconi e Bossi.Tutti e tre non hanno niente a che vedere con la “scuola austriaca” e meno che mai Fini,la cui affermazione più “liberal” della sua carriera fu (1992)la proposta di ammorbidire-contro il rigore di Ciampi e dei Tedeschi_il rigore dei parametri di Maastricht(il famoso 3%)come nostra conditio sine qua non per entrare in Eurolandia(qualcuno commentò che l’eventuale proposta di elevare ope legis la soglia della febbre a 38° per risparmiare la spesa sanitaria nazionale sarebbe stata meno demagogica,ma il sarcasmo è il nostro male nazionale-e bisogna avere pazienza)

  8. Nino Barletta scrive:

    Carmelo, immagine suggestiva (o polemica?) la tua! Nel merito intendo dire che il dialogo ed il confronto dovrebbero essere sempre benvenuti. Uno schieramento politico, ancor più se vincente, deve permettersi il “lusso” del dialogo e del dissenso, inteso non come correntismo (ancora un –ismo che evoca tendenze alla divisione finalizzate alla sola gestione del potere) ma come attuazione di un programma di governo. Cosicché presentismi e fare-futurismi possano tradursi in concretezza ed attenzione tanto al presente quanto alle generazioni future.

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