Perchè i Tories meritano di vincere, nonostante tutto. Con il fiato dei Libdem sul collo

– La settimana scorsa diversi giornali inglesi hanno pubblicato il loro endorsement in favore di uno dei partiti in corsa nelle elezioni britanniche. L’ultimo in ordine di tempo quello dell’Economist. Abituato a farlo per tutte le tornate elettorali dei principali paesi occidentali, l’autorevole settimanale non poteva esimersi dall’esprimere la propria preferenza in una campagna elettorale dai contorni epocali e dal significato che travalica i confini del Regno Unito.

Secoli di first-past-the-post, l’uninominale secco a turno unico, hanno garantito una invidiabile stabilità di governo, ma come ogni cosa anche un sistema elettorale subisce il logorìo del tempo. Se fino al 1970 i due maggiori partiti raccoglievano insieme non meno di nove elettori su dieci, dalle elezioni del 1974 la forbice tra voti e seggi conquistati è andata crescendo inesorabilmente, consegnando parlamenti (e quindi governi) sempre meno rappresentativi. Le ragioni sono tante: il comportamento strategico dei partiti nei singoli collegi (si fa campagna solo dove serve), la naturale evoluzione di una società sempre più plurale, la presenza di sistemi elettorali proporzionali per le europee ed alcune importanti votazioni amministrative, che contribuiscono a far prosperare i piccoli partiti.

Siamo al punto di svolta? Avremo un governo di coalizione con il terzo partito, i Liberal Democrats del giovane e brillante Nick Clegg, a fare da ago della bilancia? Saranno i Libdem a condizionare il programma di governo con la loro attenzione alle libertà civili ed il loro europeismo, nonché con la richiesta di modifica del sistema elettorale? Sono domande che spiegano la curiosità suscitata dai Libdem, ma che non possono bastare per innamorarsi dell’idea che sia Clegg a guidare il governo di Sua Maestà. A differenza dei liberaldemocratici tedeschi, non accompagnano le loro posizioni sulle libertà civili con posizioni altrettanto robuste in materia economica, dove subiscono ancora l’eredità socialdemocratica. Le ricette più concrete del partito di Clegg – dall’opposizione al nucleare al progetto di gratuità dell’università, dalla proposta di un tassa del 50 per cento sui capital gain all’inasprimento della tassazione sulla casa – lasciano molto a desiderare.

I Libdem sfuggono sul tema cruciale dei prossimi anni di governo: la gestione dell’enorme disavanzo pubblico (pari all’11,6 per cento del Pil) prodottosi in questi ultimi due anni di pauroso deficit spending. E se il Labour ha prodotto la voragine, con una reazione alla crisi che ha forse permesso di arginare l’emergenza ma che ha creato le condizioni per una ripresa lenta e per una dilatazione del ruolo pubblico nell’economia, gli unici a mostrare un piano credibile di austerità finanziaria sono stati i Tories.

I tempi di Margaret Thatcher sono lontani, o forse proprio grazie al successo delle politiche della Lady di Ferro oggi il Regno Unito può permettersi dei conservatori più social. Ad ogni modo, a David Cameron e George Osborne, il candidato al ruolo di ministro dell’economia, va il merito di aver cercato e trovato – pur con alcune contraddizioni – una buona sintesi tra modernità e conservazione: l’ambientalismo, la sussidiarietà (contrapposta proprio al centralismo della piattaforma thatchieriana), riforme della sanità e della scuola in grado di valorizzare il ruolo dei privati e delle famiglie, l’abbandono di un’euroscetticismo quasi ideologico. Insomma, non è un caso che l’endorsement dell’Economist, alla fine, vada proprio ai Tories.

E noi cosa dovremmo augurarci? La crisi economica ha mostrato le debolezze di un’Europa sempre meno centrale negli equilibri mondiali e sempre meno capace di reagire alla deriva. In tutto il Continente la crisi si è tradotta in un’espansione consistente del debito pubblico, con il contestuale arenarsi del processo d’integrazione ed il palesamento dell’inadeguatezza di una unione monetaria priva della gamba fiscale. L’Europa ha fortemente bisogno di una Gran Bretagna che sappia farsi carico di una nuova stagione di austerità economica, di conservatorismo fiscale e di innovazione istituzionale. Al tempo stesso, l’Europa ha bisogno di una Gran Bretagna forte e consapevole del suo potenziale ruolo continentale. Dalla nuova classe politica britannica e dal suo nuovo progetto di governo, l’Europa si aspetta nuove soluzioni di policy, nuovi modelli, nuove chiavi di lettura che Cameron ed i Tories sembrano voler e poter offrire.

Eppure ci sono alcuni temi su cui i conservatori britannici appaiono intrappolati nel loro passato, fermi a metà del guado nel processo di modernizzazione politica, e sui quali proprio i Libdem offrono le soluzioni più avanzate, più aperte, più in sintonia con le aspettative di una società plurale. Detto senza troppe remore, le soluzioni più autenticamente liberali. Pensiamo alle sfide dell’integrazione, alle legittime istanze degli omosessuali, alle nuove frontiere della biopolitica. Su queste basi, persino The Guardian, il quotidiano dell’opinione pubblica laburista, schiaffeggia Gordon Brown e sceglie il partito di Clegg.

Insomma, tifiamo per una coalizione Tories-Libdem? Sarebbe sicuramente interessante vederla nascere, per tutte le ragioni che ci siamo detti, ma è probabile che essa finirebbe per indebolire e non rafforzare il governo e la gestione delle sfide del futuro. A parere di chi scrive, meglio una maggioranza ‘monocolore’ conservatrice. Ma accompagnata da un robusto risultato elettorale dei Libdem, magari capaci di sopravanzare il Labour nel voto popolare (in Parlamento è un’altra storia). Sarebbe il modo migliore per convincere, o forse costringere, David Cameron della necessità di guadarlo tutto, il fiume.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

One Response to “Perchè i Tories meritano di vincere, nonostante tutto. Con il fiato dei Libdem sul collo”

  1. viola scrive:

    Tifo assolutamente Cameron.
    Il Sig Clegg è troppo a sinistra. Anche il THe Guardian lo tifa.

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