Ecco il diario di due giorni di riflessioni, tra proposte di investimento e seminari scientifici

Mercoledì 28 aprile, ore 15,00

Mi è viene a trovare il rappresentante di una società specializzata nell’installazione di pannelli fotovoltaici per la produzione di energia elettrica. Qui in campagna succede abbastanza spesso, negli ultimi tempi, e la proposta è più o meno simile ogni volta.

Per risparmiare 1200 euro l’anno di energia elettrica dovrei installare un impianto fotovoltaico da 6 kW, in grado di produrre 8000 kWh annui (sto copiando l’appunto che sintetizza il preventivo, spero di non fare troppa confusione tra chilowatt e chilowattora).

Comunque il costo dell’impianto, chiavi in mano, supera i 26.000 euro. Improponibile, ovviamente. Ovviamente, se lo Stato non mi corrispondesse un contributo per ogni kWh prodotto, sia nel caso che il kWh lo usi io, sia nel caso che se lo prenda Enel e lo immetta in rete. 36 centesimi, per l’esattezza, se il pannello lo metto a terra, che diventano 40 se lo metto sul tetto, fino a 44 centesimi in caso di pannello integrato nel tetto.

Facciamo due conti: 8000 per 40 centesimi (usiamo la cifra media) fa 3200 euro all’anno. Per vent’anni, 64.000, a cui va aggiunto il risparmio di 1200 euro in bolletta: 88.000 euro. Beh, niente male. Poi, dato che l’impianto è garantito 25 anni, e il contributo viene corrisposto per venti, gli ultimi 5 anni di vita garantita del pannello (“ma non si preoccupi, in realtà durano molto di più!”) mi permettono solo di risparmiare ulteriori 6000 euro. Un totale di 94.000 euro, quindi, di cui 64.000 pagati dai contribuenti, cioè da voi. Wow! Quasi quasi lo faccio… tanto voi non ve la prendete, anzi, ché è tutto per il bene del pianeta, come diceva l’elegante brochure dell’installatore, piena di prati verdi, soli gialli e cieli blu.

Giovedì 29 aprile, ore 17,30

Sono a Roma, per seguire il seminario di Libertiamo dal titolo “Sole e nucleare, energie non in alternativa”. Parla il professor Paolo Saraceno.
Passa tre quarti della lezione a illustrarci i rischi che sta correndo il nostro pianeta: CO2, gas serra, incremento della popolazione, sviluppo, clima. Il tutto condito dai dati dell’ IPCC, Intergovernmental Panel for Climate Changhes, quelli del climategate, per capirsi. Quelli di Al Gore. Potevo fare a meno, penso, di venire fin qua per sentire il solito catastrofista, ché di documentari di NatGeo ne vedo già abbastanza…

Eppure, quando si arriva alle conclusioni, la cosa si fa molto interessante. Il professore infatti è più chiaro e categorico che mai: l’unica fonte di energia che attualmente può sostituire i combustibili fossili è il nucleare. L’unica fonte che li può “potenzialmente” sostituire è il Sole. In futuro, però, e a condizione che si metta da parte il fotovoltaico attuale, che costa oggettivamente troppo, e si investa nella ricerca di tecnologie che sfruttino l’energia del Sole con un rapporto costi-benefici più vantaggioso.

Giovedì 29 aprile, ore 23,00

Dopo aver mangiato un boccone con Lucio e Piercamillo sono in macchina, di ritorno a casa. L’autostrada tra Roma e Orvieto è completamente libera, tranne qualche raro autotreno, e ho il tempo per riflettere un po’ su questi ultimi due giorni.

Il problema, a quanto sembra, non è tanto la scienza, catastrofismo, scetticismo e via discorrendo. Il problema è l’uso che la politica fa dei dati e delle evidenze scientifiche. La Germania, che sul solare è sempre citata come esempio virtuoso, ha caricato nel 2009 sulle spalle dei suoi contribuenti la bellezza di 10 miliardi di euro, per immettere in rete lo 0,3 percento della domanda energetica nazionale. Una quantità ridicola. Al tempo stesso, però, essendosi mossa in anticipo sugli altri paesi europei, ha creato a suon di sovvenzioni un’industria all’avanguardia nella produzione di celle fotovoltaiche, e oggi chiunque vuole mettere un pannello sul tetto, anche qui da noi, deve avvalersi della sua tecnologia. “E’ tutto materiale tedesco, di prima qualità, può star sicuro” diceva fiero il rappresentante mercoledì pomeriggio. E lo diceva anche il professor Saraceno: stiamo usando grandi risorse per finanziare l’industria tedesca, non per fare qualcosa di buono per il clima e per l’ambiente.

Ovvero, la politica ha usato i dati forniti dalla scienza e l’allarme che gli stessi dati hanno diffuso nell’opinione pubblica per sovvenzionare un comparto industriale sostanzialmente inutile (inutile per l’ambiente, almeno, se parliamo della ricaduta occupazionale è un’altra storia…). Anzi, se gli incentivi alla domanda, come è ovvio, hanno provocato un calo dei prezzi (“lo stesso impianto l’avrebbe pagato più di 30.000 euro qualche anno fa, lo sa?”) hanno al tempo stesso disincentivato la ricerca e l’innovazione: per quale motivo l’industria deve investire nell’innovazione se guadagna già abbastanza bene con la tecnologia attuale?

E a che punto sarebbe invece l’innovazione tecnologica se le risorse che oggi vengono disperse in incentivi, o parte di esse, fossero state destinate alla ricerca? E quanto risparmieremmo, tutti, in bolletta, senza il prelievo tariffario obbligatorio per il Conto Energia, da cui provengono gli incentivi?

A questo punto, però, sarebbe il caso che gli scienziati facessero sentire la loro voce, come tenta di fare il professor Saraceno. A cominciare da quelli dell’IPCC, la cui credibilità è stata già messa a dura prova dallo scandalo del climategate e dai sospetti che le evidenze da loro fornite servissero effettivamente da alibi per politiche economiche e industriali già disegnate.

Quanto ai miei pannelli, ci sto seriamente pensando. Sono un agricoltore, quindi sono abituato a vivere di contributi pubblici, e un pannello fotovoltaico di 45 metri quadri sul tetto di casa non farebbe che rafforzare la mia posizione di rentier sussidiato. Finché va bene a voi…