La polemica delle lingue in Europa. Meglio una politica plurilingue

– Non ha mancato di sollevare nuove polemiche in Italia la decisione dell’EPSO (l’Ufficio europeo di selezione del personale) di organizzare gran parte delle prove del concorso comunitario nella seconda lingua del candidato a scelta obbligatoria tra francese, inglese e tedesco.
Al di là di numerose perplessità specifiche relative la politica dell’EPSO, in particolare riguardo ai rischi di ineguale trattamento fra cittadini, il nuovo concorso comunitario è stato in fondo un pretesto per sollevare nuovamente la questione della lingua in Europa.

Alcuni osservatori, infatti, fanno notare che è inutile cercare di difendere l’italiano e le altre lingue in Europa, perché in ogni caso il multilinguismo è utopistico e costoso. Tanto vale quindi muoversi verso un regime linguistico monarchico, cioè verso il modello “solo inglese”.

Ma siamo certi che la monarchia linguistica sarebbe la migliore delle soluzioni? Sicuramente non lo è dal punto di vista dell’equità fra cittadini europei. Perché si dovrebbe accettare che i contribuenti italiani (e polacchi, e spagnoli, ecc.) non possano di fatto godere delle stesse possibilità di accesso ai posti di lavoro europei e alla documentazione comunitaria dei loro euroconcittadini britannici e irlandesi? Non pagano forse tutti le tasse per finanziare le istituzioni? Già questo sarebbe sufficiente a giustificare il mantenimento dell’attuale politica multilingue.

Qualcuno però potrebbe obiettare che non è praticabile adottare un multilinguismo integrale in tutte le situazioni, visto che ormai le lingue ufficiali e di lavoro sono 23. In effetti, in certi ambiti di lavoro interni può essere opportuno per ragioni pratiche ricorrere a un numero limitato di lingue, o addirittura ad una soltanto. Ma anche ammesso e non concesso che in questi casi si adotti un regime di monarchia linguistica a favore dell’inglese, perché allora non si introduce finalmente il principio secondo cui a diseguaglianze in termini di posizione privilegiata di una lingua sulle altre devono corrispondere specifici trasferimenti compensativi a favore delle comunità che parlano le altre lingue?

Ad esempio, già oggi Regno Unito e Irlanda beneficiano opportunisticamente e gratuitamente dello sforzo di apprendimento fatto da tutti gli altri paesi nell’insegnamento dell’inglese. È giusto quindi che questi paesi compensino finanziariamente le altre comunità linguistiche, magari contribuendo ai costi che gli altri europei devono sostenere per l’apprendimento linguistico. In caso contrario, si continuerà a perpetuare un trattamento fra comunità linguistiche iniquo e difficilmente giustificabile, tanto più che l’inglese è la lingua materna di una minoranza (13%) dei cittadini dell’Unione a 27 stati membri. Si tratterebbe di attuare un principio redistributivo che può applicarsi anche nei casi in cui vengano privilegiate altre lingue, in particolare il francese o il tedesco.

Infine, spesso si obietta che il multilinguismo è troppo costoso. In realtà, l’attuale regime linguistico europeo costa relativamente poco, poco più di 2 euro all’anno a cittadino. Si noti che, se l’Europa rinunciasse al multilinguismo, i costi di aggiustamento per i contribuenti europei, e in particolare i costi dell’apprendimento linguistico, sarebbero molto più alti. Stando ai dati a nostra disposizione, solo l’8% della popolazione europea non madrelingua inglese dichiara di avere una conoscenza molto buona dell’inglese stesso. Date le conoscenze linguistiche degli europei, il multilinguismo rappresenta tutto sommato un’efficace ed inclusiva politica linguistica.
Promuovere il multilinguismo in Europa (e dunque l’italiano, così come le altre lingue), quindi, non è affatto una presunta politica di retroguardia legata a ragioni sciovinistiche. Si tratta invece di una questione di efficacia ed equità della comunicazione.

A scanso di equivoci, la questione ovviamente non è l’inglese in sé, ma le conseguenze della monarchia linguistica in generale. Chi ha a cuore l’uguaglianza dei cittadini europei, e quindi la democrazia nell’Unione, difende oggi il plurilinguismo, non la monarchia linguistica.
Imparare una lingua straniera è sì un’esperienza molto arricchente, ma va ricordato che chi è costretto a lavorare in una lingua che non è la propria lingua materna deve sostenere ingenti costi di apprendimento e far fronte ai problemi derivanti dall’insicurezza di muoversi in un sistema linguistico diverso, oltre che alle difficoltà di competere ad armi pari con i parlanti madrelingua in ogni situazione di dibattito, di partecipazione o di conflitto.

A questo proposito, bisogna insistere sul fatto che credere di poter competere con gli anglofoni nativi nella loro lingua è una pura illusione, perché sono loro gli unici a detenere di fatto il monopolio della competenza legittima. Poiché quindi l’inglese non è un’autentica lingua franca (come il latino medioevale o l’esperanto), è inevitabile che la sua preminenza favorisca nella prassi anzitutto i locutori madrelingua, con buona pace di chi si ostina a credere nell’esistenza o nella rilevanza pratica dell’“euro-inglese”, “globish”, “broken English” e simili.

La diversità linguistica, quindi, va quindi gestita trovando un giusto equilibrio fra un imprescindibile multilinguismo istituzionale, un compromesso equo a livello delle lingue usate per il lavoro quotidiano e le conseguenti misure redistributive fra comunità linguistiche. Di casi per cui in nome dell’uguaglianza di un domani lontano (quando, dicono, tutti parleremo benissimo inglese) si pratica e si giustifica l’ineguaglianza oggi se ne sono già visti troppi nella storia.


Autore: Michele Gazzola

Ha conseguito una laurea in economia delle amministrazioni pubbliche e delle istituzioni internazionali all’Università “Bocconi” di Milano e un master in economia all’Università di York (Regno Unito). È attualmente assistente di ricerca all’Osservatorio “Economia—Lingue—Formazione” dell’Università di Ginevra, dove lavora nel quadro del progetto integrato europeo “Dinamiche linguistiche e gestione della diversità” (DYLAN), Sesto programma quadro. I suoi principali ambiti di ricerca e di pubblicazione includono l’economia applicata, l’economia linguistica e la valutazione delle politiche linguistiche. È membro della Società di Linguistica Italiana (SLI) e del Gruppo di Studio sulle Politiche Linguistiche (GSPL).

17 Responses to “La polemica delle lingue in Europa. Meglio una politica plurilingue”

  1. Renato Corsetti scrive:

    Tro l’articolo di una lucidita’ rara nel coro di coloro che credono “di poter competere con gli anglofoni nativi nella loro lingua”, perche’ loro sono piu’ bravi [e’ la solita idea italiana della maggiore furbizia, che ognuno di noi crede di possedere].

    Una allusione alla lingua internazionale esperanto, come possibile aiuto ad un plurilinguismo effettivo in Europa, non avrebbe guastato. Su che cosa sia l’espernato oggi vedi http://www.esperanto.it.

    Ciao

    Renato Corsetti

  2. Luigi scrive:

    Trovo l’articolo interessante ma a mio avviso la tesi favorevole al mumtilinguismo non è condivisibile.
    Si può discutere se sia meglio adottare l’inglese, il tedesco o l’esperanto ma se si vuole un Eutopa unita si deve mirare ad una lingua comune.
    Ovviamente… se si vuole un Europa unita…

  3. Adriano Teso scrive:

    Il multilinguismo aiuterà l’Europa nel suo declino culturale ed economico.
    Infatti per battersi alla pari con le grandi aree economiche e culturali del mondo servono masse critiche di 500 milioni di cittadini. Servono grandi aziende produttive, grandi laboratori di ricerca, grandi confronti fra persone in grado di essere vincenti. Ciò non è possibile se non si ha una lingua comune. Credo che pochi abbiano idea dei costi che le aziende “multinazionali in Europa” devono sopportare per il multilinguismo. Dai semplici costi di traduzione ai più sofisticati costi delle riunioni e delle inevitabili incomprensioni e quindi perdite di know how. E che dire delle industrie cinematografiche ed editoriali che hanno mercati forzatamente di nicchia. Ed i costi della politica europea ? E quelli delle inevitabili regole diverse?
    Si vada allora decisamente sull’inglese, abbandonando stupidi sciovinismi. Pensiamo invece ad un indennizzo che gli anglofoni vadano a sostenere per la formazione linguistica delle nazioni che anglofone non sono e per gli inevitabili temporanei svantaggi . Ma capirsi meglio è sviluppo . Meglio ancora se avessimo una sola lingua mondiale.

  4. Michele Gazzola scrive:

    Pur rispettando l’opinione di Adriano Teso, non la condivido. L’India è una potenza emergente da un miliardo di abitanti e una ventina di lingue ufficiali. La Svizzera, la Svezia e la Finlandia sono paesi multilingui e molto progrediti. Non vi è nessuna relazione chiara fra diversità linguistica e (presunto) declino culturale ed economico di un paese. Perché, ad esempio, il multilinguismo dovrebbe generare “perdite di know how”, come dice Teso? La diversità linguistica, in quanto scrigno di diversità del pensiero, invece, potrebbe favorire proprio la creatività.
    La realtà è che l’Europa è plurilingue e che questa diversità va gestita, non negata. Un’impresa che, a parità di altre condizioni, offre un servizio nella mia lingua ha un vantaggio sull’impresa che invece offre solo prodotti in una lingua straniera. L’investimento in competenze linguistiche, quindi, può essere un fattore di vantaggio competitivo. A livello individuale chi studia diverse lingue lo ha capito, perché ormai nemmeno l’inglese basta più. La lingua materna ci è data, non è scelta. Negare l’esistenza e l’importanza delle altre lingue quindi è illusorio oltre che pericoloso (basta vedere le razioni violente che genera sempre l’imposizione di una lingua sulle altre).
    Invece, come sottolineo nel mio articolo, l’egemonia della lingua inglese (ma lo stesso varrebbe per il cinese o il tedesco) favorisce anzitutto i paesi anglofoni, favorendo fra le altre cose proprio l’industria editoriale e cinematografica anglofona. A questo punto, come suggerisce Corsetti, se proprio dobbiamo scegliere una lingua unica per il mondo, meglio che sia una lingua che non appartiene a nessuno (come l’esperanto o simili).

  5. Adriano Teso scrive:

    Ovviamente anche io rispetto sempre le opinioni degli altri. Ma commento volentieri quanto riscritto da Michele Gazzola.
    ….L’India è una potenza emergente da un miliardo di abitanti e una ventina di lingue ufficiali…..
    Vero , ma parlano tutti inglese e nel circuito del business è la lingua madre.
    ….La Svizzera, la Svezia e la Finlandia sono paesi multilingui e molto progrediti. Non vi è nessuna relazione chiara fra diversità linguistica e (presunto) declino culturale ed economico di un paese….
    In questa affermazione ci si dimentica che ciò poteva valere fino a pochi anni fa, quando vi erano barriere doganali in completa assenza di globalizzazione. La globalizzazione comporta nuovi parametri di competitività e le nazioni citate sono in declino competitivo , oltre ad avere una qualche fonte di ricchezza basata su cose che niente hanno a che fare con le capacità competitive della produzione di beni ( rientro di capitali, materie prime & oil etc ) . Ma si vedono già le varie crepe.
    …Perché, ad esempio, il multilinguismo dovrebbe generare “perdite di know how”, come dice Teso? La diversità linguistica, in quanto scrigno di diversità del pensiero, invece, potrebbe favorire proprio la creatività. …
    Ma non lo sapete che nei laboratori di ricerca si parla solo inglese ? Che le pubblicazioni scientifiche girano quasi esclusivamente in inglese, E lo sviluppo del Know How scientifico è sopratutto dovuto alla circolazione di idee, informazione e confronto anche dialettico ?
    …La realtà è che l’Europa è plurilingue e che questa diversità va gestita, non negata. Un’impresa che, a parità di altre condizioni, offre un servizio nella mia lingua ha un vantaggio sull’impresa che invece offre solo prodotti in una lingua straniera…
    Certamente, sempre si parla la lingua del Cliente. Ma il Cliente compra il prodotto di paesi dove vi è una alta produttività e , guardacaso, sono paesi ben più grandi delle nazioncine europee.
    …L’investimento in competenze linguistiche, quindi, può essere un fattore di vantaggio competitivo….
    Certo , per vendere, ma non per produrre. E la ricchezza va ai produttori migliori.
    …Invece, come sottolineo nel mio articolo, l’egemonia della lingua inglese (ma lo stesso varrebbe per il cinese o il tedesco) favorisce anzitutto i paesi anglofoni, favorendo fra le altre cose proprio l’industria editoriale e cinematografica anglofona….
    Proprio per questa ragione l’Europa deve entrare in un mercato più grande con la lingua più diffusa , cinese a parte.

    … se proprio dobbiamo scegliere una lingua unica per il mondo, meglio che sia una lingua che non appartiene a nessuno (come l’esperanto o simili)…..
    Che non partirà mai . E’ 60 anni che è lì ferma. Mettiamoci il cuore in pace . L’inglese esiste, E’ ormai la lingua ufficiale del business e per viaggiare. Adottiamolo anche per l’Europa, possibilmente con un indennizzo per la fase di avviamento da parte degli anglofoni. E non potremo che trarne maggiore benessere e, credo, migliore comprensioni delle ragioni degli altri.

  6. Adriano Teso scrive:

    Ah dimenticavo ! Ma vi ricordate che il progresso italiano è stato sollecitato ed aiutato del parlare finalmente tutti una stessa lingua? Che tutti hanno riconosciuto questa benemerenza alla diffusione della televisione? E pensate che il ritorno dei dialetti,che taluni sollecitano,ci renderebbe la vita più semplice e migliore? O torneremmo all’Italia dei campanili e dei separatismi ?

  7. Michele Gazzola scrive:

    Ringrazio il dott. Teso per i suoi utili commenti. La questione effettivamente è vasta e non è possibile affrontare tutti gli aspetti qui. Le cose, tuttavia, non sono così semplici. Giusto qualche punto:

    1. Non è affatto vero che in India tutti parlano inglese. Si stima che solo il 4-5% degli indiani parli inglese. Secondo alcuni sociolinguisti, invece, l’inglese sta diventando in India uno strumento di discriminazione sociale.

    2. Non è vero che competenze multilingui sono importanti solo per vendere al cliente. Recenti studi mostrano invece proprio l’importanza della diversificazione linguistica nel profilo del personale aziendale nella fase degli acquisti (rimando a “The Economics of the Multilingual Workplace”, di François Grin, Claudio Sfreddo e François Vaillancourt, 2010. Oxon: Routledge”).

    3. Non è vero che nei laboratori di ricerca si parla solo inglese, anzi. È necessario infatti distinguere fra una fase di “produzione” di conoscenza e una fase di “divulgazione” della stessa. L’utilizzo di diverse lingue cambia a seconda della fase in cui ci si trova. La maggior parte dei ricercatori “pensa” e scambia idee coi colleghi dell’ufficio accanto ancora nella propria lingua materna.

    4. Il parallelo fra la situazione linguistica italiana ed europea è fuorviante. Una cosa sono i processi di unità (e identità) nazionale, un’altra sono i processi di integrazione regionale fra nazioni distinte e stati sovrani indipendenti. Se non si tiene conto di queste differenze, si rischia di cadere addirittura nella giustificazione delle politiche linguistiche coloniali dei secoli scorsi.

  8. Antonio Codazzi scrive:

    Noto che la discussione è diventata a due. Questo dimostra come le posizioni siano indiscutibilmente inconcilianti. Quello che sfugge a tutti, però, è che una lingua è soprattutto portatrice di una cultura. Facciamo un piccolo esperimento: cerchiamo su Wikipedia “teoria eliocentrica”. Dopo aver letto la versione italiana, passiamo alla francese, alla spagnola, alla polacca (fin qui niente di strano) e all’inglese… HO! Che sorpresa… Copernico è un impostore! Questo è solo un piccolo esempio, ma ce ne sono molti altri. Non sono proprio convinto che lasciare TUTTO nelle mani di una sola lingua/cultura sia una scelta molto saggia. Come siamo diventati difensori della biodiversità… nello stesso tempo siamo anche diventati contrari alla “biodiversità” linguistica. :) Il buon Dewey avrebbe molto da ricredersi sull’evoluzione della natura/cultura dell’uomo.
    Torniamo ad argomenti più strettamente legati all’articolo. Vi sembra “economicamente” vantaggioso avere italiani, spagnoli, polacchi ecc.. che parlano oltre la loro lingua solo francese o inglese o tedesco? Come può un impiegato all’UE italiano che parla inglese come seconda lingua capirsi con il polacco che parla tedesco? Alla fine dovranno chiamare un tedesco che parli inglese per fare da tramite (ho escluso l’impiegato inglese che parla tedesco perchè nel Regno Unito le scuole di lingue straniere sono deserte).
    Vi sembra uno scenario sensato ed efficente?
    Mi sembra strano che nessuno abbia ancora fatto accenno a lingue pianificate… o ausiliarie come Esperanto, Ido, Interlingua e simili.
    Adottare una lingua senza nazionalità potrebbe diminuire molto quegli aspetti negativi del monopolio linguistico. Prendendo sempre ad esempio wikipedia, trovo gli articoli in Esperanto piuttosto “equilibrati”, forse perchè creati da redattori provenienti da culture e scuole diverse. Anche quelle in Ido sono simili, ma molto meno estese (fatto che dipende dal minor numero di parlanti). Quelle in Interlingua, invece, sembrano rispecchiare le pagine in inglese… ma l’Interlingua, diversamente da Ido e Esperanto, è basata su una filosofia diversa.
    Alla luce di questo mini esperimento… per altro tutt’altro che risolutivo e sacrosanto… guarderei con simpatia a chi proponesse l’Esperanto (che è il più diffuso) come soluzione di compromesso,SENZA PERO’ ELIMINARE IL MULTILINGUISMO! In altre parole, la prima “traduzione” dovrebbe essere in Esperanto (invece dell’attuale trilinguismo) e poi, via via, in tutte le lingue dell’UE e con pari dignità!

  9. Adriano Teso scrive:

    Ringrazio Michele Gazzola per le sue precisazioni e condivdo il fatto che “la questione effettivamente è vasta e non è possibile affrontare tutti gli aspetti qui”.

    Capisco di parlare con un esperto di lingue al quale porto tutto il rispetto per la sua specializzazione.
    Dal mio punto di vista, specialista in produttività, svuluppo economico, mercati e consumatori, desidero confermare che vedo il tutto come ho illustrato. E di conseguenza mi comporto con le aziende, di discreto successo, con le quali lavoro. Ricordando che ai suoi ” non è vero” io indico:

    India
    sarà solo il 5% , ma in in India , ovunque noi andiamo, alberghi, aziende, business, tutti parlano in inglese. Ed una infinità di siti web locali indiani sono in inglese.

    Competenze multilingui
    e chi ha detto il contrario? Ovvio che ora è meglio parlare la lingua di chi si ha interesse a conquistare ( normalmente il Cliente, ma anche il fornitore o qualsiasi utile a concludere qualcosa di positivo). Meglio sarebbe per tuttti una lingia sola, usando la testa per altro.

    Laboratori di ricerca
    certo che in casa ognuno parla la propria lingua. Ma se deve accedere ad un Know How mondiale o partecipare a gruppi di lavoro internazionali, non parlano di certo l’Italiano o il Cinese.

    Il parallelo
    fuorviante ? a me non pare proprio, se l’obiettivo è il progresso sociale, grazie ad un deciso progresso economico. E il declino della vecchia Europa, ormai da lustri, non lo state vedendo? E non è finita qui.

    Ma condivido “La questione effettivamente è vasta e non è possibile affrontare tutti gli aspetti qui.” E qui termino , Grazie,

  10. viola scrive:

    Approvo il coomento del sig Adriano Teso

  11. Maria Luisa scrive:

    Secondo me il dottor Codazzi (è evidente che lei è “quel” Codazzi) ha toccato il punto nevralgico. Io stessa posso confermare che, dopo anni di telefilm americani, gli imputati in aula si rivolgono spesso al giudice con l’espressione “vostro onore” (in Italia si deve usare “signor giudice”). La posizione del dottor Teso mi ha fatto ricordare quanto sostenuto da lei, dottor Codazzi, riguardo alla “educazione dei Beta e dei Gamma” e le sue spiegazioni della “Legge di Price”. Perché non ha esposto queste teorie? Ancora una cosa: nei commenti precedenti qualcuno aveva già fatto accenno all’esperanto. perché ha affermato il contrario? Grazie

  12. Antonio Codazzi scrive:

    Signora Maria Luisa, mi sento lusingato che qualcuno si ricordi delle mie “stupidaggini”. :) Perchè non ho parlato dell’educazione dei “Beta/Gamma” e della legge di Price? Perchè è un argomento che richiede molto tempo. Inoltre, senza i distinguo del caso, potrebbe sembrare un argomento offensivo nei confronti del dott. Teso, quando invece non vuole affatto esserlo. Comunque è vero, le argomentazioni a difesa del mono-linguismo/cultura del Teso rientrano nella logica di quella teoria. Infatti il progresso sociale non si ottieme solo “grazie ad un deciso progresso economico”, perchè una scienza e una economia senza un contrappeso “umanistico” (per usare un termine vago) è un mostro senza controllo. Per quel che riguarda l’affermazione: <> ci troviamo di fronte a una posizione unilaterale. Se io devo presentare un progetto “internazionale”, ma gestisco male la lingua inglese, farò una figura meno brillante di quello con meno idee ma meglio infiorettate. Questo capita anche nell’italiano, ma è una questione “singola” e non “complessiva” (cioè un mediocre parlatore madrelingua parte comunque avantaggiato). Poi andrebbe analizzato l’organigramma di questi “templi della scienza/conoscenza”… ma questo mi porterebbe a dover snocciolare tutte le possibili spiegazioni della legge di Price… dovendo così occupare con un commento più righe dell’articolo. :) Vediamo un’altra affermazione del dott. Teso: <> Anche questa lascia un po’ a desiderare. Abbiamo perso molto in conoscenza nel rinunciare completamente ai dialetti, ma noi, come una persona affetta da amnesia, non possiamo saperlo. Ultimo, solo per chiudere, <>: splendida frase che trasforma gli europei in felici “beta”. :)
    Dobbiamo capire che ogni cultura e ogni lingua hanno le stesse caratteristiche di un ambiente naturale. La biodiversità è una ricchezza… nessuno lo nega. Perché negarlo invece per le lingue? Si sa che le lingue influenzano il pensiero… l’etichetta che diamo alle cose (i nomi) permettono al nostro cervello di manipolare concetti complessi. Ma se su tutti i computer facciamo girare lo stesso programma, possiamo ottenere solo lo stesso out-put, da alcuni pc prima, da altri dopo… e questa sarebbe l’unica differenza.
    Infine, il mio “nessuno ha accennato a Esperanto, Ido ecc…” è sicuramente una frase mal riuscita: l’accenno c’è, è vero… ma io intendevo ad un “accenno” un po’ più esteso di una semplice menzione.

  13. Giorgio Pagano scrive:

    In tutti questi discorsi noto che è assente la politica. Sapete quella cosa che serve a far cambiare le cose? Ecco quella!
    Quella dei principi di uguaglianza, libertà… Ecco dov’è la mia libertà se devo essere obbligato ad apprendere l’inglese, perché così hanno deciso negli USA (non parliamo certo inglese per la Gran Bretagna o l’Australia)? Dove sono le pari opportunità se gli inglesi parlano l’inglese come lingua materna e io devo spendere 5 anni della mia esistenza e migliaia di euro solo per avvicinarmi alla loro qualità linguistica? Le pari opportunità sono un caposaldo della democrazia! Certo il multilinguismo è più democratico ma non abbastanza perché mi costringe a fare una scala di valori e quindi, alla fine, non fa altro che favorire l’inglese. L’esperanto va bene: non mi obbliga a spendere gran tempo e danaro per apprenderlo, non favorisce nessuno, mi libera di apprendere col tempo guadagnato altre lingue (ma solo se mi va), lo devono apprendere anche gli inglesi (che così smetteranno di essere i nuovi “ariani”…
    Dice Teso “Che non partirà mai. E’ 60 anni che è lì ferma. Mettiamoci il cuore in pace.” E certo, cosa aspettava il signor Teso che ci riuscissero pochi milioni di esperantisti nel mondo? Senza uno Stato, né finanze, né religioni dietro ma solo con la loro testimonianza laica di paciferi? Ma ora la questione non riguarda solo concreti strumenti di pace di pochi idealisti divenuti esperantisti, ora la questione è, per il continente europeo, non perdere la guerra delle lingue, che vede scatenati gli angloamericani e il loro disegno di dominare il mondo per via linguistica: ora riguarda mezzo miliardo di europei, dei quali l’87% non è madrelingua inglese. Pertanto la questione esce dalla dinamica delle lingue ma è squisitamente POLITICA! Concerne la dominazione del mondo! Concerne il soccombere di interi popoli! Il loro genocidio linguistico-culturale.

  14. Lapo scrive:

    Scusate, ma di cosa stiamo parlando? Che cosa sono le lingue? Gli esperti dicono che una lingua è un dialetto con un esercito, ovvero uno Stato. E allora perché in Europa parliamo francese, italiano e cosi via, mentre gli Stati Uniti parlano inglese (e ora spagnolo)?

    Perché nel XVII secolo per rafforzare l’unificazione nazionale un certo Luigi XIV detto Re Sole inventò l’Accadémie de France e impose ai letterati (che usavano il latino dell’esercito celeste vaticano) e al popolo il francese moderno. Leggete gli Essay de Montaigne, 1580 e leggete il Discours de la méthode di Des Cartes 50 anni dopo. Bè il primo scrive più o meno nello stesso francese della chanson de gestes, di 500 anni prima, il secondo scrive più o meno nello stesso francese di oggi, 400 anni dopo.

    Stessa cosa in Italia, dove i Savoia chiamano un certo Alessandro Manzoni per presiedere la commissione che doveva riscrivere l’italiano per renderlo più universale, includendo termini da tutti i dialetti.

    E in America? Da quanto è che si parla inglese? Da 2 secoli, da quando cioè gli inglesi, che si fanno passare per grandi liberali, hanno sterminato prima fisicamente, poi per “integrazione” (vuoi campare, portami tuo figlio e gli insegno la mia lingua nella culla, che poi trova lavoro) gli antichi popoli nativi americani (per inciso hanno fatto lo stesso in Australia e in Canada quei grandissimi liberali. A dire il vero ci hanno provato anche in India, ma gli è riuscito decisamente meno bene).

    Siamo proprio sicuri che vogliamo far fare agli inglesi e ai loro discendenti bastardi, gli americani, lo stesso lavoretto con noi? Con noi italiani, francesi, tedeschi, olandesi, rumeni, insomma con noi Europei?

    E a proposito di mercato di cui qualcuno si dichiara esperto, qualcuno mi sa dire in quale caso della storia un’azienda inventrice e monopolista di un prodotto per il quale c’è una grande richiesta, si mette a spendere un fottio di soldi per comperarsi e vendere, pagando i diritti per generazioni, ai suoi clienti il prodotto di una diretta concorrente più potente?

    E’ esattamente quello che sta avvenendo nel mercato delle lingue, dove l’Italia titolare del molto richiesto prodotto lingua italiana, non solo non lo mette, anzi quasi lo ritira dal mercato, ma addirittura si compra a peso d’oro il prodotto lingua-inglese per venderlo ai suoi!

    Questa classe dirigente andrebbe mandata a casa subito. C’è chi per molto meno ai propri aristocratici ha fatto fare una fine ben peggiore.

  15. Lorenzo scrive:

    L’argomento che viene invocato a gran voce per rifiutare il plurilinguismo si manifesta spesso nell’idea dei “costi”. Il dott. Teso scrive infatti:

    “Credo che pochi abbiano idea dei costi che le aziende “multinazionali in Europa” devono sopportare per il multilinguismo. Dai semplici costi di traduzione ai più sofisticati costi delle riunioni e delle inevitabili incomprensioni e quindi perdite di know how. E che dire delle industrie cinematografiche ed editoriali che hanno mercati forzatamente di nicchia. Ed i costi della politica europea ? E quelli delle inevitabili regole diverse?”

    Il plurilinguismo sarebbe quindi un fenomeno da sopportare a scapito di un’omogeneità che (?) favorirebbe il mercato.

    A parte il fatto che, come ricordava Gazzola, il monolinguismo non sembra essere la soluzione migliore per il mercato economico degli scambi commerciali, il punto fondamentale è il peso che si assegna alle lingue in quanto portatrici di cultura e identità.
    Se ragionassimo solo in termni di costi dovremmo allora eliminare tutto ciò che ci rallenta, dovremmo eliminare comportamenti, idee, espressioni umane che non si adeguano alla logica corrente dei costi/benefici. Personalmente trovo l’idea molto pericolosa. Forse la prospettiva più interessante è chiedersi quale valore assegniamo alle lingue e alla diversità linguistica e quindi capire quanto siamo disposti a sacrificare.

    Per quanto mi riguarda ben vengano i costi per far studiare i cittadini europei e formarli in altri idiomi; ben vengano i costi per le traduzioni di documenti dell’Unione. Il fatto di non accettare la monarchia linguistica dell’inglese (o di qualsiasi altra lingua storico naturale) non ha nulla a che vedere con lo sciovinismo. L’Unione Europea raccomanda l’uso di tre lingue per ogni cittadinio: la madrelingue, la lingua di grande comunicazione internazionale (inglese ad esempio, ma l’esperanto anche potrebbe assolvere ottimamente un uso del genere) e una terza lingua definita “adottiva”. Io sono pronto a sostenere i costi per formarmi e per avere la possibilità di comunicare in almeno due lingue diverse dalla mia lingua madre.

    Inoltre a meno che non si scelga deliberatamente una lingua come l’esperanto, il monolinguismo verrebbe sempre sentito come un imposizione (a torto o a ragione) e quindi è piuttosto irrealistico. Immaginiamo che l’UE decida che tutti i documenti e che tutte le sessioni di lavoro debbano svolgersi solo in inglese. Non si tratterebbe di andare a commerciare in India prodotti che si conoscono e di cui si è parlato nella propria madrelingua e che si discutono in inglese solo per determinati aspetti di transazione. Si dovrebbero discutere direttamente in inglese aspetti teorici, idee, criteri politici, filosofici ed economici. Le discussioni di politica comunitaria non sono paragonabili a discussioni di accordi fra imprese. Esse hanno un impatto sulla vita di milioni di persone e dunque pochi i non anglofoni madrelingua non si sentirebbero sufficientemente tutelati in molti aspetti. Nè si può realisticamente immaginare che tutti i cittadini dell’Unione raggiungano livelli eccelsi di competenza in inglese. E che facciamo con questi? che facciamo con gli anziani ad esempio? Li tagliamo automaticamente fuori dalla vita civica?

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