Il partito dell’amore, il partito della paura

– Nel confermare le dimissioni che aveva annunciato, ma non rassegnato, e che il vertice del PdL aveva preventivamente accettato, Italo Bocchino ha detto che  il PdL “sta diventando il partito della paura, altro che partito dell’amore” e che si regge sulla regola del “colpirne uno per educarne cento”. Parole dure, che hanno provocato polemiche tanto prevedibili quanto scontate. Ma parole vere o perlomeno più verosimili delle spiegazioni con cui si è tentato di giustificare l’incompatibilità di Bocchino con la carica di vicario del Gruppo PdL alla Camera.

La paura è un principio organizzativo efficiente quando l’obiettivo è difendersi dal nemico. Ma la deterrenza è oltremodo inefficiente all’interno di gruppi che condividono un obiettivo e competono e cooperano, al proprio interno, per conseguirlo. Non è un discorso buonista. E’ un discorso onestamente “efficientista”. Un’organizzazione gregaria non è innovativa, la servitù deferente non è produttiva, ma parassitaria, consuma e non alimenta la passione e l’intelligenza delle cose che è costitutiva della virtù politica. Berlusconi, in condizioni soggettivamente e oggettivamente irripetibili, ha surrogato l’assenza di un partito con una capacità personale di persuasione e di adattamento, di rottura e di mediazione che nell’ultimo quindicennio ha reso possibile non solo la formazione di un centro-destra di governo, ma lo stesso bipolarismo. Ma Berlusconi è un uomo, non un “sistema”.

E’ chiaro che il punto oggi è capire quale sia nel PdL l’obiettivo d’impresa. Il trade off tra il consolidamento dell’assetto berlusconiano e la costruzione di un “partito europeo” è evidente. Al posto di Berlusconi, dopo Berlusconi, non ci sarà “un Berlusconi”. E quindi rebus sic stantibus non ci sarà neppure il PdL. La scommessa del PdL come partito e non solo come brand elettorale, è stata, fin dall’inizio, quella di una transizione lunga, che, senza disarcionare il Cavaliere, preparasse un modello capace di prescindere dalle regole e dalle risorse eccezionali del berlusconismo.

La polarizzazione del dibattito interno tra lealisti e traditori non aiuta, ma stoppa questa transizione. Prima o poi bisognava iniziare a cambiare registro e Fini, semplicemente, ha iniziato. Insomma, se l’obiettivo comune è “fare il partito”, la deterrenza è sciocca. Se l’obiettivo (evidentemente non comune) è spostare al dopo Berlusconi qualunque discorso sul partito, allora la deterrenza ha un suo senso, ma sancisce, assai più dei distinguo finiani, l’assenza di un obiettivo e di un progetto comune all’interno del PdL.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

4 Responses to “Il partito dell’amore, il partito della paura”

  1. Marco Maiocco scrive:

    Caro Carmelo,

    credo che quanto scrivi sia condivisibile. Però faccio appello che iniziate a parlare oltre che delle dimissioni (ingiuste) di Bocchino, anche delle mancate dimissioni di Scajola…

    La questione morale dove la mettiamo?

  2. Andrea Ruini scrive:

    E’ inutile argomentare del “partito dell’amore” o “partito dell’odio”. Il punto è politico. Fini, giustamente dal mio punto di vista, ha una idea di “destra liberale” che è incompatibile con la destra berlusconiana. Per questo motivo Berlusconi non potrà mai accettare che si organizzi un gruppo finiano dentro il PDL. E dentro il PDL non ci sarà mai lo spazio politico per far cambiare le cose. Si parla di congresso. Ma con tutti i dirigenti, centrali e periferici, che sono nominati dall’alto, come si può pensare di andare ad un congresso “vero”? C’è una sola cosa sicura: nessuno dei parlamentari che si sono schierati con Fini, e tantomeno Fini, sarà ricandidato nel 2013. Fino a prima delle elezioni si poteva pensare ad un declino di Berlusconi, ad uno scenario post-berlusconiano, e a una possibile competizione per la leadership nel 2013. Ora è chiaro invece che Berlusconi si ripresenterà candidato premier nel 2013, nel 2018, nel 2023, nel 2028 ecc. Se si vuole mantenere uno spazio politico liberale, bisognerà tenerne conto.

  3. Luca Cesana scrive:

    ricordo una riunione di alcuni anni fa dove Giorgio Straquadanio (oggi Straguadagno) disse testualmente. ” Forza Italia era un partito di plastica, è diventato un partito di merda”

  4. Quante “aziende” abbiamo visto andare a remengo nel passaggio generazionale per il “combinato disposto” dell’ostinata difesa del possesso del timone da un lato e per l’ostinato arrembaggio al timone dall’altro?
    Mi si dirà che un partito politico non è una azienda. Così non è, dato che, a bene vedere, un partito politico è una azienda che trasforma l’opinione diffusa in consenso elettorale e per far ciò agisce con il marketing preventivo della diffusione mirata di una informazione mirata.
    Chiunque abbia letto Gramsci non può non arrivare a questa conclusione, specie se se ne hanno sotto gli occhi i risultati in ogni dove ed ad ogni livello della società italiana e delle sue organizzazioni operative, magistratura e scuola in tasta.
    La battaglia andava e va fatta all’interno, sul territorio, non nei salotti televisivi, conquistandosi le organizzazioni dei microsistemi di presenza attiva su di esso (le vecchie care sezioni, sia del PCI che del MSI) con un approccio umile, continuo, diuturno e, se si vuole, anche silenzioso. Solo un lavoro capillare può fare opinione e dominare non solo le scelte ma anche e soprattutto lo scenario del dopo.
    Il Berlusconi del ’94 che ci ha fatto “sognare” e ridato la voglia di pensare alla politica non solo come ad un fardello fastidioso non è lo stesso di oggi, tutto teso, spasmodicamente, ad affermare il suo “particulare”, costi quel che costi, Lega in testa.
    La dinamica è la caratteristica intrinseca della realtà, il “sale della vita” è il dissenso dal consolidato che porta alla diversificazione ed alla varianza e con esse perpetua l’esistente in un continuo caleidoscopio di forme ed esperienze.
    La dinamica, anche aziendale, è il dissenso propositivo ma espresso ed attuato in un quadro strategico di costruzione operativa e di diffusione mirata della opinione specifica che porti la base ad orientare la composizione degli organi e la vita congressuale.
    In mancanza di ciò e di questa possibilità, far nascere il PDL così come è nato non fu scelta saggia di chi sul territorio bene o male era radicato e presente con una organizzazione di partito non certo di plastica. (A meno che già da allora i “colonnelli” appartenevano, di fatto, ad un altro esercito)
    Dicevano i nostri nonni che chi è causa del suo male deve piangere sé stesso.

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