– Da il “Il Testamento” di T.G.Ševčenko

“Se io muoio, mi interrino
Sull’alta collina
Fra la steppa della mia
Bella Ucraina.
Che si vedano i campi,
Il Dniepr con le rive,
Che si oda il muggito
Del fiume stizzito…”

Questa poesia e le altre opere  dello scrittore/pittore ucraino T.G.Ševčenko spiegano meglio di cento analisi socioeconomiche il riflesso nazionalista che sta pervadendo l’Occidente. Perché direte? Perché descrivono un intero popolo, gli Ucraini, che ispirato dal “romanticismo” di questi versi ha gettato alle ortiche l’integrazione economica/energetica con la ex Unione Sovietica, autoinfliggendosi danni economici ingentissimi pur di conquistare l’indipendenza e l’autonomia linguistico-culturale dalla vicina Russia. Un sentimento nazionale a lungo soffocato e per tale motivo ancora oggi riaffermato con forza, come dimostra la recente spaccatura di Parlamento e società civile nella vicenda della concessione in affitto ai russi della base navale di Sebastopoli.

Quello che è accaduto in Ucraina è quello che accade di continuo in Svizzera, dove non si contano le proposte di referendum per la limitazione dell’arrivo di nuovi immigrati, anche a costo di ridurre le capacità di sviluppo economico dei cantoni e quelle di attrazione di investimenti diretti esteri, come è ben descritto nel libro “Etnonazionalismo” di Walker Connor (in particolare a pag. 233).

Quel che accade in Svizzera, infine, è quel che accade nel profondo ed industrioso Nord Italia, che ad ogni turno elettorale premia la Lega Nord proprio per le sue posizioni oltranziste e urlate contro l’immigrazione. Ucraina, Svizzera, Nord Italia, sono tutti esempi dell’assoluto “primato del sentimento etnonazionale sulle considerazioni economiche”, per dirla con Connor.

Trovo assolutamente condivisibile ciò che Mario Calabresi, direttore de La Stampa, ha scritto in un editoriale di qualche giorno fa a proposito del provincialismo italiano ( “Una politica staccata dalla realtà”)

“..Si dovrebbe avere il coraggio di discutere di cosa ha bisogno l`Italia, su quale ruolo vuole avere oggi in un mondo che è cambiato drammaticamente. Alla politica si chiedono certezze, stabilità, la capacità di non farci sconfiggere dalle sfide globali. Invece siamo qui a guardarci l`ombelico, a preoccuparci delle insegne dei negozi, a mettere in competizione gli insegnanti nati a cento chilometri di distanza, a pensare di chiuderci all`interno delle nostre regioni, dimenticando che il mondo corre e può tranquillamente passare oltre. Nel 2009 in Francia i turisti cinesi hanno speso il doppio di quelli americani e a Parigi si costruiscono in gran corsa alberghi per ospitare i nuovi ricchi orientali. Più che al dialetto lombardo dovremmo far studiare ai nostri figli il mandarino e chiedere ai nostri politici di indicarci le opportunità del mondo nuovo e preparare il Paese a prenderle al volo.”

Tuttavia, per quanto condivisibili dalle persone di buon senso, nemmeno queste parole possono nulla rispetto al richiamo protezionista leghista.
I calcoli economici, i grafici chiarissimi sulle opportunità ed i pericoli connessi alla nostra marginalizzazione dai flussi principali della “globalizzazione”, il costo insopportabile di scenari “zero migration” (ne abbiamo avuto un assaggio simbolico con l’iniziativa dello sciopero degli stranieri dello scorso primo marzo) non avranno mai la stessa capacità di mobilitazione propria di un infuocato discorso “identitario”.

Per contrastare l’ideologia leghista e l’entroterra culturale da cui trae fondamento non bastano movimenti politici aperti alla globalizzazione, al multiculturalismo e alla seria integrazione, ma occorre promuovere la nascita di un movimento d’opinione inter-settoriale, che sia capace di abbracciare anche posizioni politico-ideologiche distanti. Serve, adeguato alla nostra epoca, qualcosa che possa assomigliare nell’approccio al Futurismo che, coinvolgendo intellettuali, artisti e scrittori dei più distanti orientamenti ideologici, permise l’accettazione “culturale” delle automobili, prima viste come “macchine diaboliche” da chi era abituato ai tranquilli paesaggi bucolici delle nostre campagne. Soltanto un movimento intellettuale moderno, composto da scrittori, “blogger”, artisti, musicisti, ecc. sarà in grado di confrontarsi con gli ideali “identitari” che i leghisti hanno scelto di rappresentare e strumentalizzare a proprio vantaggio.

Occorre un movimento in grado di “attualizzare” valori antichi dell’umanità senza metterli in contrapposizione con la “globalizzazione”, l’internazionalizzazione e l’immigrazione, ma penetrando in questi scenari al punto da “umanizzare” quello che a troppe persone appare come un “mostro apolide e senza anima”. L’integrazione degli immigrati, il multiculturalismo, non sono “dogmi” da imporre, sono percorsi da intraprendere insieme, e sono possibili senza rinunciare alle proprie radici.