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Quante menzogne e falsità sul lavoro degli stranieri

– da il Secolo d’Italia del 29 aprile 2010 –

Attorno ai temi dell’immigrazione, vi è una sempre più evidente sproporzione tra la realtà e la narrazione, tra le dimensioni e le dinamiche di un fenomeno, che comporta sul piano sociale complicati problemi di adattamento e quindi serie questioni politiche, e le metafore, le rappresentazioni e lo “stile” di cui ci si serve per raccontarlo.

Il centro-destra sull’immigrazione è alle prese con un problema che riguarda innanzitutto il pensiero mainstream: per i dirigenti del PdL, affezionati ad un approccio “realistico”, in tema di immigrazione la verità non serve e non paga abbastanza sul mercato elettorale e non suona sufficientemente persuasiva ad un’opinione pubblica confusa, che si sente minacciata non solo dagli stranieri, ma anche dall’incomprensione dei propri rappresentanti.

Da questo punto di vista la benevola tolleranza verso una retorica autenticamente xenofoba è giudicata un’utile concessione a quel disagio popolare che è complicato arginare, sul piano culturale, e più ancora sconfiggere con misure di policy efficaci, e che alla fine è meglio compiacere e ubriacare ideologicamente con il vino cattivo della scorrettezza politica.

Questo “realismo” vive sull’illusione che il piano del governo e quello del consenso, quello della responsabilità politica e quello del gioco elettorale siano troppo diversi e che non spetti al Palazzo fronteggiare l’irrazionalità politica del Popolo. Nell’impossibilità di dargli tutto quello che vorrebbe avere, è preferibile dirgli tutto quello che vuole sentirsi dire: che l’Italia non deve diventare multietnica, che gli stranieri sono troppi e rubano il lavoro agli italiani, che consumano più welfare di quanto ne paghino, che occorre ostacolare e non favorire la loro integrazione politica…

Da questo punto di vista, se il PdL tenta di vincere la sfida con la Lega sul piano della Lega, ovviamente la perde. Non perché la Lega sia più affidabile nel contrastare il fenomeno con le maniere forti, ma perché è più credibile a interpretare il senso della narrazione a cui si appoggia la retorica xenofoba. Per contendere questo consenso, sarebbe necessario contestare questo racconto e sostituirvene uno più onesto.

Su questa sfida non si giocano solo i rapporti di forza tra Lega e PdL o quelli interni al partito di maggioranza. Si gioca la stessa possibilità di impedire che la coesione politica delle maggioranze di centro-destra sia costruita a scapito della coesione civile del Paese e che a spingere la macchina del consenso liberal-conservatore sia il “motore a scoppio” dell’ostilità contro gli stranieri.

Non è un problema solo italiano, come è evidente, anche se in Italia presenta caratteristiche peculiari, visto che la Lega non è oggi assimilabile alle destre razziste europee e conserva un’identità territoriale, definita attorno ad issues socio-economiche, ancora prevalente rispetto a quella etnico-culturale, di cui pure fa un largo uso propagandistico.

La retorica anti-immigrazionista dà voce non solo alle legittime richieste di protezione dalla violenza, ma anche alla inconfessabile pretesa di essere posti al riparo – con un sistema di dazi non solo sulle merci, ma anche sugli uomini – dalla concorrenza di una forza lavoro straniera intraprendente e motivata. Rubricare alla voce “sicurezza” questa richiesta di protezione economica – che peraltro non coincide, ma contrasta con l’interesse generale del Paese – è un espediente narrativo furbo, ma politicamente ambiguo.

Come ha denunciato Marzio Barbagli, nel milieu accademico e intellettuale di sinistra, che si vantava di affrontare il tema dell’immigrazione con strumenti scientifici e animo generoso, è stato per anni impossibile parlare delle relazioni tra immigrazione e criminalità. Non era politicamente corretto. Nelle piazze del centro-destra, si assiste ad un fenomeno uguale e contrario.

Non è possibile sottrarsi al conformismo del politicamente scorretto. Bisogna dire che gli stranieri “tolgono il lavoro ai nostri figli”, anche se non è vero, anzi proprio perché non è vero e perché almeno nel racconto lo diventi.
Se l’invidia sociale sveste i panni della lotta di classe, per vestire quelli di un “nativismo” anacronistico, non diventa per questo più compatibile e servibile per un disegno nazionale, per la banale ragione che nulla di ciò che l’Italia è, produce e vale sarebbe oggi e sarà domani possibile senza l’apporto degli stranieri. A partire da questa realtà occorre costruire sia le policy sia il racconto, non pensando che sia possibile salvare la ragionevolezza della politica delegando la narrazione agli araldi della paura.

Si è sempre detto che Arafat sosteneva cose molto diverse a seconda che parlasse in inglese all’Onu o in arabo al popolo palestinese. Il PdL sull’immigrazione fa la stessa cosa. Nel governo e in parlamento tenta (e quasi sempre riesce) a disinnescare le mine di cui la Lega dissemina i provvedimenti normativi. In piazza accetta di condividere e, più spesso, di subire la propaganda incendiaria del Carroccio, pensando così di contendergli, ma finendo in realtà per consegnargli la rappresentanza di un elettorato spaventato. Ma come la storia insegna, se scappa di mano la narrazione, scappa di mano la politica.

Ci sono parole più giuste, più oneste e più responsabili, che andrebbero orgogliosamente rivendicate. Parole come queste:

“ Senza il lavoro degli stranieri, interi settori dell’economia incontrerebbero delle enormi difficoltà. (…) I lavoratori stranieri – ne sono fermamente convinto – non sottraggono lavoro a nessuno. L’occupazione straniera in Italia è cresciuta costantemente, almeno fino al 2008, e in dieci anni risulta più che raddoppiata, passando da meno di un milione a più di 2 milioni. L’apporto al prodotto interno lordo da parte dei lavoratori stranieri è stimato attorno al 10 per cento.

Il gettito contributivo generato dal loro lavoro risultava nel 2007 complessivamente pari quasi a 7 miliardi di euro. Questo ammontare rappresentava circa il 4 per cento di tutti i contributi previdenziali versati in Italia. Il gettito fiscale dei lavoratori stranieri ammonta ad oltre 3,1 miliardi di euro. Il complesso delle spese relative agli utenti stranieri dei servizi welfare ammonta a 9,3 miliardi di euro, secondo stime recenti, che vanno confrontati con i 10 miliardi incassati dallo Stato per fisco e contributi sociali. Quindi, il conto fiscale dei lavoratori stranieri è assolutamente in pareggio: noi non manteniamo nessuno, i lavoratori stranieri si mantengono da soli.

Quanto al futuro, le previsioni del recente rapporto dell’Unione europea sugli effetti dell’invecchiamento, in una prospettiva di mezzo secolo, affermano che la popolazione in età di lavoro diminuirà del 17 per cento. A fine periodo l’Italia sarà il Paese mediterraneo con il maggior numero di immigrati residenti: 12 milioni, tre volte quello attuale. Il rapporto traccia, altresì, l’effetto di un ipotetico scenario «zero migration» sulla spesa pensionistica, cifrando un 2 per cento in più sul PIL nel 2060. L’immigrazione, dunque, rimanda nel tempo l’invecchiamento della popolazione e ne rallenta il conseguente declino. (…)

L’immigrazione è certamente una necessità, ma può diventare anche un’importante risorsa, sempre che l’integrazione sia corredata da un contesto di diritti, non solo economici e sociali, ma anche civili e politici. Gestire tale complesso fenomeno con un regime di sostanziale apartheid sarebbe illusorio prima ancora che ingiusto, ma, ciò che è più grave, lo farebbe restare confinato in un contesto culturale più arretrato.”

Queste non sono le parole di un politico di sinistra, né di un esponente della minoranza finiana. Sono le parole che un parlamentare poco incline al perbenismo di sinistra e riluttante a farsi corifeo del mainstream leghista, Giuliano Cazzola, ha pronunciato lo scorso 8 aprile alla Camera, a nome del gruppo del PdL, nella discussione su alcune mozioni in tema di immigrazione.

Il PdL, nella sua classe dirigente, nella sua cultura politica e nelle sue ambizioni, non è il Carroccio e non deve neppure somigliargli. Deve fare, anche sull’immigrazione, il proprio discorso, non ripetere quello altrui. Non solo nelle istituzioni, dove si dicono le “cose serie”. Anche nelle piazze, in cui è decisivo che la serietà suoni persuasiva. Tutto questo il PdL può e saprebbe farlo, ma dovrebbe finalmente deciderlo.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

7 Responses to “Quante menzogne e falsità sul lavoro degli stranieri”

  1. luigi scrive:

    Concordo su tutto, ma la questione non è liquidabile con dati economico/statistici. Pongo un problema: quando le future generazioni di figli di stranieri, divenuti italiani, potranno votare, cosa potrebbe accadere nello scenario politico italiano la costituzione di un partito “musulmano”, con il pragmatismo e fanatismo religioso che buona parte degli aderenti all’Islam manifesta? Questa mia non è paura del “diverso” anche in senso religioso, ma sono stato cresciuto con l’idea che le chiavi di casa non si consegano agli altri.
    Altra problematica è ovviamente il poco senso nazionale degli italiani e il vecchio detto che “panem e circenses” sono sempre meglio che cultura del lavoro e fatica.
    Grazie.

  2. Carmelo Palma scrive:

    @Luigi: La sfida del radicalismo islamico e del suo “naturale” separatismo civile è seria e grave. Ed è ovvio che una società può essere multi-etnica, non “multi-costituzionale”.
    Eviterei però di iscrivere tutto l’Islam nel fanatismo islamico, perchè non è così, e meno ancora lo sarà se non spingeremo con il disprezzo e il pregiudizio tutti gli islamici nelle mani dei fanatici.
    Inoltre bisogna evitare di pensare che tutta l’immigrazione in Italia sia islamica (sono islamici, a seconda delle diverse stime, tra l’ 1 e l’1,2 milioni di immigrati, a fronte dei quasi 4 milioni complessivi).

  3. Approvo pienamente!
    Annoterei una incoerenza di fondo di un paese che è sì cattolico ma non cristiano!
    Avremo sempre + bisogno di loro e la soluzione non è il respingimento tra le braccia di Gheddafy.
    Forse ocorre ripassare l’economia, e lasciar perdere la rincorsa della Lega.
    O vogliamo ritrovarci come quel comune che non sà riconosccere la generosità di un imprenditore che si fà carico delle rette dei bambini che non posson pagare la mensa scolastica?
    Pessima immagine di quelle mamme che si opponevano…

  4. Sergio scrive:

    Mi scusi tanto, ma chi aiuta l’economia italiana?
    Quelli che lavano i vetri ai semafori?
    Quelli che vendono merce contraffatta per la strada?
    I minorenni nord africani che vendono un pacchetto di fazzoletti ad 1 euro?
    Quelli che raccolgono pomodori o arance in nero?
    Quelli che fanno i muratori in nero?
    Le prostitute?

    A voi piace lo schiavismo!

  5. Giorgio Gragnaniello scrive:

    Da sempre e ovunque all’autoctono fa paura veramente l’immigrato vincente (tenace e parsimonioso),non il perdente(disadattato e facilmente sradicabile);anche se a parole si dichiara il contrario: la sua paura è più forte del suo interesse.Da qui l’insufficienza della Bossi-Fini,che inutilmente cerca di conciliare questo con quella.

  6. Paolo Ferrario scrive:

    vedo che la teoria delle frontiere aperte della ex ministra Turco e della ex ministra Bindi fanno breccia nei soliti sindacal-economisti che vedodono solo una parte della questione.
    In pratica l’ex sindacalista socialista della Cgil segue il proverbietto ormai diventato senso comune: gli immigrati fanno il lavoro che non fanno più gli italiani” e non si rende conto che la questione è proprio questa: perchè gli italiani non fanno più quei lavori manuali che la mia generazione (1948) e quella di mio padre (1917) e mio nonno (1893) hanno fatto?
    e così siamo al paradosso di una crisi occupazionale giovanile che è del tutto convissuta con la criminale (aggettivo pannelliano) politica delle frontiere aperte.
    Perchè i sapientoni dell’economia del lavoro non spiegano come mai il lamento del “non c’è più lavoro” si associava la immigrazione lavorativa che il lavoro lo trovava, eccome se lo trovava (da cui i dati dell’ex sindacalista della Cgil) .
    La questione, a mio avviso, è questo: il proverbio “loro fanno il lavoro che noi non facciamo” è diventato l’alibi per non investire su scule professionali manuali e sull’apprendistato dei mestieri manuali. e così i giovani traccheggiano fra università, master, bar e aperitivi invece di usare la propria forza per fare il falegname, l’idraulico, l’operaio generico, l’operaio specializzato
    grazie per l’attenzione

  7. Giordano Masini scrive:

    Ciò che rende contigue immigrazione è criminalità (ma anche pubblica amministrazione e criminalità) è una giustizia che non funziona e che non si riesce a riformare.
    Se l’Italia sta raccogliendo la crème della delinquenza dell’Europa orientale (tanto per dirne una) è perché solo da noi non si viene puniti se si commette un reato. E istituire il “reato” di immigrazione clandestina è solo un tentativo maldestro di risolvere il problema a monte ma non alla radice.

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