I mafiosi muoiono, la mafia no, la gente inneggia ai boss

– Sembrava di assistere all’uscita di scena di una rockstar, l’altro giorno a Reggio Calabria, mentre la Polizia traeva Giovanni Tegano, boss latitante della ‘ndrangheta, fuori dal suo nascondiglio. Ma forse neanche Bono Vox e John Lennon sarebbero stati salutati come “uomini di pace”, definizione invece tributata al sorridente capo cosca.

Non è la prima volta che accade, non è la prima scena a cui assistiamo, di gente che plaude ai criminali e sputa odio alle forze dell’ordine. E’ accaduto a Napoli. E’ accaduto a Palermo. E’ accaduto a Reggio Calabria.

Accade. Ma non mi ci abituo. Né mi ci rassegno. Mi fa schifo ogni volta uguale. Poi rifletto.

Nell’ovazione al superlatitante di Reggio Calabria ci sono diversi livelli di distorsione morale. C’è quello dei parenti e sodali, che si disperano perché perdono un punto di riferimento personale. C’è quello degli astanti silenziosi, che assistono compiaciuti ad un evento straordinario, impressionati e rapiti dall’estrema manifestazione di potenza di un uomo che, benché in manette, smuove gli animi a suo favore, contro l’istituzione. Motore immobile. E poi c’è quello del resto del Paese, di chi non vive nei luoghi di mafia (cosa possibile anche entro i confini dello stesso Meridione. Non esiste “il Sud”, esistono “i Sud”), che quella “roba” lì la crede lontana da sé, geograficamente e umanamente. Ma non è così. La paura fa novanta a tutte le latitudini. Cosa sono, quelle reazioni scomposte, se non un’isteria indotta dalla paura? Cosa è, il silenzio omertoso, se non un comportamento dettato dal timore di  ritorsioni?

Accadrebbe anche a Bolzano, probabilmente, se i poli dello sviluppo, non solo economico, del Paese fossero rovesciati. Se Bolzano appartenesse ad un’area sottosviluppata, drogata di assistenzialismo statico e schiacciata tra due agenzie istituzionali, la mafia e la politica, la prima più efficiente della seconda, la seconda più miope della prima. E’ un problema di milieu, di cultura “derivata” da anni di assuefazione all’idea che la mafia c’è e fa del bene riempiendo il vuoto socio assistenziale dello Stato.

Mafia e Stato sono i due termini dialettici più ricorrenti nell’analisi del fallimento meridionale. La prima prospererebbe nella misura in cui il secondo manca. Ma è un filo logico da confutare. La prima prospera perché il secondo (inteso in accezione larga, comprendente la politica, anche e soprattutto locale) è troppo presente nella maniera sbagliata. Le cronache sono zeppe di appalti pilotati, di imperi criminali costruiti sulla fornitura di beni e servizi, di una spesa pubblica carsica che si inabissa negli uffici delle amministrazioni e torna alla luce nei patrimoni delle famiglie e delle società criminali. Probabilmente andrebbe affamata la bestia, liberando, alla lunga, anche la società e gli individui dal ciclo del sottosviluppo, da un meccanismo che economicamente li affama e assistenzialisticamente li sfama, a cavallo tra legalità e illegalità.

Realizzare questa impresa è forse oggi fuori dall’ordine delle possibilità. Sarebbe una guerra dichiarata non solo ai poteri illegali, ma anche a quelli legali.

Ma non è impossibile fare qualcosa. Uno stato che fatica ad essere fornitore di efficienza, può comunque usare tutti i poteri che gli spettano come “monopolista” della violenza, esercitando una repressione continua, indefessa e “cruenta” degli abusi e delle connivenze.

E’ una via speciale, eccezionale in senso molto diverso da quell’eccezionalismo giudiziario o da quella “cultura del sospetto” che ha fatto più male alla giustizia che alla mafia, nel senso almeno dell’ordine politico mafioso che resiste e sopravvive a qualunque condanna, giusta od ingiusta, di mafiosi veri e presunti.  Polizia e intelligence ovunque, filtri “terzi” ed esterni in tutte le articolazioni amministrative lungo cui si snoda la spesa pubblica locale, un deterrente anche morale per una società che quando rivendica la propria autonomia lo fa solo per conservare spazi di manovra entro la propria velenosa anormalità.

Non il Prefetto Mori. Ma dosi eccezionali di quella “normalità”, la cui assenza è la cifra politicamente più significativa della questione meridionale.

Deve morire, insieme alla mafia, prima di essa, l’idea della sua prossimità, della sua ineluttabilità, visto che gli arresti eccellenti questo oggi dimostrano: che i mafiosi muoiono e la mafia no. Gli “uomini di pace” si stanano così, con la guerra.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

3 Responses to “I mafiosi muoiono, la mafia no, la gente inneggia ai boss”

  1. Franco scrive:

    Talvolta penso che la mafia sia l’unica forma di stato che non fallirà mai.

  2. Bah, nulla di nuovo, sotto il sole, secondo me: non dimentichiamo che anche circa 2000 anni fa, in Giudea, la folla, tra Gesù Cristo e Barabba, non ebbe nessun dubbio, nello scegliere quest’ultimo.
    I ladri fanno regali. Gli uomini onesti, invece, ovviamente no…

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