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Ma guardare all’Europa non è un alibi

– da Il Secolo d’Italia del 28 aprile 2010 –

Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera di ieri, denunciava il conformismo provinciale della politica italiana e la sua abitudine ad interpretare, a destra come a sinistra, il gioco politico secondo un canone “progressista”. Nei frequenti richiami a certe categorie, la prima della quali è la “modernità”, non si esprimerebbe una cultura politica matura, ma una sorta di complesso di inferiorità, di cui gli italiani farebbero bene a liberarsi.

Sul punto, la penso diversamente da Panebianco. Una certa idea della modernità è in effetti intossicata dalle filosofie della storia ottocentesche e dalla vulgata positivista.  Però, a differenza di Panebianco, sono più preoccupato dal rischio che la diffidenza “anti-progressista” nasconda un’ostilità preconcetta e altrettanto ideologica all’innovazione in politica.
Questo è un fenomeno che riguarda il centro-destra, ma non solo il centro-destra. Si guardi ad esempio alla rigidità della sinistra sui temi tecnologici e ambientali o alla sua riserva pregiudizialmente conservatrice rispetto alla globalizzazione economica.

Una destra liberale, democratica, riformatrice e innovatrice dovrebbe tenersi alla larga dai miraggi progressisti, ma non dalla modernità politica. Si può diffidare della modernità ideologica, consegnataci dalla tradizione hegelo-marxista, non della libertà – culturalmente più “moderna” – con cui nelle “società aperte” si selezionano le scelte politiche secondo il loro maggiore grado di efficienza rispetto agli obiettivi che intendono conseguire.

I partiti di centro-destra devono essere molto attenti a preservare i fondamenti “sistemici” – cioè costituzionali – del gioco politico, non ad ostacolare pregiudizialmente le innovazioni o a contestare quelle che, a parità di condizioni, funzionano meglio. Un liberale postideologico – vaccinato dal fallibilismo popperiano – non perderà la testa per la modernità, ma non intenderà mai la tradizione come uno stato originario da preservare, piuttosto che come un prodotto storico da perfezionare.

Insomma la modernità è un prodotto umano, non una tappa nel cammino dello Spirito, come suggerivano le fumisterie storicistiche hegeliane. Il richiamo alla modernità politica e a quella europea, che Panebianco ironicamente canzona come “provincialismo”, può anche essere (e, nel dibattito interno al centro-destra oggi certamente è) una forma di attenzione critica al contesto storico e politico in cui si inquadra la discussione italiana. Gli altri paesi dell’Europa avanzata non devono essere un feticcio ideologico, ma possono diventare un termine di paragone significativo per saggiare la validità delle nostre ricette.

Peraltro, il provincialismo politico italiano non è quello che porta in genere a sposare acriticamente gli esempi stranieri (quando mai?), ma più spesso a giustificare l’eccezione italiana rispetto ad un regola più o meno seguita negli altri paesi.  Nell’ultimo decennio abbiamo sentito giustificare il no alla riforma del welfare, del sistema previdenziale, del diritto di famiglia, dell’ordinamento giudiziario, del sistema costituzionale e di molto altro ancora in nome della particolarità della situazione italiana. Non è questo provincialismo politicamente più attuale, pernicioso e trasversale di quello modernista?

E’ provinciale, ad esempio, riconoscere che in tutta Europa le politiche pro-family, sia sul piano sociale che su quello fiscale, sono più robuste, efficienti e inclusive di quella italiana, la cui “singolarità”  consiste nel lesinare alle coppie “irregolari” (quelle “di fatto”, ma reali) il riconoscimento giuridico, e nel non offrire neppure a quelle “regolari” misure accettabili di welfare familiare?

E’ provinciale riconoscere che nella gran parte dei paesi dell’area Ocse hanno funzionato più la detassazione del reddito da lavoro e d’impresa che lo stimolo fiscale alla domanda e che quindi l’Italia, se vuole puntare sulla crescita, deve innanzitutto tagliare la pressione fiscale e la spesa pubblica?

E’ provinciale discutere di questioni ambientali, dagli ogm al nucleare, sulla base di riferimenti scientifici comuni e sulla base di una contabilità razionale dei costi e dei vantaggi economici e sociali, non pensando che ciò che fa più paura sia più vero e politicamente persuasivo?

E’ provinciale lavorare perché il più grande partito italiano, a partire dalla sua attuale connotazione presidenzialistico-carismatica, possa in prospettiva funzionare come un partito “normale”, animato e non dilaniato dalla competizione interna di idee, progetti e personalità politiche?

Con le parole, tutte le parole, si può giocare a piacimento. Se il termine “moderno” e quello “europeo” non vanno bene o mostrano l’usura del tempo, possiamo anche cambiarle o usarne di diverse.  Ma la sostanza non cambia. L’Italia non vive una storia propria, scissa e indipendente dall’Europa e l’Occidente. E non vive in un eterno e magnifico presente. Al contrario ha bisogno di ancorarsi a punti di riferimento “esterni” e “contemporanei”.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

3 Responses to “Ma guardare all’Europa non è un alibi”

  1. Nino Barletta scrive:

    Onorevole Della Vedova,
    leggere il suo articolo mi ha fatto venire alla memoria quello che anni or sono ebbe a dire Vazquez Montalban a proposito di Sciascia e del suo diventare “coscienza sociale”. Diceva l’intellettuale spagnolo che la nuova cultura conservatrice rivendica l’intellettuale che converte il proprio intervento in una denuncia dell’intervento, e ancor meglio se si tratta di un intellettuale “pentito” di aver militato in una cultura messianica, marxista per la precisione. Scredita invece o annulla colui che continua a sottoporre al microscopio del sospetto l’ordine stabilito e gli domanda con sdegno “Perché ti opponi adesso che l’ordine è ormai inevitabile?”
    Se il suo liberale postideologico agirà per mezzo della ragione e crederà nelle idee (e non nelle ideologie) adoperando la ragione senza pregiudizio, anche se ciò sarà tacciato di provincialismo saremo tutti più contenti di vivere in provincia e di fare di quella provincia metafora di questo mondo.
    Nino Barletta

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