Anche per i rumeni il proporzionale complica il funzionamento del sistema semipresidenziale

– Il dibattito sulle riforme istituzionali, che da tempi maraniniani a intermittenza si riaffaccia sulla scena politica per poi arenarsi in bicamerali inconcludenti e progetti in soffitta, si riaccende con la baldanza del Ministro Calderoli, che spiazzando alleati e compagni, ha già messo su un tavolo la sua “bozza”. Riduzione del numero dei parlamentari, senato federale, revisione del riparto di competenze legislative. Sono molti i pregi della proposta, che trovano buona accoglienza in vasti strati della classe politica e della società.

Ma il nodo della questione è ancora una volta la forma di governo, ossia i rapporti tra organi costituzionali preposti alla direzione politica e di garanzia, gli equilibri tra Parlamento e Governo, tra esecutivo e legislativo, se ancora così si può dire.

Come accade da un quarto di secolo, la sirena che più ammalia il riformatore italiano è il semipresidenzialismo made in Parigi. Per quanto presenti delle schizofrenie, con un capo di stato incline al cesarismo durante i momenti di idillio con il parlamento e piegato al ruolo di arbitro e garante durante le cohabitation, il modello francese gode di ottima reputazione nel continente.
Scemati gli allarmismi e le preoccupazioni di quanti temevano nella patria d’origine che fosse il veicolo per una deriva irrimediabilmente plebiscitaria ad opera del suo ispiratore, il generale Charle De Gaulle, visti anche i risultati in termini di stabilità registrati dopo una quarta repubblica segnata da continue crisi di governo, il semipresidenzialismo ha guadagnato le simpatie di costituzionalisti di tutta Europa. Alla fine degli anni Ottanta e nei primi anni Novanta le geometrie variabili del sistema ibrido e diarchico sono state calate nelle nuove democrazie dell’Est europeo.

In queste realtà, gli esiti non sono sempre stati adeguati alle aspettative. La frammentazione politica e l’instabilità degli esecutivi hanno segnato la vita politica di molti di questi paesi. Tra questi la Romania, dove in venti anni si sono succeduti tredici primi ministri. Non propriamente un esempio di stabilità governativa. Crisi di governo parlamentari ed extraparlamentari e dissidi tra premier e presidenti hanno movimentato la storia politica contemporanea del paese dell’Europa orientale.

I motivi possono essere rintracciati in un diverso assetto di rapporti di potere, meno incentrato sulla figura del presidente, ma soprattutto su un sistema elettorale di tipo proporzionale, che ha mantenuto alto il numero di partiti presenti in parlamento e capaci di far valere il proprio potere contrattuale. Giusto nel 2008 è stata approvata una legge che introduce un sistema di tipo maggioritario, con collegi ristretti dove i seggi in palio vengono assegnati  al partito che ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti. L’effetto è consistito nella semplificazione del quadro politico e nella riduzione da otto a cinque dei partiti presenti in Parlamento.

Gli altri regimi semipresidenziali dell’Europa dell’Est, che per proteggere il neonato pluralismo politico da ritorni autarchici hanno ripartito i poteri di direzione politica in modo da privilegiare il rapporto tra il primo ministro e un Parlamento eletto con legge proporzionale, confermano la tesi secondo cui il semipresidenzialismo non reca con sé maggiore stabilità politica (se quello è l’obiettivo perseguito), soprattutto se è accompagnato da una legge elettorale di tipo proporzionale. In Polonia si sono susseguiti 11 primi ministri in venti anni, complice un sistema elettorale di tipo proporzionale che non garantisce una maggioranza coesa attorno all’esecutivo bifronte.

La bozza Calderoli riprende, con qualche anomalia, l’equiparazione della durata del mandato presidenziale con quello parlamentare, introdotta in Francia con la riforma del 2000 per favorire la formazione di maggioranze allineate al Presidente. Tuttavia, ciò potrebbe non bastare. Il testo, come già hanno osservato Sofia Ventura e Giovanni Guzzetta in questa sede, differisce dal modello francese spostando il baricentro sul rapporto premier-governo e non contemplam alcuna riforma del nostro sistema elettorale, il cd. porcellum, che è un proporzionale sebbene razionalizzato da un premio di maggioranza. Se è la governabilità a giustificare simili propositi di riforma costituzionale, la direzione non è quella giusta, perché essa può esser data solo da un presidente capace di prevalere sul primo ministro e capace di dettare la linea, supportato da una maggioranza parlamentare coesa come quella offerta da un sistema di tipo maggioritario.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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