– Introduciamo l’articolo con una premessa dell’ultima ora, riportata da Phastidio.net:

Questa mattina alle 9.30, il titolo di stato portoghese rende il 5,25 per cento, cioè più del tasso al quale Lisbona dovrebbe partecipare al salvataggio della Grecia. Fermate l’Europa, voglio scendere.

Ecco, Atene brucia e gli uccelli hanno iniziato a scappare anche da Lisbona, che trema. L’ottimismo di chi vuol vedere l’Italia come la cicala meno canterina e più sparagnina delle altre – definirla formica parrebbe francamente troppo – andrebbe quanto meno rivisto al ribasso. E’ tutto vero ciò che si suole leggere in giro per la rete e sulla carta stampata, l’Italia ha fondamenta più solide di quelle greche e portoghesi e finanche di quelle spagnole, il deficit è cresciuto ma molto meno di quello di altri paesi ed il livello di risparmio privato continua ad essere robusto. Ma la crescita dello stock di debito dell’intero continente rende maggiormente esposti i paesi con un rapporto debito/Pil più elevato (ed il nostro ha tagliato il traguardo del 116 per cento a fine 2009). Se a questo aggiungiamo l’andamento anemico del denominatore del rapporto, il Pil, e la proverbiale rigidità dei grandi comparti di spesa italiani, il quadro assume fosche abbastanza cupe.

Che qualcuno abbia iniziato a porsi dubbi sulla solidità italiana è già una piccola spia, non decisiva ma significativa. Quanto sarebbe allora opportuno rassicurare i mercati – e noi stessi – con una misura preventiva di consolidamento dei conti pubblici? Detto in altri termini, andrebbe presentato all’opinione pubblica ed ai mercati un piano di responsabilità nazionale, per evitare in futuro di dover adottare un piano di emergenza. Prima di cedere quote di patrimonio statale a Regioni ed enti locali attraverso quello che è stato definito enfaticamente federalismo demaniale, preferiremmo che il Governo provvedesse ad individuare ciò che è immediatamente alienabile sul mercato, per ridurre lo stock di debito: il tasso di trasparenza e rigore fiscale delle Regioni, delle Province e dei Comuni è purtroppo noto e difficilmente cambierà in assenza di severe clausole – queste sì federali – di non intervento statale. Rispetto alla spesa corrente sarebbe opportuna l’implementazione di una procedura di due diligence in grado di individuare le sacche di spesa pubblica più facilmente eliminabili. Ed è meglio lasciar perdere, per fare un esempio, le richieste di quel sindaco che – evocando l’affascinante brand di Roma Capitale – chiede all’esecutivo nazionale mezzo miliardo di euro all’anno a fondo perduto.

Nei prossimi giorni il ministro Tremonti tirerà fuori dal cilindro tra i 4 ed i 6 miliardi in favore della Grecia. Non si sa dove intenda reperirli (ecco un altro esempio di assenza di dibattito intra-PdL), certo è auspicabile che la fonte di finanziamento sia strutturale, sebbene il prestito sia una tantum, in modo da rassicurare i mercati sulla capacità dell’Italia di far fronte allo sforzo.
Ci candidiamo al ruolo di Cassandra? Sarà la storia dei prossimi mesi a dirlo.