Lobby e partecipazione democratica: l’Europa ci prova, l’Italia fa finta di niente

– La comparsa dei gruppi di interesse sulla scena di Bruxelles risale alla seconda metà degli anni Ottanta, in coincidenza con l’avvio del progetto volto al completamento del mercato interno e con le modifiche apportate al Trattato istitutivo della Comunità economica Europea dall’Atto Unico Europeo.
Il crescente aumento delle competenze delle istituzioni comunitarie ha contribuito alla diffusione dell’attività lobbistica, che stima oggi circa 2.600 addetti ai lavori.

Il tema della partecipazione trova puntuale riconoscimento nel libro Bianco sulla Governance Europea dove si stabilisce che: “…La democrazia dipende dalla possibilità di tutti di partecipare al dibattito pubblico. A tale scopo, tutti devono avere accesso a una buona informazione sulle questioni europee e devono essere in grado di seguire il processo politico nelle sue varie fasi”.

Nel 2008, nel contesto dell’iniziativa europea per la trasparenza, la Commissione ha istituito un registro dei rappresentanti di interessi al fine di permettere ai cittadini di conoscere quali interessi generali o specifici si adoperano per influire sul processo decisionale delle Istituzioni europee e quali risorse vengono utilizzate per perseguire tale fine. Si tratta di un registro volontario che non prevede alcuna procedura formale, né regola amministrativa per l’accreditamento dei rappresentanti di interessi alla Commissione europea.

Il sistema di autoregolamentazione, però, non ha sortito gli effetti sperati. Solo un esiguo numero risulta iscritto ed inoltre, alcune categorie di lobbisti – soprattutto studi legali e think-tanks – in realtà boicottano il registro. Questo significa che una larga parte del lobbying di Bruxelles è sostanzialmente invisibile. L’unico modo per superare l’impasse sarebbe, sulla scorta  delle regole imposte ai lobbisti nel Congresso di Washington, l’adozione rapida di un registro obbligatorio contenente  i nomi,  le informazioni sulle fonti di finanziamento e il regime sanzionatorio applicabile ai trasgressori.

La Commissione, in un dichiarato intento di sostituire i contatti di parte  con una più generale “cultura della consultazione” afferma di procedere “… già alla consultazione delle parti interessate in vari modi, mediante la pubblicazione di Libri verdi e Libri bianchi, di comunicazioni, l’organizzazione di comitati consultivi, di gruppi consultivi d’imprese (i “business test panels”) e di consultazioni ad hoc.

Il Parlamento europeo e le sue commissioni, così come previsto nel Libro Bianco sulla Governance Europea, sollecitano regolarmente il parere del pubblico e degli esperti mediante consultazioni e audizioni pubbliche, migliorando così la qualità dei propri dibattiti politici.
Anche quest’organo prevede un sistema di accreditamento per tutti i soggetti che accedono frequentemente ai suoi spazi, attraverso un registro dei lobbisti. Tuttavia, le informazioni che esso contiene non sono esaustive; l’unica informazione che il pubblico può vedere è il nome del lobbista e quello dell’organizzazione che rappresenta.

L’affermarsi di una logica di trasparenza a base dell’attività posta in essere dai gruppi di interesse, favorendo un maggior controllo sull’iter di formazione del processo decisionale, può contribuire a favorire l’eliminazione  degli effetti distorsivi  tipici di quella attività di lobbying svolta in una “zona grigia”.

E in Italia?  Nel nostro paese il termine lobbying, nella visione convenzionale, viene associato ad una pratica corruttrice tesa ad ottenere privilegi attraverso lo scambio politico di favori. Il supposto legame tra lobby e corruzione funge da deterrente ad una regolamentazione dell’attività di rappresentanza di interessi. L’assenza di regolazione, però, non implica l’inesistenza di canali di accesso alle Istituzioni o l’impossibilità per i gruppi di costruire contatti formali o informali. L’esistenza di tali contatti in assenza di riferimenti normativi precisi contribuisce ad infittire l’alone di mistero che aleggia intorno a tale attività. Di qui la necessità di una disciplina in grado coprire tutto il contesto politico – istituzionale entro il quale si inserisce l’attività di lobbying. A tal fine è necessario un Codice etico che contribuisca alla definizione di regole di comportamento comuni, chiare e riconosciute sia da chi esercita tale attività, sia da chi entra in contatto con i professionisti.

In uno Stato democratico il lobbying, inteso come insieme di attività organizzate, poste in essere da un gruppo di portatori di interessi specifici, volte ad esercitare un’influenza sui decisori istituzionali ai fini della tutela e della rappresentanza politica di quegli interessi, si pone quale strumento di partecipazione democratica.

L’accesso alle sedi istituzionali, il rapporto tra cittadino e Stato, la relazione tra decisori e società civile, necessita di regole certe .

La partecipazione è la forma di interazione tra la società civile e la politica più caratteristica dello Stato, ma necessita, per poter essere operante, di strumenti adeguati di partecipazione . In questo contesto l’azione di lobbying rappresenta la “modalità lecita” con cui vengono rappresentati interessi collettivi al “potere politico”.


Autore: Patrizia Sterpetti

Nata a Catania nel 1980, laureata in Giurisprudenza, con tesi in Diritto Costituzionale. Ha conseguito una specializzazione in “Comunicazione e gestione delle Relazioni istituzionali”. Dal 2010 si occupa di Relazioni Istituzionali.

4 Responses to “Lobby e partecipazione democratica: l’Europa ci prova, l’Italia fa finta di niente”

  1. Antonino Ma scrive:

    In Italia il problema è annoso, tenendo conto che professionisti del calibro di Samaritana Rattazzi, Fabio Bistoncini e federazioni professionali intere hanno tentato di normare il settore, sul modello americano, infatti molti progetti e disegni di legge sono stati presentati alla Camera e al Senato e fermi nelle commissioni, ma senza risultati, tanto da far tentare ai professionisti interessati di muoversi dal “basso” e alcune regioni si sono mosse verso il riconoscimento delle attività di lobbying: la prima è stata la Toscana, che prevede l’istituzione di un registro per i lobbyisti, poi in sequenza la Calabria, ha avviato già dal 2003 in accordo con FERPI. Confindustria Calabria un articolato che avrebbe dovuto non solo riconoscere la rappresentanza dei gruppi di interesse in Consiglio Regionale (cosa che permetteva la norma toscana), ma anche, attraverso una forma di accreditamento telematico, la presenza e l’accesso ai lavori della Giunta regionale. Purtroppo anche in questo caso, pur con il plauso di molti colleghi o di gruppi organizzati, la vicenda della norma, ripeto con molti elementi di novità, è rimasta in Commissione e doo due legislature non è stata ripresentata.
    Certo è difficile pensare che in Italia, dove neanche le attività di Relazioni Pubbliche sono normate, nel senso che non vi è un riconoscimento giuridico della professione, si possa andare oltre e pensare che il parlamento normi e riconosca un valore professionale alle attività di lobbying, molto più facili da svolgere da parte di chi si occupa di molto altro, magari con un piede nella politica, togliendo appunto a molti “abusivi” potenti, la possibilità di gestire rapporti senza una conoscenza professionale specifica degli steps da seguire nello svolgimento di un incarico.

  2. Patrizia Sterpetti scrive:

    In Italia il reale ostacolo all’approvazione di una normativa risiede nell’assenza di una concreta volontà politica così come dimostrato dal calo di iniziative di legge di natura parlamentare. A testimonianza di ciò basti pensare che dall”VII Legislatura ad oggi numerose proposte sono state presentate e nessuna di esse è mai approdata in aula. Si è ricondotta tale attivita tanto nell’alveo delle relazioni pubbliche quanto nella figura, del tutto autonoma, del Consulente in relazioni Istituzionali.
    Una disciplina, seppur embrionale, è contenuta nei regolamenti di Camera e Senato. Le audizioni informali, infatti, rappresentano un utile strumento atto a dar voce a rappresentanze di vario genere.
    Ciononostante è di tutta evidenza la necessità di un previsione normativa frutto del dibattito assembleare.
    In assenza di una regolamentazione l’acceso alle sedi istituzionali viene reso agevole per chi svolge attività di lobbying per conto di Aziende o Gruppi di Imprese, partecipate dal Pubblico, e ancor di più è facilitato, quando tale attività è esercitata da ex alti rappresentanti delle Istituzioni, particolarmente ricercati, in quanto esperti conoscitori del sistema legislativo. In Italia non mancano casi di funzionari, deputati ed ex alti dirigenti delle Authority che hanno intrapreso l’attività. Tale fenomeno, espressamente vietato, è noto negli Stati Uniti come “revolving doors”.
    Se l’obiettivo è quello di rendere trasparente il processo decisionale allora bisognerebbe , quanto meno, tentare di negare la cittadinanza ad un accesso “privilegiato”.

  3. Antonino Ma scrive:

    @patrizia sterpetti: Concordo pienamente con quanto descrivi e in pratica conferma quanto da me scritto, ma in realtà in Italia le cittadinanze privilegiate sono troppe e scardinarle tutte richiede troppo tempo oltre che troppo coraggio. Forse sarebbe auspicabile pensare ad una legge italiana, senza far riferimento alle normative statunitensi, in cui la cultura della trasparenza e della democrazia (pur con le dovute eccezioni)è ben radicata. Le audizioni di Camera e Senato in effetti, pur se informali, vedono partecipare, nella maggior parte dei casi, comunque soggetti accreditati non solo da chi rappresentano, ma da una reputation derivante da “vicinanze” politiche. Purtroppo anche negli States qualcosa sta cambiando, il caso di Bill Clinton divenuto non solo un opinion leader, ma un opinion maker è il lampante esempio che forse, in fondo, tutto il mondo è paese.

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