Peccato per Balotelli, per noi e per la sua ‘generazione’

Il calcio presta alla politica protagonisti e metafore.

Non pensiamo solo a Berlusconi, che interpreta il presidenzialismo politico come una sorta di “presidentismo” calcistico, facendo campagna acquisti e vendite, con un occhio alla classifica e l’altro al merchandising, fino a “scendere in campo” e a trasformarsi in giocatore per il bene della squadra e del pubblico.

Oggi pensiamo soprattutto a Mario Balotelli.  A lui si è legata l’immagine di una “generazione”, che ha preso il suo nome perché aveva la sua faccia e non aveva icone altrettanto rappresentative. Comunque la si voglia chiamare, è una “generazione” che c’è e che prima non c’era e attorno a cui si costruirà, nei prossimi decenni, l’equilibrio demografico e la cultura civile del Paese.

Invece Balotelli, come spesso capita ai calciatori di genio, ma non di cervello, si è già consegnato mani e piedi al clichè del calciatore sbruffone e bizzoso. Non sappiamo se la cosa comprometterà la sua carriera o la sua vita. Di certo, nell’immediato, complica la “nostra” e un po’ quella della sua generazione. Si è risparmiato un ruolo da “campione” dell’Italia multi-etnica. Scoprirà che è terribilmente più banale e retorica l’icona del calciatore “genio e sregolatezza”.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

Comments are closed.