Obiettivo di una politica responsabile: non negare il declino, combatterlo

– Primo obiettivo per una politica responsabile: non negare il declino italiano ma riconoscerlo ed affrontarlo a viso aperto, mostrarlo ai cittadini per convincerli della necessità di scelte anche dolorose per il breve periodo.
Ora che nel centrodestra si gioca a carte scoperte, pare opportuno mettere sul tavolo la realtà dei fatti, abbandonando le affascinanti ricostruzioni consolatorie à la Tremonti o le debordanti dichiarazioni di ottimismo à la Berlusconi. Ci sono molte ragioni per apprezzare l’incoraggiamento psicologico del premier e ancora di più per lodare l’operato del ministro dell’Economia, capace di tenere a freno gli appetiti di spesa di molti suoi colleghi dell’esecutivo e risoluto nel rifiutare – fin da subito – l’ipotesi di un piano di stimolo fiscale per l’Italia. Ma non ci sono altrettanti buoni motivi per lodare la strategia inerziale del ministro e del governo, che sperano che l’Italia passi indenne ‘a nuttata, senza bisogno di muovere nulla.

Nella migliore delle ipotesi, il Paese si troverà ad uscire dalle sabbie mobili della crisi con un tasso di crescita molto basso, decisamente inferiore a quello dei paesi circostanti. La tabella sottostante (dati FMI, grafico da Lodovico Pizzati per Noisefromamerika) mostra come, finita la “ricreazione” del cupo biennio 2008-2009, nel corso del quale l’Italia ha fatto male quanto gli altri, il Belpaese riprenderà il suo posto da fanalino di coda, lo stesso che occupava prima della crisi. La crescita stimata per il 2010 è dello 0,8 per cento, quella del 2011 dell’1,2: nessuno tra Francia, Germania e Regno Unito farà peggio di noi. Gli Stati Uniti, a confronto, voleranno.

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Una delle più frequenti tesi tremontiane è la seguente: non è l’Italia ad essere lenta, sono gli altri ad essersi dopati, prima con l’incentivo perverso all’indebitamente privato ed ora con il ricorso massiccio al deficit pubblico. Assunti fondati, ma che poco hanno a che vedere con il declino italiano: non spiegano ad esempio perché l’Italia abbia sperimentato nel corso dell’ultimo decennio il declino costante della curva della produttività del lavoro (come mostrano Asoni e Monte in questo articolo), e con essa della dinamica salariale, o la produttività degli altri fattori di produzione. Più che accanirsi contro il doping sulla domanda aggregata messo in pratica dalle scelte di politica pubblica di molti paesi occidentali (tanto più che ciò rappresenta un vantaggio per un paese export-oriented come il nostro), bisognerebbe valutare con attenzione i profondi disincentivi italiani sul fronte dell’offerta: dalla pressione fiscale elevata alle storture del sistema legale, dalla rigidità del mercato del lavoro all’eccessiva regolazione dell’economia, dall’inefficienza del sistema formativo agli scarsi incentivi alla ricerca ed allo sviluppo.

Un altro punto su cui Tremonti elude la realtà è quello relativo alla gestione dei conti pubblici. Pur senza piani di stimolo  – un merito averli evitati, ripetiamo – i rapporti debito/Pil e deficit/Pil italiani si sono pesantemente deteriorati negli ultimi due anni, a causa della diminuzione del Pil e della crescita automatica di alcuni grandi comparti di spesa. Certo, il gap tra l’Italia ed i maggiori paesi occidentali si va assottigliando, con questi ultimi che vedono i loro debiti e deficit salire vertiginosamente (si consultino le tabelle dell’articolo di Pizzati).

Ma chi può davvero considerarla una buona notizia? Uno stock di debito crescente in Europa crea una tensione sui tassi d’interesse di tutta l’area, con il conseguente aumento del costo del servizio del debito, mentre l’indice degli investitori si rivolge naturalmente sui paesi più deboli e più esposti. E l’Italia è e resterebbe tra questi. Proprio mentre la Francia ed il Regno Unito avanzano spediti verso quota 90 per cento del rapporto debito/Pil (nel 2001 erano rispettivamente al 56,9 ed al 37,7, alla fine del 2011 avranno superato l’88 e l’84 per cento), il governo italiano dovrebbe porsi il problema della sostenibilità dei conti.

Non si era parlato di un piano di valorizzazione e alienazione del patrimonio pubblico, per ridurre lo stock di debito? Siamo davvero sicuro che nelle maglie di una spesa pubblica superiore al 50 per cento del reddito nazionale non vi siano i margini per serie e rigorose riduzioni? Alla direzione nazionale del PdL, Silvio Berlusconi ha di fatto archiviato la pratica dell’abolizione delle province, considerata poco redditizia in termini di risparmi. Posizioni opinabile, ma su cui si può eventualmente soprassedere chiedendo in cambio al governo un serio piano di due diligence dei bilanci pubblici.

Anche per i conti pubblici, il nodo centrale si chiama crescita economica: per ridurre i rapporti deficit/Pil e debito/Pil c’è anzitutto da far crescere il denominatore. Aspettare tempi migliori per riformare le istituzioni economiche del Paese può essere forse una spregiudicata operazione politica di mantenimento del consenso, ma il rischio è quello di lasciare andare il paese alla deriva.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

3 Responses to “Obiettivo di una politica responsabile: non negare il declino, combatterlo”

  1. Giorgio Gragnaniello scrive:

    Ritiene l’Autore,federalista convinto nel 2009,che l’abolizione delle Province competerebbe al Governo centrale o al “Lander”federale?

  2. @Giorgio: non capisco perchè io non dovrei essere federalista convinto anche nel 2010 o nel 2011… Ciò detto, l’abolizione delle province non è un tema che mi appassiona particolarmente. Ritengo centrale il collegamento del potere impositivo e della capacità di spesa per ogni funzione di governo. A quel punto, se ogni provincia provvedesse da sé al finanziamento delle proprie funzioni, non ci sarebbero particolari problemi alla sua sopravvivenza.
    E non ci vedrei nulla di strano se fossero le Regioni (visto che questo è il livello sub-statale a cui abbiamo deciso di affidare la centralità del sistema federale) a stabilire la loro ripartizione territoriale in province o direttamente in comuni, in dipartimenti, in cantoni, in contee o in qualsiasi altra cosa.

    Ciò detto, per passare dal piano teorico a quello pratico, che mi appassiona di più, oggi vedo una priorità: l’abolizione delle province delle Città Metropolitane. S’iniziasse con quelle, si farebbe già un bel passo in avanti verso la direzione auspicato della riduzione dell’elefantiaca spesa pubblica.

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