– di Benedetto Della Vedova – Solo chi crede di sapere tutto, ma in realtà capisce poco o nulla di quanto va succedendo, può bollare come “vecchia politica” lo scontro nella Direzione del PdL e l’iniziativa di Fini.
Il presidente della Camera è un politico navigato, ma ha saputo rinnovarsi e giocare il proprio futuro fuori dallo schema della “successione” per vie burocratiche, buttandosi coraggiosamente in una competizione interna senza rete sul piano delle idee e della personalità, decisamente in sintonia con la migliore politica democratica dell’oggi. E’ chi non accetta questa competizione aperta, a guardare al passato.

Fini ha aperto una salutare discussione sul PdL del futuro da una posizione dichiaratamente di minoranza, non ha contestato la legittimità della leadership di Berlusconi e non ha manifestato l’intenzione di ostacolare, bensì di rilanciare, l’iniziativa del Governo. Questi sono i fatti, e c’è da augurarsi che nessuno apra una crisi basata sui processi alle intenzioni, nascondendo dietro le potenziali (e inesistenti) difficoltà dell’esecutivo le reali e dichiarate questioni politiche, che la competition di Fini apre dentro il PdL.

Il Governo deve andare avanti come e possibilmente meglio di prima.
La crisi della finanza pubblica greca potrebbe entro breve richiedere un surplus di senso di responsabilità e di capacità da parte dell’esecutivo, chiamato a scelte decisive per salvaguardare la tenuta dei conti pubblici senza stroncare la vitalità dell’economia italiana.

Poi c’è il federalismo fiscale, forse il principale obiettivo di legislatura.
Le critiche sulla subalternità alla Lega non mettono in discussione la scelta federalista, che la legge-delega, con un concorso parlamentare di fatto più ampio di quello della maggioranza, ha articolato in termini condivisibili attorno a due principi: un più stretto legame tra la responsabilità impositiva e di spesa; il rispetto delle esigenze di coesione sociale e nazionale nella fornitura di servizi pubblici essenziali.

I decreti attuativi del federalismo fiscale vanno fatti. E vanno fatti bene.
Fini non ha messo in discussione il progetto federalista, ma ha chiesto che lo si realizzi dentro un disegno unitario che non prescinda dalle disparità oggi esistenti, allontanando l’impressione che al fondo vi sia l’idea di favorire le regioni del nord, lasciando il sud al suo destino. Il federalismo non deve cristallizzare le disparità, ma deve essere progettato per attenuarle, anche combattendo l’inadeguatezza – quando e dove c’è – delle classi dirigenti.

Proprio per questo, sul federalismo, il migliore e “naturale” alleato di Bossi è oggi il Presidente della Camera. Fini è il miglior garante possibile di un processo federalista che non si areni sulla questione meridionale, ma si completi come disegno nazionale. Solo così del resto si può arrivare al federalismo a 150 anni dall’Unità: con un progetto destinato a rilanciare la Repubblica Italiana e le sue istituzioni e non, anche solo implicitamente, a dividerla o consumarne la funzione e missione unitaria e la proiezione europea.