– Se si cerca la parola “tariffa” su un qualsiasi dizionario di lingua italiana più o meno si trova il seguente significato:

“prezzo stabilito per per la vendita di una merce o per il compenso di prestazioni, specialmente se fissato inderogabilmente e d’autorità in condizioni di monopolio” (Tullio De Mauro).

In regime concorrenziale il prezzo di un bene, unitamente alla quantità di esso prodotta, è regolato dalle leggi della domanda-offerta, leggi che hanno la forza di avvantaggiare o svantaggiare un mercato piuttosto di un altro. Robert Dorfman nel suo celebre “Prezzi e mercati”  del 1967 metteva in evidenza che il prezzo di equilibrio di un bene è il prezzo a cui gli acquirenti possono comprare la quantità desiderata e i produttori vendere la quantità ritenuta conveniente. Tale valore veniva rappresentato graficamente come il punto di incontro tra la curva di domanda, ossia la quantità di un bene che i consumatori desiderano acquistare, e la curva di offerta, ossia la quantità di un bene che i produttori trovano conveniente produrre. Una variazione sull’offerta si traduce in una variazione corrispondente della domanda e viceversa, facendo pertanto spostare il punto di incontro tra le due curve verso valori di prezzo ora più alti ora più bassi.

Il prezzo di equilibrio, come specificato dallo stesso Dorfman, risulta però valido quando applicato ai mercati concorrenziali ossia a quei mercati caratterizzati da un gran numero di venditori che in quanto tali non possono, singolarmente,  influenzare sensibilmente prezzi e quantità prodotte di un bene. Viceversa quando applicato a strutture di mercato differenti, quali ad esempio monopoli (un solo venditore) ovvero oligopoli (pochi venditori), va invece sostanzialmente modificato poiché l’influenza del singolo venditore sui prezzi e le quantità prodotte di un bene è sensibile.

Due milioni di “venditori”, tanti sono in Italia i liberi professionisti con partita IVA, possono definire un mercato concorrenziale e non un oligopolio, appurato di non essere sicuramente un monopolio? Credo non sia particolarmente ardito o sfrontato rispondere affermativamente alla domanda posta. Ma è altrettanto pacifico inquadrare le prestazioni d’opera intellettuali come attività imprenditoriali e pertanto tali da considerare anche per esse valide le teorie del prezzo di equilibrio come riportato da Dorfman?

Nonostante il Codice Civile, risalente al 1942, distingua le prestazioni d’opera intellettuale rese personalmente e direttamente da quelle in forma imprenditoriale, oggi giorno tale distinzione sembra sempre meno netta a seguito di recente normativa sia nazionale (art. 24 della L. 266/97) sia comunitaria (art. 50 Trattato UE, direttiva 2005/36/CE, direttiva “Bolkenstein”). Inoltre non manca una consolidata giurisprudenza sia nazionale (Cass. Civ. sez. II  sent. 2860 del 09/02/2010, per citare solo l’ultima) sia della Corte di Giustizia (per tutte: causa Hofner e Helser del 1991).

Detto ciò è interessante notare che i costi di produzione di un’impresa, come anche quelli di un semplice studio professionale, sono sempre caratterizzati da una parte fissa (spese di amministrazione, acquisto e manutenzione di attrezzature, interesse sul capitale preso a prestito, eventuale canone di affitto, ecc), che rimane inalterata al variare del livello di produzione, e da una parte variabile strettamente legata all’andamento della produzione. Nel caso delle libere professioni ad esempio la seconda parte può essere strettamente legata ai compensi elargiti ai collaboratori occasionali per gli eventuali incrementi di produzione, e in minor misura ad altri fattori (aumento di capitale di polizze assicurative, ecc.). Uno studio professionale, pertanto, all’aumento del livello di produzione risponderà con maggiori costi. E i prezzi offerti?

Mentre il libero professionista affermato, avendo maggiori costi di produzione, sarà costretto (in teoria) a mantenere prezzi più alti, un libero professionista giovane, avendo costi di produzione minori, potrà offrire lo stesso servizio ad un prezzo più basso. D’altronde, il libero professionista affermato, godendo di un prestigio e di un’esperienza consolidatisi nel tempo (a meno di castronerie fatte nell’espletamento degli incarichi o mandati ricevuti) si troverà, da questo punto di vista, in una posizione di vantaggio rispetto al collega più giovane.

Le dinamiche competitive, nel settore privato, venivano nella pratica vanificate, a causa di una politica di prezzi stracciati, al limite dell’utile. Nel settore pubblico invece, grazie all’inderogabilità dei minimi tariffari imposta per legge fino al 2006, il problema non si poneva. Un ente pubblico, non potendo definire i criteri di scelta del professionista sulla base economica (criterio del massimo ribasso o dell’offerta più bassa) a causa dell’inderogabilità dei minimi tariffari, lo faceva solo sulla base del curriculum, corposo per il professionista affermato, “leggero” per il giovane collega, e molto spesso nascondendo, dietro l’apparente scelta di merito, una scelta esclusivamente clientelare, anche questa soprattutto a vantaggio di chi poteva vantare un maggior numero di anni di presenza sul mercato.

I giovani professionisti si trovavano, pertanto, a competere in un mercato fortemente squilibrato a favore dei colleghi già affermatisi, essendo svantaggiati sia in quello privato dove non potevano competere sul prezzo, sia in quello pubblico, dove non potevano competere sul curriculum. Per il giovane professionista l’unica alternativa di sopravvivenza rimaneva quella di essere cooptato negli studi professionali dei colleghi affermati ma senza tutele lavorative né alcuna dignità remunerativa, ma soprattutto senza alcuna possibilità di crescita professionale, pena, per il collega affermato,  trovarsi in un futuro prossimo un concorrente con il quale doversi confrontare ad armi pari. Ovviamente, esisteva anche un’alternativa estrema, che era quella di cambiare lavoro.

Tale condizione portò nel 2006 l’allora governo di centrosinistra ad eliminare l’inderogabilità dei minimi tariffari (decreto Bersani) additata come la causa principale di tale situazione di ingiustizia socio-economica imposta per legge, che tra l’altro contrastava con quanto richiesto da Bruxelles.

E’ notizia di questi giorni l’accelerazione dell’attuale Governo di centrodestra sulla proposta di legge di riforma delle libere professioni, proposta nella quale è prevista la revisione della questione dei minimi tariffari.

I minimi tariffari possono essere un utile riferimento per i professionisti nella redazione di una parcella ma non nella loro inderogabilità. Imporre ciò significa drogare il mercato, impedendone la sopravvivenza, poiché ogni prezzo di un bene o di un servizio, per essere equilibrato, deve potersi adattare continuamente non solo alla domanda da parte dei consumatori ma anche all’offerta di chi produce il servizio.

Un’antica profezia dice che “gli ultimi saranno i primi”. Applicarla al nostro caso di specie creerebbe dei problemi di equità ribaltati poiché compenserebbe l’attuale squilibrio creandone uno ex novo, questa volta però a danno dei professionisti affermati, cosa ovviamente non solo non proponibile ma neppure auspicabile. Viceversa è illegittimo anche sposare la filosofia dell’altro vecchio adagio che dice che “chi prima arriva prima alloggia”.

La soluzione del problema è tanto semplice nella proposta quanto difficile nella sua attuazione richiedendo coraggio a chi è abituato a vincere facile: affidarsi alle leggi del libero mercato perché, come già messo in evidenza dallo stesso Dorfman, prezzi e mercati, seppur indirettamente, si basano sul principio del valore sociale di un bene o servizio prodotto, essendo questo legato non solo all’efficienza nella distribuzione di un bene ai consumatori e nella sua produzione ma soprattutto nella sovranità del consumatore, che resta l’unico a stabilire il tipo di bene richiesto.