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Anche i “leghisti” belgi creano l’instabilità

da Il Secolo D’Italia del 24 aprile 2010

In Belgio si è aperta l’ennesima crisi di governo, il primo ministro Yves Leterme ha rassegnato le dimissioni da un esecutivo che aveva richiesto mesi per essere formato. Il Belgio può apparire un caso eccentrico, un piccolo paese nel cuore dell’Europa, da quasi un secolo attraversato da una profonda frattura linguistica trasformatasi poi in frattura “comunitaria”. Eppure, la sua esperienza politico-istituzionale ha qualcosa da insegnarci, le sue vicende dovrebbero fare riflettere anche noi italiani.

Oggi il Belgio, nato nel 1848 come un paese unitario, è un paese federale, con un assetto istituzionale complesso e farraginoso, per quanto attiene sia alla sua suddivisione territoriale-comunitaria, sia al suo sistema di governo, dove trovano ampio spazio i poteri di veto dei partiti delle due comunità. Esso, inoltre, può essere ormai considerato una realtà bi-nazionale, tanto omogenee e reciprocamente ostili sono divenute le due comunità fiamminga e francofona. Le sue divisioni hanno cominciato ad essere istituzionalizzate negli anni Trenta e poi Sessanta con leggi che riconobbero l’esistenza di zone linguistiche omogenee e, quindi, con il processo di revisione costituzionale avviato nel 1970, contrassegnato da diverse tappe (con quella del 1993 il paese viene esplicitamente definito una federazione) e probabilmente non ancora concluso.

L’attuale crisi di governo, come tutte quelle che l’hanno preceduta, è stata provocata dal contenzioso linguistico-comunitario. Tale contenzioso, e il pluridecennale processo di separazione e revisione costituzionale, si sono intrecciati con le dinamiche di competizione politica e in particolare con due fenomeni. Da un lato, si è consumata negli anni settanta la separazione dei partiti tradizionali (liberale, socialista e cristiano-democratico) in partiti autonomi lungo le linee comunitarie; una separazione che ha accentuato la conflittualità sulle questioni linguistiche e territoriali, dal momento che i nuovi partiti hanno difeso con sempre più intransigenza gli interessi delle rispettive “constituencies” e tra i partiti appartenenti alla medesima comunità (compresi quelli regionalisti) si è innescata una competizione al rialzo. Dall’altro, le diverse riforme sono state concepite sempre in relazione agli interessi di breve periodo legati alla formazione dei governi e alla competizione partitica. Il risultato è un Paese con una forte instabilità governativa e molto prossimo alla separazione, se non fosse per l’esistenza della regione bilingue di Bruxelles, oggetto delle mire sia dei valloni sia dei fiamminghi.

Cosa insegna questa esperienza? Innanzitutto, essa ci mostra che gestire le differenze istituzionalizzandole può portare ad una loro accentuazione e alla creazione di sempre nuovi conflitti. In secondo luogo, che affrontare le grandi questioni dell’innovazione costituzionale con una prospettiva miope, di breve periodo, può produrre effetti non previsti e far sorgere nuovi problemi. Infine, che cercare di risolvere le tensioni territoriali “cedendo” alle istanze periferiche senza mantenere una forte prospettiva nazionale favorisce lo sviluppo di forze centrifughe.

In Italia, la questione territoriale non è nuova, ma da diversi anni, e oggi con sempre maggiore intensità, sta investendo anche la forma della rappresentanza politica, con una sinistra sempre più confinata in alcune regioni del Centro, una Lega in crescita e sempre più radicata al Nord e un Pdl che rischia di meridionalizzarsi sempre di più. L’esperienza belga dovrebbe forse rendere cauto il Partito democratico rispetto alle suggestioni provenienti da suoi amministratori settentrionali, che vorrebbero “federare” il partito; forse, un partito “nazionale” capace di farsi carico con intelligenza e pragmatismo delle istanze differenziate del Paese potrebbe essere più utile. Al tempo stesso, il Popolo della libertà dovrebbe interrogarsi sui costi di una sostanziale delega della rappresentanza in parti importanti del settentrione alla Lega Nord, un partito che non nasconde il suo disinteresse per l’unità nazionale e che – nonostante il suo volto presentabile al governo – sul territorio assume talvolta comportamenti e decisioni che rivelano un atteggiamento di chiusura verso l’esterno. E dovrebbe interrogarsi anche sui costi di una politica volta ad inseguire la Lega Nord sul suo stesso terreno e non a proporre soluzioni da partito “nazionale”.

Gianfranco Fini ha posto in modo molto serio il problema della Lega, ma in molti sembrano sottovalutare la questione. E non ci riferiamo soltanto ai berlusconiani più fedeli, parlamentari o giornalisti che siano, ma anche ai diversi osservatori e commentatori che, ad esempio dalle pagine dell’autorevole Corriere della Sera, stigmatizzano l’eresia finiana, giudicata colpevole di mettere in crisi il governo e il bipolarismo, senza troppo preoccuparsi dei danni che possono derivare dall’asse Bossi-Berlusconi e da una politica che guarda solo all’oggi senza preoccuparsi di un domani nemmeno troppo lontano.


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

2 Responses to “Anche i “leghisti” belgi creano l’instabilità”

  1. decisamente un articolo lucido e soprattutto ricco di spunti riflessivi sulle azioni e pensieri “Fini” qui in Italia.

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