Nè arroccamenti nè buonismo, per governare l’immigrazione servono risorse

– Ho l’impressione che negli ultimi decenni  la classe politica italiana abbia riprodotto, anche in tema di immigrazione, la solita contrapposizione tra “buonisti” e “rigoristi”, oscillando sul piano delle policies tra svolte “aperturiste” (come la Legge Martelli) e frenate, appunto, “rigoriste” (come la Legge Bossi-Fini). Sempre, tuttavia, evitando di affrontare il problema in maniera soddisfacente, e senza prevedere finanziamenti  adeguati e politiche di attuazione serie, con risorse vere, che sono altro dalle elargizioni distribuite a pioggia a questa o quell’ “associazione” compiacente.

Qualcuno, anche da Libertiamo.it, ha invocato sul tema la cd.  svolta “svizzera”, che però non significa solo “leggi severe” ma  anche “amministrazione efficiente”. Per questo ho chiesto il parere di Fabrizio Cassinelli, autore de “Il libro nero della sicurezza“, che smaschera gli inganni di una politica tanto “forte” negli impegni e nella retorica e tanto “fragile” nei mezzi e nelle possibilità effettive di contrasto di illegalità e criminalità.

Pensa che sia corretta la  frase ” fare le nozze con i fichi secchi”  per indicare l’inadeguatezza dei nostri politici , “di destra” o di “sinistra”, in tema di immigrazione?

Si, perchè le politiche sull’immigrazione, da molti anni, sono basate sull’immagine e non sulla sostanza, quindi si cerca di apparire duri senza dare le risorse ai poliziotti, o morbidi senza preventivare adeguate risorse e percorsi per l’integrazione. ‘Le risorse non ci sono’,  dice la politica messa alle strette. Ma noi in Afghanistan spendiamo , ad esempio, un milione e mezzo di euro al giorno. La domanda quindi è: è giusto finanziare missioni estere (al di là di quello che si pensa delle loro motivazioni) se non abbiamo le risorse per le missioni interne? Tuttavia questa domanda viene considerata politicamente scorretta e infatti difficilmente troverà un giornalista disposta a porla in questi termini.

Ritengo necessaria un’avvertenza rispetto al suo libro: “Non superare la dose giornaliera di lettura consigliata dal proprio commercialista, potrebbe causare gravi danni alla psiche del contribuente”. E’ d’accordo con me?

Beh, certo è un libro-verità. Un libro scomodo, e ciò è dovuto al fatto che l’immigrazione è uno dei tanti temi di cui tutti chiacchierano ma di cui,  se poi si prova a raccontare la verità,  si rischia l’isolamento. Il libro è stato scritto proprio per questo: spiegare finalmente ai cittadini come stanno le cose, e ciò contiene implicitamente l’ammissione che media e giornalisti, in genere, lo fanno male. Altra cosa per molti fastidiosa.

Alla luce di quanto è accaduto di recente con la “beffa della regolarizzazione degli extracomunitari”  ritiene che sia stata veramente utile la creazione, nel 2001, di un dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, a cui è stata delegata una parte delle funzioni di controllo dell’immigrazione che prima spettava unicamente al dipartimento per la pubblica sicurezza? E come giudica la nomina del prefetto Pansa a capo di questo nuovo dipartimento?

 Un nome è meglio di niente, sarebbe stato peggio un “dipartimento per la difesa dei confini nazionali”, tanto per intendersi. Ma se non ci sono soldi anche il pur bravo Pansa potrà fare ben poco.

Il suo libro cerca di dare “voce alle forze dell’ordine in prima linea”, riprendendo spesso dichiarazioni e comunicati di esponenti sindacali, autonomi o confederali, peraltro desolatamente ed amaramente veritieri e condivisibili. Non le sembra tuttavia che vi sia una sottovalutazione delle responsabilità anche sindacali sullo sfascio del sistema?

 I sindacati delle forze dell’ordine sono stati, in anni passati, un po’ come tutti gli altri sindacati: di manica larga, attenti ai privilegi e ai corporativismi, tanto in qualche modo alla fine si sistemava tutto. Poi è finita la pacchia. E ora sono costretti a resistere ad una situazione di sfascio.. Peraltro, nonostante il Governo li ignori, hanno davanti una grande battaglia e di loro sentiremo presto parlare.

Lei critica, a mio parere giustamente, uno sproporzionato ricorso alla forza pubblica nei confronti della piccola criminalità, extracomunitaria in particolare, rispetto ai ben più pericolosi fenomeni di criminalità organizzata. Tuttavia ho l’impressione che non consideri con la dovuta attenzione uno dei punti di forza della criminalità organizzata nel Sud Italia: la capacità di contenimento della microcriminalità, in particolare quella degli extracomunitari. La repressione della microcriminalità da parte delle forze di polizia potrebbe servire anche ad evitare che anche al centro nord si diffonda l’idea, sbagliatissima, di ricorrere alla “protezione” di prepotenti armati contro di essa?

Quanto alla microcriminalità, io non dico che non è giusto investire risorse per combatterla, e se forzo un po’ i termini è solo per creare dei paradossi: ma se un immigrato che arriva in Italia per lavorare non trova uno stato efficiente mentre trova, invece, una criminalità in grado di rispondere ai suoi bisogni, chi sceglierà? Bisogna creare veri percorsi di integrazione e azioni severe di repressione. I malviventi non si puniscono espellendoli, ma mettendoli in carcere e tenendoceli, senza indulti, che favoriscono proprio i reati di cui poi i politici più dichiarano di volere contrastare. Curioso, no? Il punto è che le mafie hanno in mano un business che le rende indispensabili, e finché non si combatterà quel business, il resto sarà fumo. Ma lei crede davvero che i boss che cadono come mosche, da un annetto, nella rete dello stato, significhino una sconfitta? E se chi viene preso facesse parte della vecchia mafia, e non della nuova che ha saldamente in mano finanza, lavoro, mercato? Inquietante, no? Le faccio un esempio concreto: secondo le valutazioni di esperti del settore, se a Milano eliminassimo ogni –  e sottolineo ogni –  infiltrazione mafiosa dagli appalti dell’Expo, l’Expo rischierebbe di non farsi. Perché praticamente tutte le ditte di movimento terra sono in un modo o nell’altro controllate dalla criminalità. E se le cacciassimo tutte ci sarebbe il concreto rischio di non trovarne altre a sostituirle, per paura di ritorsioni. Allora, mi dica, se questo accade a Milano, a lei cosa fa più paura per il futuro dei suoi figli, gli scippatori?

Lei parla di una “mafia del nord” con caratteristiche diverse da quelle del sud, ma con molti punti di contatto: un clima omertoso di scambio di reciproci favori, illegalità diffusa, uso strumentale del potere burocratico per fini privatistici, ecc. Per combattere questo tipo di “mafia” non ritiene sia necessario una rivoluzione anti-statalista? Una burocrazia eccessiva e soffocante, una ipertrofia della giustizia causata dalla obbligatorietà, sulla carta, dell’azione penale, non ritiene siano concause della diffusione del malaffare e della corruzione?

Guardi, nel libro riporto alcuni casi, ma altri ne conosco in cui cittadini del nord, alle prese con le mafie, hanno agito con la stessa omertà di quelli del sud. La paura agisce a tutte le latitudini allo stesso modo. Certo in alcune zone del sud la mafia è radicata, patologica, ma non c’è un primato morale altrove, e glielo dice un uomo del nord. La mafia è un retaggio del diritto romano, che era pensato apposta per il clientelismo, nel senso che ogni senatore aveva i suoi “clientes” che si portava dietro a Roma e che a loro volta gestivano un pacchetto di bisognosi (e di voti). Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire. Ovvio che se un sistema burocratico efficiente riuscisse a far avere al cittadino ciò che gli spetta di diritto, ci sarebbero molti meno motivi di ricorrere all’amico potente. Ma credo che alla fine il problema più grave stia nell’inefficienza dell’amministrazione della giustizia, civile soprattutto.

A parte la criminalità e la corruzione dal suo libro emerge con chiarezza la questione della “mala gestio”.Personalmente ho l’impressione che i danni maggiori alla gestione efficiente ed efficace dello stato non derivino dai, sia pur gravissimi, episodi di corruzione e concussione, ma dalla incapacità gestionale pura e semplice, cosa ne pensa?

Se le premesse di uno stato sono quelle che stiamo descrivendo, difficile pensare che ai posti giusti arrivino i migliori, ma qualcosa sta cambiando e almeno su questo sono ottimista.


Autore: Giovanni Papperini

Giovanni Papperini. Laureato in legge, libero professionista, 57 anni, esperto di corporate immigration e relocation, vive e lavora nel quartiere “Talenti” a Roma e, come titolare dello Studio Papperini Relocation ( www.studiopapperini.com ) e Presidente del Ciiaq ( info@ciiaq.org - Comitato italiano immigrazione altamente qualificata), si occupa di attrarre talenti da ogni parte del mondo in Italia, aiutandoli a superare gli ostacoli della burocrazia e ad integrarsi nella realtà del Paese.  Ha “attratto” dall’Austria anche la moglie, con cui ha avuto due gemelli.

3 Responses to “Nè arroccamenti nè buonismo, per governare l’immigrazione servono risorse”

  1. viola scrive:

    Sostengo che le risorse pe le forze di polizia e forze armate devono esserci in quanto possano svolgere le loro funzioni che sono vitali per lo Stato.
    Ai fini di mantenere la sicurezza statale,ma anche del mondo occidentale ,perchè noi vivamo in esso, oltre che le funzioni di polizia interne devono essere svolte anche le missioni all’estero.
    La mafia del nord e del Sud sono parimenti pericolose.

  2. viola scrive:

    L’immigrazione si regola con l’integrazione dei popoli stranieri al nostro stato,ma anche con l’espulsione per chi mette in pericolo lo Stato e i suoi principi.

  3. Umberto Melotti scrive:

    Consiglio la lettura del mio libro:
    Umberto Melotti
    Immigrazione e sicurezza
    Edizioni Solfanelli – Via Colonnetta n. 148 (C.P. 62)-
    66100 CHIETI SCALO
    disponibile alla fine del 2010

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